I costi di Atlantia in caso di revoca e i rischi per l'Italia di un'Ilva 2

Ugo Bertone

La holding che controlla Autostrade per l’Italia è finita in fondo agli indici di gradimento del mercato. Il pericolo di uno scontro legale con il governo

Roma. Il siluro che ieri mattina ha colpito Atlantia, l’ammiraglia un tempo inaffondabile della flotta Benetton, ha provocato danni per quasi 600 milioni di euro. Almeno questo è il prezzo pagato in termini di minor capitalizzazione del colosso autostradale, valutato ieri sera in Piazza Affari attorno ai 17,3 miliardi di euro, una stima da saldi di fine stagione se si pensa che la media degli analisti, italiani e non, che seguono il titolo attribuisce ancor oggi ad Atlantia un valore reale (secondo i fondamentali) di 24,9 euro per azione contro poco più di 20 euro della chiusura. Insomma, in un mercato euforico, in cui gli operatori si strappano di mano le azioni più sicure e redditizie, la holding che controlla Autostrade per l’Italia è finita in fondo agli indici di gradimento del mercato, con grave scorno per gli investitori italiani e non, gestori di fondi ma anche cassettisti che avevano puntato ad occhi chiusi su quello che, fino alla tragedia del ponte Morandi, sembrava in investimento blindato ampiamente garantito da più di 3 mila chilometri di asfalto. Al contrario, Atlantia rischia di far la fine di un castello di carte investito da più tempeste, a partire dalla revoca della concessione, da cui deriva il trenta per cento dei ricavi della multinazionale. Un “cigno nero” che ha ormai preso forma sulle scrivanie delle agenzie di rating, la prima vera spada di Damocle che incombe sulla concessionaria.

 

Il vero allarme in Borsa, collegato al rischio del ritiro della concessione, è infatti scattato la scorsa settimana con la decisione di Fitch, seguita da quella di S&P, di decretare il downgrade di quella che era tra le più solide blue chip di casa nostra. Un bel guaio perché, come ha spiegato un comunicato del gruppo, “la decisione di Fitch” di abbassare il rating di Atlantia e delle controllate Autostrade per l’Italia e Aeroporti di Roma, unitamente ad analoga azione recentemente presa da un’altra agenzia di rating, potrebbe determinare, come potenziale effetto, la richiesta da parte della Banca europea per gli investimenti e della Cassa depositi e prestiti del ripagamento anticipato di prestiti erogati ad Autostrade per l’Italia per un importo di circa euro 2,1 miliardi di cui circa 1,8 miliardi garantiti da Atlantia, con conseguente assorbimento di linee di credito di Atlantia e di Autostrade per l’Italia”.

   

E non è finita qui la valanga scatenata dalla modifica del Milleproroghe (e peggiorato dai downgrade da parte delle agenzie di rating). A confermarlo, in occasione della presentazione a Milano degli outlook 2020 di S&P, è stato Renato Panichi, responsabile dei giudizi sul merito di credito, che ha spiegato che per un aggiornamento sulla pagella di Atlantia e delle sue controllate bisognerà ovviamente capire gli sviluppi sul lato della revoca delle concessioni e della liquidità. "Nel caso il governo proceda con la revoca della concessione di Aspi – si legge su un report di Equita Sim, uno dei principali protagonisti del mercato finanziario italiano – si aprirebbe uno scenario di scontro legale fra Atlantia e il governo che potrebbe essere molto lungo e con rischi significativi per Atlantia legati alla gestione del contenzioso stesso, alla definizione dell’indennizzo e alla situazione di liquidità di Aspi, alle garanzie di Atlantia rispetto ai bond holder di Aspi”.

    

Insomma, ci sono in ballo ci sono oltre 5 miliardi di bond garantiti dalla holding che, con il peggioramento del merito di credito, potrebbero dover esser rimborsati i tempi rapidi. Già Ubs annotava nei giorni scorsi una possibile fase di tensione legata all’ammontare dell’indennizzo e alla tempistica: l’esposizione finanziaria di Atlantia costituisce un rischio anche se gli altri asset in portafoglio (Adr, Abertis, Hocthief, Getlink) sono di grande valore, al punto da annullare in pratica il rischio fallimento anche nell’ipotesi più negativa, specie di fronte alla prospettiva che l’eventuale indennizzo fermi attorno a 6-7 miliardi, ben lontano dai 23 rivendicati in un primo momento. Anche a tener conto delle possibili manovre finanziarie per attutire il colpo: la cessione di una quota al fondo F2i, ad esempio, senz’altro interessato alla partita come rileva Gianni Mion, eminenza grigia della finanza di casa Benetton, potrebbe anche procedere alla cessione di una quota di Adr, molto appetita, o di Telepass, altra gallina dalle uova d’oro.

 

Ma, al di là dei danni al business del gruppo Benetton, il vero problema riguarda la residua credibilità della Corporate Italia, già gravemente compromessa dalla vicenda Ilva. Non sarebbe facile spiegare ai grandi soci di Atlantia (ma anche ai piccoli) la scelta di far pagare loro il prezzo per il crollo del ponte Morandi. E non a caso gli azionisti più illustri, dal fondo sovrano di Singapore al cinese Silk Road, si sono già fatti sentire a Bruxelles dove è anche arrivata la lettera di Atlantia sulla modifica delle concessioni autostradali indirizzata al vicepresidente della commissione Valdis Dombroskies ed alla responsabile alla Concorrenza Margrethe Verstager.

 

L’unica cosa certa, a questo punto, è che la partita non si chiuderà in tempi brevi e, intanto, ancora una volta l’Italia dimostra di essere un terreno incerto per gli investitori esteri per l’attitudine a modificare le regole del gioco in corsa.

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