Genova e lo show dell'Italia che ce la fa

Claudio Cerasa

Il miracolo del nuovo Ponte Morandi è lì a mostrare un carattere spesso sottovalutato del nostro paese: saper far funzionare le cose. Come? Per esempio non trasformando ogni giorno l’immobilismo nell’unica forma di legalità consentita. Lezioni per il futuro

Sono passate da pochi minuti le quattordici di ieri pomeriggio quando la prima maxi trave del nuovo viadotto Morandi – 1.800 tonnellate di acciaio distribuite su una lunghezza di circa cento metri, che equivalgono alle dimensioni di un campo da calcio – viene poggiata tra i piloni numero otto e numero nove del ponte progettato da Renzo Piano. A diciotto mesi esatti dal crollo del 14 agosto del 2018 – e a sette mesi dall’inizio dei lavori – lo spettacolare innalzamento dell’impalcato avviene più o meno in contemporanea con la conclusione dei lavori del diciassettesimo pilone, sui diciotto complessivi, e al momento la struttura orizzontale del ponte arriva a misurare circa 500 metri sui 1.067 complessivi.

 

Tutti gli impalcati, secondo il cronoprogramma dei lavori, dovrebbero essere in quota entro il prossimo 20 marzo e se così sarà la data del 20 giugno – il giorno dopo il solstizio d’estate, data individuata come termine finale dei lavori, il ponte che arriva come uno spesso raggio di sole – potrebbe essere davvero rispettata. Renzo Piano, recentemente, ha avuto modo dire che nell’efficientissimo Giappone per fare un ponte del genere ci vogliono almeno tre anni mentre l’Italia sta dimostrando che un ponte del genere lo può fare in un anno. Le parole di Renzo Piano possono essere utilizzate per indignarsi ulteriormente – ah, lo vedete che quando si vuole le cose si possono fare – ma possono essere usate anche per fare altro e per riflettere per esempio su quali sono le condizioni giuste per portare alla luce un carattere italiano spesso sottovalutato: sapere far funzionare le cose.

 

Nel caso specifico, le lezioni che si possono trarre dal piccolo miracolo genovese sono almeno due. La prima è di natura strategica, la seconda è di natura tecnica. La lezione strategica ci dice banalmente che quando soggetti politici di diversa estrazione mettono da parte le proprie divisioni per concentrarsi su un obiettivo – pensate al caso delle Olimpiadi: fuggite dall’Italia anche a causa dell’ostilità di un partito populista che non le voleva nella sua città e tornate in Italia, seppure in versione invernale, grazie alla triangolazione tra soggetti politici di diversa estrazione che sono riusciti a mettere insieme un governo a trazione grillina, una città amministrata dal Pd e una regione amministrata dalla Lega – i risultati di solito arrivano. E la storia del ponte Morandi è una storia in cui per la prima volta da anni il pubblico, il privato, il populismo e l’antipopulismo sono riusciti a trovare un punto di incontro perfetto per dare la possibilità a un piccolo esercito formato da 1.500 persone tra operai, ingegneri e tecnici di realizzare in tempi da record un’opera destinata a essere cruciale non solo per la viabilità del nostro paese.

 

I soggetti in questione, oltre a Renzo Piano, che ha disegnato il progetto, controllato dai certificatori del Rina, sono Fincantieri, Italferr, Salini e Impregilo, ma sono anche il presidente della regione, Giovanni Toti, e il sindaco di Genova, Marco Bucci, rispettivamente commissario per l’emergenza e per la ricostruzione del Ponte Morandi, nominati all’epoca del governo gialloverde, e rispettivamente alla guida di giunte di centrodestra.

 

“Chi sta lavorando al nuovo ponte”, ha detto ieri giustamente Giovanni Toti, “sta facendo un piccolo miracolo, dimostrare al paese che quando si vuole, le cose si possono fare”. Saper fare sistema è un buon punto di partenza ma non è un punto d’arrivo. E qui arriviamo alla seconda piccola lezione ricavata dalla storia di Genova. Ed è una storia che ci ricorda quali sono i due fattori presenti che hanno permesso di velocizzare i lavori. Tanto per cominciare, la presenza non di uno ma di due commissari ha creato una condizione straordinaria, forse senza precedenti, che ha permesso ai coordinatori dei lavori di muoversi con assoluta e totale libertà potendo derogare, a partire dal codice degli appalti, tutte le norme dell’ordinamento italiano, a esclusione di quelle penali, e ponendo come unico paletto i princìpi inderogabili dell’Unione europea e quelli costituzionali.

 

Sia Toti sia Bucci hanno riconosciuto in questi mesi che la legislazione speciale prevista per il caso del ponte Morandi ha permesso di fare quello che mai sarebbe stato possibile fare in altre condizioni – Toti ieri al telefono ci ha ricordato che solitamente gli organismi regionali virtuosi tra la programmazione di un progetto e l’apertura di un cantiere hanno bisogno di almeno due anni e mezzo, mentre gli organismi meno virtuosi possono impiegare tra i quattro e i cinque anni – ma i punti di vista del governatore ligure e del sindaco di Genova non sono certo lì a testimoniare che tutta l’Italia dovrebbe essere commissariata. Sono lì a testimoniare qualcosa di diverso: i danni prodotti al paese da una burocrazia soffocante che ha trasformato l’immobilismo nell’unica forma di onestà consentita. Toti e Bucci sostengono che se i presidenti di regione e i sindaci avessero in mano poteri di legislazione più forti rispetto a quelli che hanno oggi avrebbero maggiori opportunità per riuscire a spendere i famosi 130 miliardi già stanziati in giro per l’Italia su progetti cantierabili che, nessuno capisce perché, non riescono a essere sbloccati – e per evitare magari che di fronte a ogni appalto assegnato vi sia il tradizionale ricorso al Tar da parte del secondo classificato. 

 

Questo è certamente un punto ma estendere i poteri in un paese ben corazzato contro la diffusione dei pieni poteri non è semplice e il piccolo prodigio di Genova, se vogliamo, è lì a ricordarci che un’Italia che ha bisogno in media di tre anni per realizzare opere inferiori ai 100 mila euro e di quasi sedici anni per realizzare grandi progetti di valore superiore ai 100 milioni avrebbe l’urgenza di trasformare Genova in quello che diciotto mesi fa sarebbe stato difficile immaginare: il simbolo, senza retorica, di un’Italia che quando vuole sa cosa bisogna fare per superare un trauma, rimettersi in carreggiata e ricominciare a correre. Evviva il nuovo ponte Morandi.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.