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La via del consolidamento

L'operazione Intesa-Ubi è uno stress test anche sul coraggio della finanza

Pier Carlo Padoan

Il processo di concentrazione bancaria è l’inizio della risposta a una triplice sfida: globalizzazione, tassi zero, tecnologia. Più fintech, meno sportelli

L’offerta pubblica di scambio di Intesa Sanpaolo nei confronti di Ubi, se andrà a buon fine, è un’operazione di mercato che da diversi punti di vista rappresenta uno spartiacque nel panorama bancario italiano. Si tratta di un’operazione che fa fare un balzo in avanti a Intesa Sanpaolo, che passa dal settimo al quarto posto tra le banche europee. Pone quindi Intesa Sanpaolo in posizione rafforzata nella prospettiva di un’accelerazione dell’Unione bancaria, che sarà caratterizzata da una maggiore dinamica delle operazioni di concentrazione e acquisizione e nel contesto di una maggiore concorrenza che la globalizzazione inevitabilmente porterà. Imprime una spinta a una probabile nuova fase del “risiko bancario” caratterizzata da fenomeni di aggregazione di banche italiane che, altrimenti, individualmente, con più difficoltà potrebbero mantenere sostenibilità e profittabilità nel lungo periodo. Le pressioni alla ricerca di maggiore efficienza da parte delle banche, d’altra parte, non provengono solo dalla progressiva apertura dei mercati, ma anche dal quadro di tassi di interesse molto vicini allo zero e, soprattutto, dalle trasformazioni tecnologiche.

 

Non è un mistero che siamo nell’epoca del fintech (le imprese fornitrici di servizi finanziari digitali) oltre che dei Big Tech, le grandi multinazionali della logistica che stanno diventando (anche) delle banche esse stesse. E’ quindi inevitabile che le banche tradizionali non solo dovranno crescere in dimensione, ma dovranno cambiare, in parte, la loro natura, il modello di business e la gamma di servizi offerti.

 

Da questo punto di vista le imprese finanziarie italiane non si collocano ai primi posti, ma non stanno messe malissimo. Negli ultimi anni sono proliferate le imprese finanziarie legate alle nuove tecnologie. Sono imprese in alcuni casi generate dalle stesse banche tradizionali, in altri casi sono nascite autonome, segno di vitalità e capacità innovativa. In questo contesto la dinamica dei mercati finanziari e del panorama bancario sarà inevitabilmente di tipo qualitativo oltre che quantitativo. Tutto ciò guidato dalla vera spinta di fondo dei mercati globalizzati (finanziari e non solo). Il fatto è che la principale fonte di valore sta diventando l’informazione: il “dato”.

 

In questo quadro generale, in cui i tassi di interesse vicini allo zero comprimono fortemente i margini di intermediazione, i driver delle trasformazioni nel sistema bancario e finanziario (non solo in Italia) saranno due. 

 

Dal lato della “domanda” il rapporto con i consumatori di servizi finanziari (le famiglie e le imprese) sarà più sofisticato e personalizzato. Dal lato dell’“offerta” la produzione di servizi finanziari sarà sempre più intensiva di tecnologia e sempre meno intensiva di lavoro.

 

Da qui uno degli aspetti più controversi del processo di trasformazione del sistema bancario (non solo in Italia), il flusso di esuberi e la chiusura di sportelli. In Italia la gestione degli esuberi è finora avvenuta in maniera relativamente “tranquilla”, con l’utilizzo delle uscite volontarie, agevolate da strumenti messi a disposizione dal sistema bancario stesso. La chiusura degli sportelli è di più difficile gestione visto il ruolo del legame con il territorio che nel caso italiano storicamente caratterizza il sistema bancario. Ma il nuovo scenario tecnologico avrà anche bisogno di capitale umano più sofisticato e più specializzato per estrarre il valore nello sfruttamento dei dati. Tale capitale umano di nuova generazione è a oggi insufficiente. Occorre con urgenza rivedere il sistema di formazione delle nuove competenze. Il sistema bancario in Italia ha fatto molta strada dai tempi delle crisi che hanno caratterizzato gli anni del recente passato. La fragilità delle banche è fortemente diminuita come indica la significativa riduzione delle sofferenze e il rafforzamento del capitale. Il quadro normativo, dopo la riforma delle banche popolari, e quella delle banche di credito cooperativo, favorisce sia le aggregazioni che, attraverso i “gruppi”, la conciliazione delle economie di scala con i legami con il territorio. Ci sono le condizioni per un processo di consolidamento “virtuoso” guidato da incentivi di mercato. Da questo punto di vista l’operazione Intesa Sanpaolo-Ubi può agire da detonatore positivo. Nei prossimi mesi potremo forse assistere a nuove operazioni di consolidamento anche se ci sono voci scettiche sulla capacità delle medie banche italiane di seguire l’esempio di Intesa Sanpaolo-Ubi. Ma la dinamica di trasformazione europea, globale, tecnologica è in cammino e restare fermi non è un’opzione sostenibile.

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