Perché la neutralità climatica cambierà l'industria europea

Mariarosaria Marchesano

Il Green Deal e i costi della transizione energetica. Le riflessioni di Suarez (Mediobanca) e Pogutz (Bocconi)

Milano. “Ci sono due modi per interpretare il Green Deal della Commissione europea. Il primo è di tipo negazionista: è uno statement politico, con poche proposte concrete, che alla fine non porterà a nulla. Il secondo è che la politica europea ha preso atto di una richiesta di cambiamento che viene dalla società, dai consumatori ma anche dagli investitori, e la asseconda fornendo un indirizzo strategico. Penso che il secondo sia il più corretto”. Javier Suarez è uno dei responsabili del team di analisti di Mediobanca Securities, la divisione di ricerca azionaria di Piazzetta Cuccia, che segue da tempo anche i temi della finanza legata alla transizione energetica e ai cambiamenti climatici. Dopo aver studiato il piano presentato mercoledì dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e dal suo vice, Frans Timmermans, al Parlamento di Strasburgo, non ha dubbi sul fatto che è iniziato un processo “irreversibile” che porterà a un “cambio strutturale dell’industria europea”.

 

 

La sostenibilità ambientale non è una novità per tante aziende del settore energetico, come per esempio Enel e Iberdrola, ma anche del largo consumo, come Barilla e Unilever, che da anni hanno impostato una strategia di crescita che va in questa direzione. Ma quella che fino a oggi è stata una tendenza, talvolta solo una politica di marketing, viene incanalata dalla Commissione europea in un percorso strutturato che coinvolgerà in modo trasversale il mondo produttivo. “L’Europa si muove verso un nuovo modello di crescita basato sulla neutralità climatica. Non comprendere questo cambiamento, per un’azienda, equivale ad arretrare”, osserva Suarez. In pratica, tanto per far un esempio, è come se l’Olivetti, quando sono stati inventati i computer, invece che modificare la sua strategia, avesse deciso di continuare a produrre e vendere macchine da scrivere. “Quello che più mi ha colpito è il senso di urgenza che la commissione europea ha voluto trasmettere mettendo il Green Deal al centro dell’agenda politica che prevede tre tappe molto ravvicinate: la stesura di una legge sul clima già entro marzo 2020, la valutazione d’impatto nei diversi settori per la prossima estate e la definizione di obiettivi specifici al vertice di Glasgow che si terrà a novembre”, prosegue l’analista di Mediobanca.

 

 

Ma tutta questa urgenza non rischia di mettere a repentaglio la competitività dell’industria europea nel mondo? Chi paga i costi della transizione energetica? “Anche la transizione digitale ha comportato un cambiamento epocale, con tante aziende e posti di lavoro che sono stati spazzati via dalle nuove tecnologie e nessuno ha mai pensato che questo processo potesse essere fermato”, osserva Stefano Pogutz, economista della Bocconi, esperto di corporate sustainability, “Le transizioni economiche comportano sempre dei costi. Ma credo che il piano presentato dalla Commissione europea sia sostenibile grazie ai massicci investimenti in innovazione previsti che in prospettiva fanno diminuire i costi necessari a cambiare i modelli di business delle imprese”. Ed è questo un punto fondamentale. Non si può negare, infatti, che fare dell’Europa il primo continente neutro dal punto di vista climatico comporterà anche un salto culturale, tant’è che Pogutz sta lavorando a un progetto internazionale (per ora riservato) che coinvolgerà le più grandi scuole di management del mondo (compresa la Bocconi) visto che ci sarà bisogno di formare i manager “green” del futuro. “Non esagero nel dire che si prepara un mutamento genetico delle aziende – prosegue l’economista – Se un’industria automobilistica vorrà essere carbon neutral non basterà che lo dichiari, ma dovrà chiedere a tutte le imprese di componentistica che lavorano nel suo indotto, da chi fornisce i freni ai rivestimenti, di fare lo stesso, cioè di ridurre progressivamente le emissioni inquinanti. Ci sarà un impatto su intere filiere produttive”. Anche il ricorso al credito ne verrà influenzato. “Le imprese saranno sempre di più giudicate finanziabili in base alla loro capacità di programmare investimenti che riducano l’impatto ambientale o addirittura favoriscano l’ambiente. Oggi vediamo già un esempio di questa tendenza con i green bond, che ricevono sul mercato una domanda di sottoscrizioni spesso superiore alle obbligazioni tradizionali”.

 

D’ora in poi, dunque, l’ambiente diventa una variabile strategica per un’azienda a prescindere dal settore di appartenenza. Secondo l’indirizzo dato dal piano della Commissione europea, le imprese dovrebbero permettere ai consumatori di scegliere prodotti riutilizzabili e riparabili oltre che ridurre le emissioni, perché decarbonizzazione ed economia circolare camminano di pari passo. Tutto questo comporterà un enorme sforzo finanziario per ridurre le emissioni del 55 per cento entro il 2030 e raggiungere l’obiettivo della neutralità dal punto di vista climatico per il 2050. La presidente von der Leyen ha indicato una stima di 260 miliardi di investimenti all’anno nei prossimi dieci anni per i quali sarà necessaria la mobilitazione dei settori pubblico e privato. Si calcola che almeno il 25 per cento del prossimo bilancio pluriennale europeo (2021-2027) dovrà essere destinato a questo tipo di azione che si avvarrà anche del contributo della Banca europea degli investimenti che ha già avviato iniziative di raccolta fondi presso investitori istituzionali. “La struttura finanziaria alla base del piano europeo deve ancora essere comunicata nei dettagli, ma è prevedibile che sarà giocata su più livelli con l’apporto di capitali privati – conferma l’analista di Mediobanca – Non dimentichiamo che i più grandi fondi d’investimento del mondo stanno allocando ingenti capitali sulla sostenibilità ambientale, dichiarando apertamente che la loro strategia è stata stimolata dalla domanda delle nuove generazioni”. I cosiddetti millennials, che nel mondo finanziario vengono ormai considerati i veri “decisori” di spesa considerata la loro capacità di influenzare i consumi.

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