Paris romantique

Marina Valensise

La città di Chateaubriand e Baudelaire era una vecchia cortigiana piena di sogni e passioni Tra intrighi e giochi di potere, non ha mai rinunciato alla sua arte. Una mostra nostalgica

La Parigi romantica che si sveglia sotto l’occupazione dei cosacchi di Alessandro I, all’indomani della sfortunata campagna di Francia voluta da Napoleone, è una città di seicentomila abitanti. Una città ancora rurale, circondata di boschi, prati verdi, fattorie, dove la speculazione immobiliare è al di là da venire. L’enorme tela di George Arnald del 1822 la dipinge dall’alto della collina Montmartre, come avrebbe potuto vederla Rastignac, il provinciale ambizioso della “Comédie humaine” di Balzac, che appena “monté”, lancia alla città il suo urlo di sfida: “A nous deux, maintenant”. Placida e rigogliosa come una vecchia cortigiana sfinita, Parigi all’epoca viveva ancora entro i confini dell’Ancien Régime, incastonata in una banlieue perfettamente bucolica. In pochi anni avrebbe quasi raddoppiato la popolazione, sino a toccare il milione di abitanti verso il 1850.

 

Una mostra a tappe che parla di una stagione in cui le menti pensanti sognavano all’unisono. La comune storia d’Europa

 

Era la Parigi di Chateaubriand, genio romantico per antonomasia, della sua bellissima musa, Madame Récamier, che riceveva in una casetta su un giardinetto della rue de Sèvres, ma anche la città d’elezione di Rossini, che si trasferì in pianta stabile e smise di comporre, di Maria Malibran, la leggendaria soprano mezzo spagnola morta a 28 anni per una caduta da cavallo, di Giuditta Pasta, che strapopolava, di Vincenzo Bellini, che per lei aveva scritto la “Norma”, e di Heine e Liszt, di Dickens e Turgenev… Insomma, una città di sogno, piena di colori e di passioni, palpitante di vita e di creazione, che appare un serbatoio di nostalgia a noi che duecent’anni dopo la riviviamo a occhi grazie a una spettacolare mostra a tappe, “Paris Romantique”, inaugurata in maggio e aperta fino al 22 settembre. Così, passeggiando per vari quartieri, dal Petit Palais al Musée de la Vie Romantique, dai saloni delle Tuileries alla galleria di Palais Royal, attraversando il Louvre e il Quartiere latino, il mito di Parigi si rinnova per la gioia del turista e del flâneur. Uno sforzo colossale, infatti, ha riunito più di seicento opere, tra dipinti, sculture, ma anche vestiti d’epoca, mobili, oggetti d’arredo, per questa esibizione che è un tuffo nel passato, anzi è un invito a nuotare controcorrente, per risalire la corrente della comune storia d’Europa e attingere a una stagione in cui le menti pensanti sognavano all’unisono, coltivando gli stessi ideali, credendo in un futuro pieno di promesse, lottando insieme per la bellezza e la libertà. Niente di più lontano dalla mestizia del tempo presente, dove la coscienza europea, o quel che ne resta della coscienza comune, sembra frastornata da spinte distruttive, smarrita dalla mancanza di certezze, e afflitta dalla sfiducia e dalla fine dell’autostima. 

 

Eppure, neanche quelli del Paris romantique erano tempi facili. Immaginatevi lo choc dei parigini davanti all’invasione dagli eserciti della Sesta coalizione, dopo quindici anni di successi militari e di conquiste napoleoniche. C’è un quadro che apre la mostra al Grand Palais e spiega tutto, è “La Barriera di Clichy” dipinta da Horace Vernet nel 1820. Racconta l’eroica difesa di Parigi, il 30 marzo 1814, contro l’assalto dei cosacchi dello zar di Russia. La guardia nazionale, una compagine raffazzonata di studenti, invalidi, borghesi senza esperienza, combatté per tutta la notte, e Vernet, che era uno specialista nel genere militare – noto anche per essere stato l’amante della sua modella Olimpia Péllissier prima che costei venisse impalmata in seconde nozze da Gioachino Rossini – dipinse una scena caotica, fra barricate improvvisate, colonne di fumo, soldati feriti, e in primo piano una specie di zingarella discinta che ti fissa negli occhi, con un bambino in grembo e dietro un cane che forse è una capretta, e accanto due soldati tramortiti per terra con davanti un materasso a quadri arrotolato. Finita i tempi della gloria militare, del tronfio splendore delle coorti rivoluzionarie napoleoniche in marcia verso la vittoria.

 

La resa di Parigi fu firmata dal generale Marmont all’alba del 31 marzo, ma in realtà gli era stata estorta da Talleyrand, che da tempo tramava nell’ombra per il ritorno dei Borbone sul trono e presentandosi nottetempo a casa sua convinse il Maresciallo dell’Impero a issare bandiera bianca, per scongiurare la battaglia per le strade della città, mentre i vincitori alleati della Sesta coalizione invitavano il Senato a designare un governo provvisorio. Nel caos generale, il ministro degli Esteri, Armand de Caulaincourt, già ambasciatore a San Pietroburgo e perciò amico dello zar, ma fedelissimo di Bonaparte, che intanto s’era asserragliato nel castello di Fontainbleau, tentò il tutto per tutto per cercare di sventare gli intrighi di Talleyrand. “Il diplomatico della disperazione”, come l’avrebbe definito Adolphe Thiers, si giocò persino la carta della reggenza da affidare alla moglie di Napoleone, che era pur sempre l’arciduchessa Maria Luisa d’Austria. Ma Alessandro I non voleva saperne e insisteva nell’invocare “la volontà della Francia”, mentre era solo una pedina nelle mani di Talleyrand, che con la scusa diabolica di una bomba all’Eliseo, era riuscito ad averlo ospite in casa sua, cedendogli il primo piano del palazzo in rue Saint Florentin.

 

Un’istantanea di quello che fu l’occupazione russa è offerta da un acquarello del 1914, opera di Georg Emanuel Opitz, che ritrae una sfilata di cosacchi intabarrati nelle divise imperiali color azzurro cielo, con tanto di baffi e colbacchi e stivaloni, l’aria strafottente di chi tenta il rimorchio. Chi aspira al decoro formale, troverà pane per i suoi denti nel “Passaggio dei sovrani alleati davanti alla porta Saint Denis”, olio su tela di Jean Zippel, dove lo zar di Russia, il re di Prussia, Federico Guglielmo III, e il principe di Schwarzenberg, per l’imperatore d’Austria, sfilano in alta uniforme a cavallo lungo i boulevard, fra una schiera di parigini in festa. Dopo l’umiliazione, il sollievo per la fine della guerra, e persino l’allegria della parata di teste coronate.

 

Una topografia dei salotti letterari nella Parigi del primo Ottocento, e i ritratti sensazionali di poeti e scrittori. Il Club des Hashischins

 

Il clima cambia e pure rapidamente nella Parigi romantica, “une ville qui change plus vite, hélas, que le coeur d’un mortel”, come trent’anni dopo scriverà Baudelaire, che era nato nel 1821. In quindici anni, sul trono della monarchia restaurata, si avvicendano due re, fratelli sopravvissuti del Borbone ghigliottinato nel 1793, finché nel luglio 1830 non scoppia una nuova rivoluzione, che Paul Carpentier dipinge all’alba del 29 luglio coi generosi insorti eroici che prendono a sassate le truppe reali, e sfilano le munizioni dalle tasche dei caduti, scansando col piede le monete d’argento. Sul trono sale Luigi Filippo d’Orléans, cugino anglofilo dei Borbone e re costituzionale, ritratto in un altro quadro nel suo splendore da patriarca borghese circondato dalla sorella Adelaide e dagli otto figli avuti dalla moglie napoletana, alias Maria Amelia delle Due Sicilie, figlia del re Ferdinando IV e di Maria Carolina d’Austria (e dunque nipote dell’ex regina di Francia Maria Antonietta). Da notare, in Luigi Filippo, re di Luglio, l’aria soddisfatta del perfetto cretino che farà impazzire Tocqueville di ritorno dall’America, come racconterà in uno degli episodi più divertenti dei “Souvenirs”.

 

Col re borghese la vita di corte cambia passo: finita l’epoca solenne e fastosa dei grandi ricevimenti a Versailles. La corte adesso vive comodamente alle Tuileries, ma l’attenzione è tutta per la cultura e l’arte e soprattutto per storia. Ecco infatti la secondogenita del re, Marie d’Orléans, che Prosper Lafaye ritrae nel 1838, nel suo appartamento in stile medievale e rinascimentale, allora molto in voga grazie anche a Viollet le Duc, mentre sfoglia un manoscritto miniato su un leggio tardogotico. Pittrice e scultrice, Marie d’Orléans era un’allieva di Ary Scheffer, che la dipinse in una specie di saio grigio, l’aria assorta e lievemente tetra, davanti a una scultura, forse opera sua.

 

Non erano anni facili. L’invasione della Sesta coalizione, dopo quindici anni di successi militari e conquiste napoleoniche

Di Ary Scheffer, l’olandese locupletato da Luigi Filippo e a lui fedelissimo, si deve visitare la casa in rue Chaptal, altra tappa della mostra parigina, trasformata da trent’anni in Musée de la vie Romantique grazie al lascito dei suoi ultimi discendenti e del nipote acquisito Ernest Renan, grande storico delle religioni e teorico della nazione, come plebiscito di ogni giorno. La casa si trova nel IX arrondissement, di fronte al palazzo dove cent’anni dopo avrebbe vissuto Serge Gainsbourg da bambino. E’ oggi una delle grandi attrattive della Nouvelle Athènes, il quartiere nato ai tempi della monarchia orleanista invadendo e annettendo i giardini dei conventi sulle  pendici di Montmartre. E’ una delle poche case che si è salvata dalla furia della speculazione, e dove si respira ancora l’intimità molto formale del romanticismo, felice stagione in cui gli artisti erano considerati semi-divinità e i potenti facevano a gara per conquistarseli. Lì troverete un bellissimo ritratto di Maria Amelia d’Orléans, dipinto dal fedelissimo Scheffer a Claremont in Inghilterra, quando era ormai un’ex regina in esilio, deposta dalla Rivoluzione del 1848, e in lutto stretto per la morte del marito. Lì troverete anche molti dei mobili appartenuti a George Sand e i suoi cimeli più cari, come l’anello che portava sempre al dito, uno zaffiro circondato da brillantini, ereditato dalla nonna Marie Aurore de Saxe che l’aveva a sua volta ricevuto in dono dalla cugina, madre di Luigi XVI. Salendo al primo piano si scoprono “les dendrites”, i famosi acquarelli realizzati schiacciando con una foglia i colori su una carta da disegno umida, per tirarne fuori dei paesaggi immaginari. E sempre lì in quella romantica casetta di legno su due piani, potrete scoprire il bellissimo ritratto della Malibran, nei panni di Desdemona per l’“Otello” di Rossini, dipinto nel 1831 da François Bouchot.

 

Nel luglio 1830 scoppia una nuova rivoluzione, che Paul Carpentier dipinge con gli insorti che prendono a sassate le truppe reali

E ancora, dovrete solo attraversare il giardino e scendere pochi gradini per entrare dentro al famoso l’atelier, dipinto meravigliosamente nel 1851 da Johannes Lammes, dove Ary Scheffer ogni  venerdì riceveva artisti (Chopin, Delacroix, Rossini, Gounod, Liszt), politici (Thiers, Béranger,  Henri Martin), scrittori (Sand, Turgenev, Dickens, Lamennais) e dove oggi è allestita un’altra sezione di questa mostra tentacolare, con la topografia dei salotti letterari nella Parigi del  primo Ottocento, e i ritratti sensazionali di poeti e scrittori. Ecco allora il  ritratto di Chateaubriand in alta uniforme da pari di Francia, con capelli brizzolati e sul petto onorificenze a non finire, opera di Pierre-Louis Delaval nel 1828. Ecco la sua adorata Juliette de Récamier, riversa sulla chaise longue nel suo salotto tappezzato di libri all’Abbaye-aux Bois, ritratto del 1826 di François Louis Dejuinne. Ecco Théophile Gautier molto compito, sebbene in preda all’hashish, nell’imponente tela di Auguste de Châtillon, e infine Baudelaire, suo compagno di avventure nei paradisi artificiali, ritratto a 23 anni, magrissimo, i capelli scarmigliati, la posa da dandy stralunato e l’occhio strafatto. Il pittore era un suo amico intimo, Emile Deroy, che realizzò quel ritratto dopo solo quattro sedute di posa all’Hôtel Pimodan, dove Baudelaire viveva, sul Quai d’Anjou all’Ile Saint Louis, sede all’epoca del “Club des Hashischins”.

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