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Guerre rare, ossia la lotta per la supremazia delle miniere

Dietro alla disputa commerciale tra America e Cina c’è la contesa per l’estrazione di metalli strategici per armi, rinnovabili ed elettronica. Un’epopea post petrolifera in cui il vaso di coccio è l’Europa

7 Luglio 2019 alle 06:10

Guerre rare, ossia la lotta per la supremazia delle miniere

foto LaPresse

Quello dei metalli estratti dalle terre rare – il gruppo di diciassette minerali necessari alla filiera elettronica e digitale e all’industria ad alto contenuto tecnologico come il litio, il rame e il cobalto – sta diventando il filone geopolitico che lega gli interessi delle grandi multinazionali e dell’industria con i destini degli stati, scalzando dal trono quello che per antonomasia è stato il padrone di queste dinamiche: il petrolio. Così come l’oro nero ha disegnato gli assetti di potere ridistribuendo i rapporti di forza verso gli stati petroliferi (gli stati rentier per utilizzare la definizione dell’economista Hazem Beblawi), formando cartelli – vedi quello dell’Opec – e alleanze più o meno a geometria variabile, oggi una nuova corsa ai minerali, ai metalli delle terre rare per alimentare la frenetica corsa, o rincorsa, alla rivoluzione tecnologica ed energetica verde, sta tracciando nuovi e forse inediti assetti.

  

Come quello che ha legato in questi giorni, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, con il premier canadese, Justin Trudeau (i due hanno due visioni politiche completamente opposte) per il lancio di un piano di collaborazione tra i due paesi sui minerali critici, come ha riferito la stessa Casa Bianca in un comunicato dopo l’incontro tra i due leader. Sia Washington sia Ottawa sono sempre più preoccupati dalla loro dipendenza dalle importazioni di minerali da quello che è diventato ormai il principale player del settore, la Cina (nel periodo 2014-2017 circa l’80 per cento dell’import di metalli rari degli Stati Uniti viene dal Dragone) soprattutto dopo che Pechino ha minacciato di utilizzare i metalli rari come leva nella guerra commerciale contro l’America. L’alleanza geopolitica voluta da Washington sul controllo dei minerali, oltre al Canada, passa anche per l’Australia, altro importante attore minerario. A primi di giugno i tre paesi hanno avviato una iniziativa per la gestione delle risorse energetiche sotto l’egida del Dipartimento di stato americano. Come hanno sottolineato i rappresentanti di Foggy Bottom al lancio dell’iniziativa, oltre l’80 per cento della catena di forniture globali di elementi di terre rare è controllato da un solo paese ed è evidente a tutti che il ricorso ad una sola fonte aumenta il rischio legato alle interruzioni delle forniture. Frank Fannon, assistente per le risorse energetiche del Segretario di stato americano, ha dichiarato di recente in un’intervista che le tensioni con la Cina mostrano che gli Stati Uniti dovrebbero produrre minerali terrestri rari e aiutare gli altri paesi ad avere un approvvigionamento più diversificato. Fannon e il Dipartimento di stato hanno lanciato un dato allarmante: la domanda di minerali energetici critici (ovvero sensibili per l’industria ad alto contenuto tecnologico come quella militare) potrebbe aumentare di quasi il 1.000 per cento entro il 2050.

 


Infografica di Enrico Cicchetti (clicca sull'immagine per allargare)


  

Per dare un’idea della strategicità dei metalli rari per il complesso militare-industriale americano, aziende come la Raytheon, la Lockheed Martin, la Bae Systems, che producono missili e sistemi d’arma, dipendono dall’approvvigionamento di metalli delle terre rare nei loro sistemi di guida e sensori telemetrici. La stessa Apple utilizza elementi delle terre rare per gli altoparlanti degli smartphone e dei computer delle telecamere e per i sistemi di vibrazione dei telefonini. Più in generale, ogni arma avanzata dell’arsenale degli Stati Uniti – dai missili Tomahawk al jet da combattimento F-35 ai cacciatorpediniere e incrociatori equipaggiati con sistemi di combattimento Aegis – fa affidamento su componenti realizzati usando elementi di terre rare, inclusi oggetti come magneti permanenti e leghe specializzate prodotte quasi esclusivamente in Cina. Ancora più preoccupante è che la fornitura a lungo termine di bombe e munizioni teleguidate, anche in caso di rifornimenti immediati nei teatri di guerra dove sono impegnati gli Stati Uniti, dipende essenzialmente dalla volontà della Cina di assicurare un costante flusso di materie prime necessarie. Fino ad ora Pechino non si è mai tirata indietro, ma cosa potrebbe succedere in caso contrario? La leva del ‘ricatto’ geopolitico è altissima.

 

Come sostiene il giornalista francese Guillame Pitron, nel suo libro “La guerra dei metalli rari” (pubblicato in Italia da Luiss University Press, 2019), una delle principali criticità legate alle guerre geopolitiche sui metalli è quella dell’abbandono delle politiche pubbliche di sovranità minerale. In passato, infatti, una delle principali leve di potere di una nazione consisteva nello sfruttare le proprie risorse vitali o, in loro mancanza, nel fare di tutto per garantirsene il rifornimento fuori dalle proprie frontiere. Secondo Pitron, al contrario, nessuna delle due regole principali da millenni alla base delle strategie di indipendenza energetica ed industriale degli Stati nazione – sfruttare le proprie risorse per sé stessi o assicurarsi consegne stabili attraverso i mari – vengono oggi applicate ai metalli rari. In questo senso solo la Cina ha mantenuto, con perspicacia, una logica di tipo statalista.

 

Ogni anno la United States Geological Survey (Usgs), un’Agenzia controllata dal dipartimento degli Interni degli Stati Uniti la cui funzione è studiare le risorse minerarie, pubblica un rapporto di importanza capitale, il Mineral Commodity Summaries. Novanta materie prime indispensabili alle nostre economie moderne sono passate al setaccio dagli analisti. Per più di duecento pagine si susseguono statistiche riguardanti le risorse disponibili, le riserve mondiali e, soprattutto, la distribuzione del loro sfruttamento nel mondo. L’ultimo indice è allarmante: l’Usgs ci informa che Pechino produce il 44 per cento dell’indio consumato nel mondo, il 55 per cento del vanadio, quasi il 65 per cento della fluorite e della grafite naturale, il 71 per cento del germanio e il 77 per cento dell’antimonio. Tutti metalli essenziali per il funzionamento degli apparati elettronici più diffusi.

 

In merito al possibile potere di ricatto di Pechino nei confronti degli Stati Uniti e al rischio che i cinesi possano ‘spegnere’ le capacità militari e tecnologiche americane, dice al Foglio Dario Fabbri, responsabile per gli Stati Uniti di Limes, “nel campo delle terre rare la Cina possiede una capacità di ricatto limitata. Qualora smettesse di esportare verso gli Stati Uniti creerebbe scompiglio per due, tre mesi. Non oltre”. Secondo Fabbri, che esporrà queste tesi il 4 luglio a Roma al dibattito “La sfida delle terre rare e la competizione scientifica tra Usa, Europa e Cina”, presso il Centro Studi Americani, “gli Stati Uniti possiedono terre rare e sono in grado di estrarle senza difficoltà. Nel 2014 ne hanno estratto più di 19 mila tonnellate nella miniera di Mountain Pass in California, quasi quanto ne necessita il paese annualmente. Prima di smettere per gli elevati costi, non solo ambientali. Dunque no, non esiste un rischio di switch off dell’indotto industriale o militare. Se non nel brevissimo periodo”, conclude il ricercatore.

 

Un caso totalmente opposto a quello americano, e potenzialmente molto pericoloso, è quello dell’Europa. Secondo Andrew Bloodworth, direttore scientifico dei minerali del British Geological Survey, la preoccupazione a lungo termine per i produttori europei, sarà l’aumento del volume di metalli rari richiesto per continuare ad alimentare la produzione industriale, soprattutto quella automobilistica. La rivoluzione dell’auto elettrica, che si basa sui magneti elettrici che contengono elementi di terre rare, potrebbe colpire l’industria automobilistica tedesca, francese e italiana, secondo Bloodworth. La maggior parte della produzione interna dell’Unione di metalli avviene in Francia (afnio), Germania (Gallio), Norvegia (silicio metallico) e Finlandia (cobalto). Ma stiamo parlando di percentuali molto basse, mediamente del 3 per cento sul totale mondiale della produzione, rispetto al peso della Cina (67 per cento). Dal lancio, nel 2009, dell’iniziativa sui metalli grezzi, la Commissione europea ha intensificato gli sforzi per garantire all’Unione europea un approvvigionamento di minerali sicuro e stabile. Nonostante questo, l’Europa importa ancora l’85 per cento delle sue materie prime critiche dall’estero, con un ruolo predominante della Cina.

 

Un altro attore che si affaccia nella contesa geopolitica dei metalli rari è poi la Russia. Di recente, Vladimir Putin ha spinto Mosca ha sviluppare la propria produzione di metalli rari, definendola “una questione di fondamentale importanza per la capacità di difesa del paese”, ricordando anche il peso del proprio paese nel mercato: la Russia, secondo l’Usgs è al quarto posto nel mondo per riserve di metalli preziosi. Uno dei più grandi progetti minerari russi è stato avviato di recente da TriArk, impresa di proprietà del miliardario russo Alexander Nesis e dal gigante statale russo Rostec, per lo sviluppo di un progetto minerario nella Russia orientale per la produzione di circa 14 mila tonnellate di ferroniobio e 16 mila tonnellate di ossidi di metalli all’anno. TriArk prevede di estrarre il primo materiale dal deposito Tomtor nel 2022 e avere un prodotto pronto per la vendita entro l'anno successivo. Tuttavia, il sito ha subito numerosi ritardi a causa delle difficoltà nell'estrazione del minerale. Il Cremlino (in compagnia di Washington), sta dunque provando a rincorrere faticosamente la Cina in questa guerra dei metalli che, complice anche l’inerzia dei paesi occidentali che stanno progressivamente perdendo la loro battaglia per la sovranità mineraria, rischia di ridisegnare pesantemente i nuovi equilibri del mondo.

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