Tornare al lavoro dopo il lockdown. Così il virus cambia le imprese

Maria Carla Sicilia

Barberis (Manpower): “Per una fase due sicura non basta solo applicare i protocolli, serve una governance sinergica e una gestione intelligente dei dati”

Alcuni cambiamenti che hanno investito l’organizzazione del lavoro in soli pochi mesi dall’inizio della pandemia sono già abbastanza profondi da poter essere considerati consolidati. Eppure, gli impatti del coronavirus sul mondo del lavoro saranno più ampi di quanto abbiamo già visto. Non c’è solo lo smart working a caratterizzare la nuova normalità delle imprese, una pratica che difficilmente resterà confinata al lockdown, o solo i dispositivi di protezione individuale per tutelare la salute dei dipendenti. Gli oneri di cui il mondo datoriale dovrà farsi carico per costruire ambienti aziendali adeguati al nuovo stile di vita sono molti di più e investono profondamente la gestione degli spazi, con tutte le conseguenze che possono esserci, soprattutto per quei settori più sensibili alla relazione tra spazio e capacità produttiva. Qualche indizio si trova nei protocolli siglati nelle scorse settimane, compreso quello che il governo ha sottoscritto venerdì scorso con le parti sociali: turni flessibili per ridurre la presenza contemporanea dei colleghi, spazi comuni contingentati, orari di ingresso e uscita scaglionati, sanificazione costante degli ambienti, lavoro agile e il divieto di riunioni in presenza sono solo alcune delle precauzioni previste, misure che ogni azienda dovrà applicare e monitorare, per valutare eventuali aggiornamenti.

 

Per alcuni settori produttivi gli sforzi saranno maggiori che per altri. Secondo un documento pubblicato da Manpower, Randstadt e Adecco, sviluppato insieme a McKinsey, questo è il momento di porre maggiore attenzione alle aziende di trasporti e logistica, automotive, manufacturing & life sciences, costruzioni e food. Su questi cinque settori si concentreranno nelle prossime settimane le tre agenzie internazionali, legate da una partnership che ha l’obiettivo di favorire la condivisione di protocolli per tornare a lavorare in sicurezza, raccogliendo informazioni e buone pratiche dei loro clienti in dieci diversi paesi.

 

“I settori da cui siamo partiti sono quelli che secondo noi subiranno gli impatti più significativi”, dice al Foglio Riccardo Barberis, amministratore delegato di ManpowerGroup. “È chiaro che le rivoluzioni più significative riguardano i settori che dipendono dalla presenza numerosa e costante di più persone. Penso per esempio a tutto il settore manifatturiero, alle catene delle attività produttive del settore automotive. In questi ambiti dovranno essere sottoscritti protocolli che tengano conto delle caratteristiche specifiche e su questi aspetti pensiamo di poter portare il nostro contributo, perché conosciamo le imprese di tutto il mondo e in particolare di questi paesi, conosciamo i modelli organizzativi delle produzioni e siamo vicini ai lavoratori”. In questa fase di riorganizzazione non mancano però le opportunità da cogliere. Una, secondo Barberis, è quella di ripensare i modelli di leadership. “C’è, da una parte, e lo abbiamo visto in questi giorni con la ripartenza di Fca, la possibilità di sperimentare modelli virtuosi di concertazione industriale. Dall’altra, il tema di come si gestiscono le persone e il senso comune d’impresa pur lavorando da remoto. Credo che nel post emergenza ci porteremo dietro un modello di controllo aziendale basato su nuovi vincoli, non più sulle ore di lavoro quanto sugli obiettivi da raggiungere insieme”.

 

Sull’efficacia dei protocolli molto dipenderà dalla capacità delle imprese di sapersi adattare, ma di fronte a uno shock di questa portata serve una risposta di sistema e un coordinamento trasversale di competenze. Barberis ne è convinto, per questo sottolinea l’importanza di costruire una governance sinergica per affrontare la fase due in sicurezza per lavoratori e imprese. “Mai come oggi è evidente che per affrontare una crisi del genere non basta la ricetta di una sola parte in causa, non basta che le imprese rispettino i protocolli né possiamo permetterci di restare fermi, perché finiremmo per creare un problema di salute economica al paese. Non c'è dubbio che il governo deve fare la sua parte in termini di supporto alle imprese, sia attraverso iniezioni di liquidità sia agevolazioni fiscali. Ma la risposta più efficace può arrivare solo da un pensiero sistemico e nasce da questa considerazione anche l’alleanza con Randstadt e Adecco”, continua l’ad di Manpower. “Serve attivare un ecosistema che si impegni a costruire un modello di governance e che sappia usare gli strumenti a disposizione, prestando attenzione al monitoraggio dei dati, come quelli che si avranno con l’utilizzo della app di tracciamento. Non possiamo considerare le app come tool miracolistici, sono strumenti che consentono la raccolta di dati, ma questi dati vanno poi letti e misurati, modificando, se serve, i protocolli sanitari per area geografica o per comunità in funzione dei risultati dei tracciamenti. Su questo serve l’impegno di tutte le parti in causa”. In questa direzione il ruolo delle tre aziende, Randstadt, Adecco e Manpower, può essere quello di supportare imprese e lavoratori nei processi di monitoraggio e lettura. “Sarebbe interessante avere una raccolta di queste informazioni – conclude Barberis – Perché poi la fase due non è solo una riapertura economica o l’applicazione di un protocollo, è un momento per costruire modelli di gestione dei dati che ci permettono di imparare facendo”.

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