Fabrizio Barca (foto LaPresse)

Eredità di cittadinanza

Sandro Brusco

Da sinistra Fabrizio Barca propone di elargire un bonus di 15 mila euro ai 18enni. Problemi di coperture a parte, ci sono modi migliori per ridurre le disuguaglianze

Alcuni giorni fa Fabrizio Barca ha pubblicizzato con un certo successo la proposta del Forum Disuguaglianza e Diversità (FDD) relativo a un trasferimento di 15 mila euro, che nella proposta viene chiamato “eredità universale”, da effettuare a tutti i cittadini al compimento del diciottesimo anno. Lo scopo di questo articolo è quello di valutare più attentamente la proposta, in particolare riguardo a due aspetti. Primo, sono sufficienti le copertura indicate? Secondo, è questo il modo migliore per affrontare la disuguaglianza di opportunità che caratterizza la società italiana? Nella discussione faremo riferimento al documento pubblicato dal FDD sul suo sito, da cui trarremo il grosso delle valutazioni quantitative.

 

Come reperire le risorse

In base ai dati forniti dal Forum Disuguaglianza e Diversità, ogni anno 590 mila giovani compiono 18 anni. Se a ciascuno di essi venissero dati 15 mila euro, la spesa complessiva sarebbe quindi pari a circa 8,85 miliardi di euro, una cifra intorno allo 0,5 per cento del pil. Ci sono alcuni dettagli che, almeno a me, non sono risultati interamente chiari, in particolare se il requisito per l’eredità universale sia la cittadinanza o la residenza (i cittadini italiani che vivono da varie generazioni in Argentina e che non hanno mai messo piede in Italia hanno diritto all’eredità universale? Gli stranieri che vivono in Italia dalla nascita ma che al compimento del diciottesimo anno non hanno ancora acquisito la cittadinanza hanno diritto all’eredità universale?) ma sono appunto dettagli che per il momento possiamo ignorare. Prendiamo dunque per buona la stima di spesa indicata dal FDD.

 

E’ forte il rischio che la somma venga sprecata dal neo 18enne. Sarebbe molto meglio abbassare le tasse per i redditi da lavoro più bassi

Bisogna dare atto agli estensori della proposta che, a differenza della cialtroneria imperante (vedi ad esempio Quota 100) delle forze politiche che propongono nuove spese glissando completamente sulle coperture, vi è molta chiarezza sul fatto che questa nuova spesa andrebbe finanziata interamente mediante un aumento della pressione fiscale. In particolare la proposta è quella di riformare completamente l’imposta sulle donazioni e sull’eredità, aumentando la base imponibile e rendendola fortemente progressiva.

 

Rimando alla proposta originale per i dettagli, qui cercherò di fare un riassunto necessariamente incompleto. Primo, la base imponibile è data da tutte le donazioni ricevute in vita più l’eredità. Si sommano quindi tutti i regali ricevuti insieme all’eredità e si consolida il tutto in una unica cifra, detta il vantaggio ricevuto. Tale cifra viene quindi tassata in modo progressivo. Nulla è dovuto se la cifra è inferiore a 500 mila euro. Tra 500 mila e un milione si applica il 5 per cento. Tra un milione e 5 milioni si applica il 25 per cento. Infine, oltre i 5 milioni si applica il 50 per cento.

 

Un paio di commenti prima di discutere delle stime di gettito. Primo, l’idea di sommare donazioni ed eredità per costituire la base imponibile appare molto sensata dal punto di vista astratto ma, almeno per quanto riguarda le donazioni, molto difficile da mettere in atto e molto facile da eludere. Consideriamo, per esempio, il caso di una famiglia che intenda regalare un’auto al proprio figlio. L’auto può essere intestata al figlio, nel qual caso sarebbe una donazione su cui applicare a tempo debito l’imposta, oppure a uno dei genitori, pur restando nella piena disponibilità del figlio. Nel secondo caso il vantaggio ricevuto dal figlio resterebbe non tassato. Oppure consideriamo il caso di una famiglia che compra un appartamento in una città dove la figlia compie gli studi universitari e poi permette alla figlia di usare la casa. Tale vantaggio non verrebbe tassato, mentre verrebbe tassato, per esempio, un bonifico bancario dato alla figlia per poter pagare l’affitto a terzi. Questi sono solo i primi due esempi che mi sono venuti in mente, tanti altri sono possibili. Resta inoltre la possibilità di effettuare trasferimenti in contanti anziché in altre forme più tracciabili. In altre parole, per buone che siano le intenzioni degli autori della proposta e per sensato che sia il quadro concettuale a cui fanno riferimento, è improbabile che la parte delle donazioni inter vivos possa giocare un ruolo importante nella raccolta di gettito.

 

La seconda osservazione riguarda i problemi di valutazione e di liquidità. Se si eredita una quota di fondo d’investimento, o titoli di stato, per un valore di 7 milioni la tassa richiesta sarà di 2 milioni e 25 mila euro. Trattandosi di titoli finanziari facilmente scambiabili sul mercato, la cosa non crea grossi problemi (a parte il fatto, naturalmente, che a nessuno piace privarsi di 2 milioni e passa). Il valore dei titoli è facilmente determinato guardando al prezzo di mercato e non sorgono problemi di liquidità dal momento che è facile vendere parte dell’eredità. Le cose sono naturalmente molto diverse se i 7 milioni sono il valore di un’azienda di piccole-medie dimensioni. In primo luogo, assegnare un valore all’azienda è un compito molto più complicato. In secondo luogo, anche ammesso di essere in grado di individuare correttamente il valore, reperire i soldi per pagare l’imposta può non essere un compito facile. Questo problema è riconosciuto dagli autori della proposta, che infatti si ripromette di studiare eccezioni relative ai “trasferimenti di piccole imprese di famiglia” prevedendo “un regime speciale di dilazione del pagamento lungo un arco di 5-10 anni”. La mia impressione è però che il problema sia gravemente sottostimato. La ricchezza liquida è la più facile da nascondere all’estero, per cui le attività illiquide, come le piccole imprese familiari, costituiranno una quota sproporzionata della base imponibile rispetto al loro effettivo peso. Il documento auspica un maggior coordinamento a livello internazionale per prevenire l’occultamento della ricchezza. Anche se si è fatto qualche progresso lungo questa dimensione, sinceramente eviterei di trattenere il fiato in attesa di sviluppi decisivi.

 

La tassa sull’eredità colpirà gli immobili e ci sono due criticità nel trasferimento: è una tantum e non incentiva la creazione di reddito

La mia impressione è che gli estensori della proposta siano coscienti dei problemi sopra menzionati, e questo si riflette nelle loro stime di gettito. Secondo gli autori la nuova imposta sui vantaggi ricevuti coprirebbe “una quota stimata fra 1,4 e 5,2 miliardi (fra 16 e 59 per cento delle uscite)”. Si tratta di una variazione enorme (5,2 è quasi quattro volte 1,4) e gli autori spiegano molto chiaramente qual è la principale fonte di incertezza: il gettito varierà “a seconda che le rendite catastali rimangano invariate ovvero siano aggiornate per avvicinare i valori catastali a quelli di mercato”. In altre parole, per poter contribuire in modo significativo, ma comunque inferiore al 60 per cento, al finanziamento della eredità universale, la nuova imposta colpirebbe principalmente gli immobili. Cosa decisamente poco sorprendente, visto che gran parte della ricchezza delle famiglie italiane è appunto costituita da immobili.

 

Gli autori sono convinti che l’introduzione dell’eredità universale creerebbe sostegno politico all’aumentata tassazione degli immobili. Sulla scorta delle vicissitudini riguardanti le varie imposte sugli immobili messe in atto negli ultimi 20 anni, io mi permetto di essere più scettico al riguardo. Siamo però al di fuori del mio campo di competenza, che è l’economia e non la psicologia sociale, per cui non mi azzardo a fare ulteriori considerazioni sul tema. Comunque vada questa aumentata tassazione che colpirà soprattutto gli immobili, resta il fatto che una quota rilevante della nuova spesa, che va dal 41 per cento nel caso più ottimista all’84 per cento nel caso più pessimista, resterà priva di copertura. Su come reperire queste, non piccole, risorse gli autori sono estremamente poco convincenti. Tanto per dire, c’è il solito richiamo a “un inasprimento della lotta all’evasione fiscale” e alla “emersione della ricchezza nascosta nei paradisi fiscali”. Francamente, questo non è serio ed è la parte più debole della proposta.

 

Come trasferire le risorse

Veniamo ora al secondo punto. Ammesso di aver risolto i problemi di finanziamento, è veramente questo il modo migliore per diminuire la disuguaglianza di opportunità esistente oggi in Italia? Ossia, se veramente avessimo 8,85 miliardi di euro da spendere per ridurre il gap di opportunità, come li dovremmo spendere?

 

Comincio con il dire che apprezzo molto l’idea del trasferimento incondizionale. E’ semplice e comprensibile (che non è una particolare virtù dal punto di vista economico ma che è cruciale per costruire consenso politico), non richiede particolare sovrastruttura burocratica ed elimina la possibilità di manipolazione (al contrario dell’imposta sui vantaggi ricevuti, di cui abbiamo parlato al punto precedente). Ci sono due cose che invece non apprezzo. La prima è l’idea del trasferimento una tantum. La seconda è la scelta di trasferire in un modo che non incentiva la creazione di reddito.

 

Per capire il primo problema, compariamo un trasferimento di 15 mila euro al compimento dei 18 anni con l’erogazione di una somma mensile per 10 anni dello stesso valore (ipotizzando un rendimento del capitale nullo). Il secondo caso equivale all’erogazione di 125 euro al mese fino al ventottesimo anno. Il rischio principale nel primo caso è che, nelle mani di agenti economici ancora inesperti, la somma venga sprecata in operazioni chiaramente subottimali, tipo l’acquisto di azioni della locale banca in difficoltà finanziarie. Il rischio principale nel secondo caso è che, in presenza di mercati finanziari fortemente imperfetti, l’agente economico non sia in grado di ottenere la somma necessaria per ottenere l’avvio di una attività imprenditoriale, o altra spesa che aumenta il benessere sociale (per esempio aiutare i genitori a ristrutturare la casa). Il trade-off dipende da un lato da quanto riteniamo siano ben informati i diciottenni sui temi economici e finanziari, dall’altro su quanto riteniamo siano imperfetti i mercati finanziari. Non ho dati “duri” al riguardo. Per introspezione (ossia, pensando a quanto capivo di economia e finanza a 18 anni) tenderei a considerare il primo pericolo il più grave, per cui preferirei l’erogazione della somma nel tempo anziché in unica soluzione. Ma mi rendo conto che su questo punto le opinioni, in attesa di dati più chiari, possono divergere. La promessa della eredità universale in blocco ha sicuramente il vantaggio di attrarre maggiormente l’attenzione degli elettori, cosa importante quando si fanno proposte politiche, ma di nuovo sconfiniamo nel campo della psicologia sociale, che non è il mio.

 

Il secondo problema è a mio avviso molto più serio. Se si hanno 9 miliardi da spendere per ridurre le disuguaglianze di opportunità, e limitando l’attenzione a tasse e trasferimenti monetari, ci sono modi molto più efficaci e ugualmente semplici dal punto di vista amministrativo per raggiungere l’obiettivo. Un trasferimento di 15 mila euro al compimento dei 18 anni ha due effetti sull’efficienza economica, uno positivo e uno negativo, che sono le due facce della stessa medaglia. Da un lato, mediante un tradizionale “effetto reddito” tende a scoraggiare l’offerta di lavoro. Dall’altro tende a favorire un miglior incontro tra le capacità del lavoratore e le necessità del datore di lavoro. In parole povere, se il mio sogno è fare il barista e sono effettivamente bravo a farlo, i soldi addizionali mi permetteranno di non esser costretto ad accettare una offerta di lavoro da pizzaiolo solo per paura di restare senza soldi. Alla fine riuscirò a trovare il mio lavoro preferito, che svolgerò meglio e con maggiore soddisfazione per tutti. Questo è un bene per la società. Non è mai facile quantificare questi effetti, ma è lecito sospettare che non siano particolarmente forti. Se veramente sono spinto ad accettare un lavoro subottimale per paura di restare senza soldi è difficile che siano 125 euro al mese (o meno, se prendiamo un orizzonte più lungo dei 10 anni) a farmi cambiare idea. Al netto, è probabile che effetti positivi e negativi più o meno si compensino.

 

I 9 miliardi potrebbero invece essere usati per ridurre le tasse per i redditi da lavoro più bassi. Un modo semplice e già sperimentato è quello di ridurre la contribuzione, per esempio esentando dai contributi i primi 3 mila euro annui guadagnati. Simili provvedimenti sono stati presi nel passato e si sono rivelati efficaci nel far crescere l’occupazione, soprattutto l’occupazione regolare a tempo indeterminato. Altri e simili provvedimenti sono possibili, usando schemi di sussidio alla partecipazione alla forza lavoro sul modello della Earned Income Tax Credit (Eitc) statunitense, o generalizzando e rendendo incondizionale il sussidio per coniuge a carico, che costituisce un freno specialmente all’occupazione femminile. Sono tutte forme di attacco alla disuguaglianza delle opportunità decisamente meno vistose e su cui è meno facile costruire consenso politico, ma credo assai più efficaci.

 

Sandro Brusco è professore di Economia alla Stony Brook University di New York.

La proposta del Forum Disuguaglianza e Diversità è disponibile qui.

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