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Dietro alla scelta di Unicredit di far pagare ai clienti i tassi negativi

Come si spiega la mossa di Mustier? Con la bassa redditività dei modelli organizzativi e con i vincoli alle politiche di remunerazione del capitale

11 Ottobre 2019 alle 08:29

Dietro alla scelta di Unicredit di far pagare ai clienti i tassi negativi

Jean Pierre Mustier (foto LaPresse)

Milano. La decisione dell’amministratore delegato di Unicredit, Jean Pierre Mustier, di girare a clienti con depositi sopra i 100 mila euro il costo dei tassi di deposito negativi è destinata a far discutere, tanto più che Mustier si è fatto carico di un annuncio scomodo che ha voluto commentare anche nella sua veste di presidente della Federazione dei bancari europei (Ebf) sottolineando quanto sia importante assicurare la trasmissione della politica monetaria della Banca centrale europea. Un passaggio non casuale, che potrebbe essere anche interpretato come un atto di “moral suasion” da parte di chi ricopre un ruolo di rappresentanza. Non è dunque da escludere che altre banche italiane ed europee decideranno in futuro di applicare tassi negativi alla clientela ricca, che quindi pagherebbe per tenere depositati i soldi, rendendo così diffusa una prassi per ora in voga solo in paesi come Germania, Svizzera e Danimarca. La domanda su se è chi seguirà l’esempio di Unicredit, però, sposta l’attenzione da un altro tema cruciale per il sistema bancario europeo che è più strutturale ed è rappresentato dalla bassa redditività legata ai modelli organizzativi, rispetto, per esempio, alla media delle banche americane, e dai vincoli alle politiche di remunerazione del capitale.

 

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La stessa Unicredit si appresta a presentare un nuovo piano industriale il 4 dicembre dal quale gli analisti finanziari si attendono passi in avanti sulla strada della semplificazione della struttura societaria. Una ricerca di Equita ha messo in evidenza che nonostante gli sforzi compiuti negli ultimi anni la complessità di Unicredit rimane ancora significativamente al di sopra della media europea. “L’esposizione del gruppo – presente in più di 10 paesi europei – si traduce in significativi così di gestione, ovvero 830 milioni di euro di oneri sistemici, corrispondenti al 18 per cento circa del reddito netto”, spiegano gli analisti di Equita aggiungendo: “Siamo sempre stati scettici sui benefici della diversificazione della gestione di attività macroeconomiche nei paesi vicini e molto integrati dell’Unione europea, di conseguenza vediamo con favore una concentrazione della presenza di Unicredit in selezionate aree geografiche”. Sempre Equita prevede che il sistema bancario italiano dovrebbe presto beneficiare di un incremento di profitti grazie alla drastica riduzione dello spread tra Btp e Bund.

 

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Proprio questa valutazione fa sorgere un altro interrogativo: se la minor pressione dello spread sovrano può compensare l’effetto erosivo degli utili generato dai tassi di deposito negativi decisi dalla Bce perché allora le banche del nostro paese dovrebbero scaricare sui clienti questo maggior costo? Una spiegazione potrebbe risiedere nella difficoltà di attuare politiche di dividendo soddisfacenti per gli azionisti a causa delle stringenti regole di vigilanza europee. Questo aspetto viene messo in gran risalto da un’analisi della banca d’affari americana Goldman Sachs, che dopo aver esaminato una cinquantina di istituti di credito europei, si domanda se l’attuale contesto normativo non abbia in realtà creato nelle sfere dirigenziali delle banche dei disincentivi alla remunerazione del capitale. “La banca è autorizzata pagare un dividendo?”, si domanda Goldman Sachs alla luce del fatto che esistono molteplici freni alla distribuzione di capitale che deve essere autorizzata dagli organismi di vigilanza anche in concomitanza con gli obblighi di derisking e di mantenimento di riserve di capitale. “Possono permettersi le banche europee di sostenere gli attuali livelli di dividendi?”: la domanda che pone Goldman Sachs potrebbe spiegare la crescente pressione a cui i ceo delle banche sono sottoposti con il rischio che comincino a drenare risorse da clienti a cui applicano i tassi negativi con l’impegno a offrire come alternativa soluzioni d’investimento in fondi. Peccato che questa per il cliente dovrebbe essere una libera scelta e non una strada obbligata.

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