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Non c’è una ragione nello stato aviatore

Tria ha gli stessi dubbi di un privato a entrare in Alitalia. Quindi perché farlo?

4 Maggio 2019 alle 06:09

Non c’è una ragione nello stato aviatore

Foto LaPresse

Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha dimostrato che da parte dello stato c’è la stessa cautela di un investitore privato a mettere quattrini in Alitalia, una compagnia aerea sempre allo stremo. “Il problema è avere un piano industriale serio”, ha detto al Foglio. In fondo è lo stesso dubbio che si potrebbe porre un investitore straniero – Lufthansa aveva posto il problema prima di lasciare le trattative. Anche un investitore italiano può condividere le perplessità. Atlantia, tirata in ballo dal governo per partecipare al salvataggio con Ferrovie dello stato, Mef e Delta, ha sì fornito indicazioni per un futuro piano industriale (vista l’esperienza nel settore aeroportuale con Aeroporti di Roma), ma è condivisibile la cautela della holding dei Benetton nell’imbarcarsi. La strategia dell’Alitalia di stato non è chiara. E’ possibile fare volare una compagnia pubblica senza un partner industriale nell’aviazione? C’è l’americana Delta (con un 10 per cento probabile di quote) ma basta a garantire un rilancio?

   

“Può essere anche corretto che lo stato metta dei fondi per sostenere una società nuova – dice Tria – Il punto è avere una nuova società che non vada in perdita. E non solo perché sono soldi pubblici e non vanno buttati. Ma anche perché non serve mettere soldi in un’impresa che va in perdita e che tra un anno fallisce. Lo stato quindi può entrare a condizione che sia un progetto che non vada in perdita”. Anche qui, il dubbio di Tria è comune a quello di un qualsiasi investitore che usa denaro degli azionisti: per dire, nel 2018 Alitalia ha perso 700 milioni, un investimento di pari ammontare appianerebbe solo le perdite. E, senza contare che il prestito pubblico di 900 milioni non verrà mai restituito ai contribuenti – per decisione del governo –, ci sono assicurazioni che Alitalia sarà profittevole? Non proprio. “Secondo le regole europee deve essere una società che opera nelle regole di mercato. Anche una società al cento per cento dello stato deve operare sul mercato”. In due anni di commissariamento, Alitalia ha perso quote di mercato, dietro ai player internazionali e alle low cost. Sappiamo già come potrebbe proseguire il viaggio dello stato padrone della compagnia di bandiera. Conviene?

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