cerca

Il Foglio 48ore

Il bazar del consenso. I social come derivato del gioco politico

La marcia su Facebook di Salvini e il boom-bust del M5s. Se il tifo in rete è gonfiato dalla propaganda non corrisponde alla realtà e scoppia come una bolla. Vendere promesse fake crea danni reputazionali

8 Settembre 2019 alle 06:00

Il bazar del consenso.  I social  come derivato del gioco politico

Il murale dell' artista TvBoy intitolato 'La guerra dei social' con Luigi Di Maio e Matteo Salvini (LaPresse)

La cosa più singolare della crisi politica italiana non è che si è svolta in agosto e che sia stato necessario riaprire le Camere, richiamando i parlamentari da ferie nei luoghi più disparati. La maggiore singolarità è che la richiesta di elezioni anticipate, il successivo diniego e le soluzioni per rinviarle non si discutano principalmente in Parlamento e in conferenze stampa, ma sulla piattaforma Rousseau e prima ancora sui social media, specie Facebook e Twitter.

 

E’ interessante notare il tenore del dibattito sui social: come emerge dall’analisi della società di consulenza Utopia, su Twitter il sentimento principale verso la #crisidigoverno e il #governoContebis è stato di “disapprovazione”, a riprova che i social network sono adatti a veicolare con maggiore velocità soprattutto i sentimenti negativi. Questo benché l’ironia sia un atteggiamento molto “condiviso” dagli utenti dal momento che i profili satirici ricevono un grande numero di “likes”, ben più di quelli riservati agli statement dei politici. Dove c’è crisi, insomma, prosperano i “troll”.

 

Durante la crisi di governo emerge su tutti, nel bene e nel male, il leader della Lega Matteo Salvini, protagonista della rottura. Come si sa i suoi fan lo chiamano “il capitano” e l’8 di agosto ha chiesto le dimissioni del premier Giuseppe Conte ed è stato sconfitto con la ricerca della alleanza tra Partito democratico e Movimento 5 stelle. L’ascesa dei seguaci di Salvini su Facebook fra il marzo 2018 e il luglio-agosto 2019 è stata vertiginosa: 2 milioni di “likes” al suo profilo nel marzo 2018, secondo Il Sole 24 Ore, che diventano 3,5 milioni nel marzo 2019 e 3,749 nell’agosto.

 

Infografica di Enrico Cicchetti (clicca sull'immagine per ingrandirla)


 

La nostra teoria è che l’ascesa dei “likes” sia un’ascesa simile a quella dei “derivati” dei mutui immobiliari subprime che ha generato il boom economico americano e mondiale del 2007 e la successiva crisi. I derivati in questione erano derivati di derivati, composti di derivati di mutui immobiliari, garantiti da immobili fra loro diversi, di diversi soggetti, contratti in epoche diverse, a tasso fisso o variabile. Il trasferimento di tali mutui dai bilanci delle banche a intermediari finanziari specializzati, con la creazione di titoli compositi opachi, il fatto che le agenzie di rating non ne valutarono in modo appropriato il rischio, e l’adozione di una contabilità fondata sul principio del ragionevole valore di mercato (dipesa dal fatto che in periodo di boom gli immobili crescono di valore, insieme al fatto che i regolatori e supervisori del mercato finanziario omisero di intervenire per correggere le debolezze che ciò generava nel sistema bancario e per gli altri operatori finanziari che avevano in portafoglio i subprime) ha creato il crac dopo il boom, con una serie di rebus da risolvere. Allo stesso modo l’utilizzo dei social media nel mercato politico allo scopo di avere un rapporto diretto con il pubblico degli elettori dà vita a “derivati politici” delle attività parlamentari o anche di propaganda. L’uso dei social media può avere un grande successo, come i derivati dei mutui subprime, che però quando sono slegati dalla realtà politica danno luogo a “bolle” che possono poi scoppiare, perché non corrispondono affatto a quello che rappresentano. Il livello di gradimento inoltre può essere molto gonfiato e può scoppiare quando viene spinto a dismisura nel bazar social del consenso: così come il mercato dei mutui subprime è stato inflazionato dalle banche d’affari che li intermediavano, così il battage comunicativo, realizzato anche attraverso account robot, può arrivare a nauseare l’utente che non ripaga più gli interessi, ovvero i “likes”, al suo venditore.

  

Le strategie di comunicazione politica, basate sui social media, possono essere analizzate anche con lo schema analitico della strategia omni-channel, adottata nell’e-commerce, con la struttura circolare in cui ciò che compare nei social media tramite gli smartphone è una rappresentazione mediatica del prodotto reale del negozio, che non necessariamente vi corrisponde. Anche le comunicazioni dirette al pubblico degli elettori, tramite i social social con il circuito omni-channel possono essere paragonabili ai derivati dei mutui immobiliari subprime, che si sono gonfiati divenendo bolle finanziarie e poi si sono sgonfiati.

 

Che questo possa accadere ai derivati politici creati dai social media è dimostrato da due esempi di un passato recente, quello del Pd guidato di Matteo Renzi, divo dei socia media, e quello dei Cinque Stelle, l’attuale “lupus in fabula”. Di passare “dalle stalle alle stelle e poi di nuovo alle stalle” è accaduto al Pd in soli sei anni. Alle politiche del 2013 ottiene solo 25,43 per cento – la coalizione che esso guida arriva al 29,55 per cento – con la lista alleata Scelta civica arriva al 39,89. Alle Europee del 2018 con Renzi premier, il Pd ottiene, da solo, il 40,8. Cade al 18,7 per cento nelle politiche del 2018 perché Renzi, ha fatto la mossa sbagliata di presentarsi come uomo solo al comando, in rapporto diretto col popolo. Renzi va nell’ombra. Il Pd si riprende, ma poco, nelle Europee del 2019. Dalle Stelle alle stalle in anni sei anche per il M5s, il partito che più presente di tutti nei social media. Il 25,76 per cento alle politiche del 2013 e il 21,16 alle Europee del 2014. Poi il volo al 33,68 nelle politiche del 2018 e il 17,7 per cento alle Europee del 2019. Questo perché la promessa mediatica era in contrasto con la realtà del partito al governo: una bolla che è scoppiata.

 

Salvini ha cercato di capitalizzare i suoi consensi sui social media (non solo Facebook, ma anche Instagram e Twitter) nel periodo di picco, chiedendo il #votosubito. Ma lo ha fatto in ritardo e con una comunicazione erratica, in cui ha chiesto pieni poteri come capo della Lega senza però avere il sostegno degli altri partiti di centrodestra. Ha dunque preferito seguire il consenso riferito da sondaggi e social network anziché cercare una maggioranza in Parlamento, con Forza Italia e Fratelli d’Italia, che gli consentisse di sfiduciare il governo Conte – cosa che infatti non ha potuto fare. Anche il leader della Lega si è affidato al sentimento dei social come fosse un derivato affidabile della realtà. Ovviamente non lo è. Così nel gioco politico parlamentare è ora possibile realizzare una coalizione rosso-gialla, mentre Salvini potrebbe accomodarsi (di malavoglia) all’opposizione.

 

Non solo. Salvini, dopo la requisitoria del premier Conte contro di lui, nel dibattito sulla rottura della fiducia al suo governo sbanda, il suo derivato scricchiola, e lui va a “zig zag”: prima dice che rifarebbe tutto quel che ha fatto – non se ne pente – poi cerca di rappacificarsi con l’ex alleato Luigi Di Maio affermando che è d’accordo sul votare prima il taglio ai parlamentari per andare subito dopo al voto. Poi aggiunge due affermazioni economico-finanziarie fra loro contraddittorie e in sé surreali: prospetta una manovra di 50 miliardi in gran parte in deficit per dare uno choc all’economia in un rinnovato governo Conte che prima voleva sfiduciare. Conte ha comunque dato le dimissioni, ma non per decisione del “capitano”.

 

Salvini però ha fatto il suo intervento in Parlamento con una diretta su Facebook usando una tecnica omni-channel, ovvero ha usato il canale che più si presta ad amplificare il messaggio. Tuttavia il risultato non è stato quello di dilatare il consenso a suo favore, ma quello di amplificare l’effetto negativo dei suoi errori di comunicazione. L’utente ha visto sul suo smartphone l’offerta politica salviniana così come lui l’ha messa in mostra nel suo “negozio” virtuale ma poi il prodotto – il “voto subito” – non era immediatamente verificabile dall’utente, infatti non esisteva. Era una scatola vuota perché il “capitano” ha dato l’impressione di avere i pieni poteri quando invece non aveva nemmeno una coalizione pronta per poterlo fare. Ha venduto olio di serpente. Chi si fiderebbe ancora a entrare nel bazar di Salvini?

 

Tutto ciò non suggerisce che la comunicazione in rete sia in sé un modo errato di fare politica e neppure che i derivati semplici e compositi siano in sé strumenti finanziari perversi o che, in genere, la finanziarizzazione dell’economia e la democrazia in rete, tramite lo smartphone, il tablet, il computer siano lo sterco del demonio. Al contrario, ciò semplicemente suggerisce che la comunicazione in rete sia cross-channel, ossia un processo circolare guidato dalle sedi della democrazia rappresentativa con un utilizzo della rete. Un utilizzo che però non dia la priorità ai tweet e ai post su Facebook, ovvero all’emotività della piazza, ma che si basi sui contenuti, come Instagram che è molto usato dalle case di moda per influenzare le vendite e molto utilizzato anche dal (bis)premier Conte.

 

L’esperienza di Salvini dimostra che i social possono essere un derivato storto della realtà perché non restituiscono un’immagine veritiera del consenso popolare e questo può essere dannoso in due modi per i politici: in primis porta a prendere decisioni emotive e induce a commettere errori e poi ci dice che mostrare prodotti diversi da quelli che si possono vendere all’utente comporta un danno reputazionale difficilmente riparabile.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi