I conservator-sovranisti riflettono nuovi conflitti economici, la sinistra no

Guido Tabellini

Così sinistra e sindacati si sono persi la nuova lotta di classe nata dopo la crisi. Un guaio

Le celebrazioni per la festa del lavoro evidenziano un paradosso. Il nostro paese sta vivendo uno dei momenti più cupi della sua storia economica, e il lavoro è il primo a farne le spese. Eppure i partiti di sinistra e le organizzazioni sindacali non sono mai stati così in difficoltà come in questo periodo. Come è possibile? In passato, quando i lavoratori erano in difficoltà, si rivolgevano a sinistra per chiedere sostegno e protezione. Ora succede il contrario. Gli strati più deboli della popolazione sono attratti da piattaforme politiche nazionaliste e conservatrici in campo sociale. Perché questa svolta? Una possibile risposta riguarda l’offerta politica: i partiti di sinistra hanno tradito la loro missione e non si sono accorti dei cambiamenti in atto. Questa è la tesi sostenuta ad esempio dal politologo inglese Tony Judt, in un libro lungimirante scritto nel 2010 poco prima di morire (“Guasto è il Mondo”, La Terza). Sedotti dalle idee liberiste sull’efficienza dei mercati, i partiti socialisti e socialdemocratici non hanno saputo difendere i veri interessi delle classi più deboli. Inoltre, spinti da una cultura progressista sui diritti civili, i partiti di sinistra non si sono accorti del risentimento di una parte importante della popolazione contro gli immigrati e contro politiche ritenute troppo progressiste in campo sociale e civile. Il risultato è che ora, in molte democrazie occidentali, il sostegno ai partiti socialdemocratici viene soprattutto dai cittadini più istruiti e anche ad alto reddito. Questo spostamento dell’offerta politica ha aperto un varco, che è stato poi occupato dai nuovi partiti populisti. Questa risposta è in molti aspetti persuasiva, ma guardare solo all’offerta politica non è sufficiente. Il successo dei partiti populisti e nazionalisti, a scapito dei partiti tradizionali di sinistra, è un fenomeno globale, comune a quasi tutte le democrazie avanzate. E’ possibile che tutti i politici socialdemocratici nel mondo occidentale abbiano preso un abbaglio così grosso? Perché nessuno si è accorto in tempo di cosa stava succedendo? Inoltre, non è affatto ovvio che le piattaforme politiche nazional-populiste siano una risposta adeguata all’insicurezza economica e alla disoccupazione. Cosa ci può guadagnare un giovane disoccupato o un imprenditore in difficoltà da politiche più ostili all’immigrazione, o più conservatrici in campo sociale? Per spiegare il successo della destra populista e la crisi della sinistra occorre pensare anche alla domanda politica, e non solo all’offerta dei partiti.

 

Una spiegazione alternativa delle trasformazioni politiche in corso, a mio giudizio più convincente, è che è cambiata la natura del conflitto economico. Il conflitto tra lavoro e capitale non è più rilevante. Il vero conflitto oggi è tra chi guadagna e chi perde dalla globalizzazione e dal progresso tecnico. Le nuove tecnologie e la globalizzazione hanno due conseguenze estremamente importanti. Primo, sono aumentati i vantaggi dell’essere grandi e all’avanguardia. Le imprese più grandi sono più produttive, riescono a sfruttare i vantaggi della globalizzazione, investono di più in ricerca e sviluppo e beneficiano maggiormente dal progresso tecnico. I piccoli restano indietro e non reggono la concorrenza. Secondo, sono diventate più rilevanti le conseguenze della localizzazione. In un mondo che è sempre più specializzato, e in cui la conoscenza e il capitale umano sono fattori di produzione essenziali, bisogna essere vicini a chi è all’avanguardia e a chi è più produttivo. Chi vive nei centri urbani più dinamici e innovativi cresce e realizza i suoi obiettivi. Chi resta nelle province più isolate è privo di opportunità.

 

Questi nuovi conflitti economici sono trasversali alla tradizionale divisione tra destra e sinistra, tra lavoro e capitale, o tra lavoro dipendente e autonomo. I vincenti sono gli individui istruiti, i ceti urbani, chi ha un lavoro nei settori più dinamici e innovativi, e chi è a contatto con le imprese più produttive e globali. I perdenti sono gli individui meno istruiti, ma anche i piccoli imprenditori, i lavoratori autonomi o i professionisti che vivono nelle zone meno dinamiche del paese. Perché meno integrati nell’economia globale e meno istruiti, i perdenti sono tendenzialmente anche più conservatori in campo sociale, più ostili all’internazionalizzazione e all’immigrazione.

 

Per questo essi si ritrovano nelle piattaforme politiche nazionaliste e conservatrici dei nuovi partiti populisti. L’acuirsi dei nuovi conflitti economici sta creando una nuova forma di “coscienza di classe”, o meglio una nuova identità politica, non più tra proletari e lavoratori in opposizione ai capitalisti, ma nei gruppi economici e sociali danneggiati dalla globalizzazione e dal progresso tecnico, che si contraddistinguono anche per i loro atteggiamenti conservatori in campo sociale e nei confronti dell’immigrazione.

 

Se quest’analisi è corretta, ne seguono due implicazioni importanti. La prima è che non assistiamo a fenomeni transitori. Il conflitto tra gruppi che si avvantaggiano e che sono danneggiati dalla globalizzazione e dal progresso tecnico è destinato ad acuirsi. L’asse destra vs sinistra perderà ulteriore rilevanza, mentre diventerà sempre più importante il conflitto tra forze nazionaliste vs cosmopolite. Nei paesi europei, questo conflitto riguarda innanzitutto gli atteggiamenti verso l’integrazione europea. In Italia ciò è particolarmente rilevante per i partiti tradizionali oggi all’opposizione. E’ difficile immaginare che un’opposizione efficace al governo gialloverde possa ricostruirsi lungo gli assi tradizionali destra e sinistra. Come è accaduto in Francia con Macron, un’opposizione efficace al populismo nazionalista deve organizzarsi su basi nuove, cercando consensi negli elettori che in passato erano sia di destra sia di sinistra, e che oggi sono a favore di un Italia più moderna e più integrata in Europa e nell’economia globale.

La seconda implicazione riguarda l’economia. Per tornare a crescere, non vi sono scorciatoie: l’Italia deve riuscire a trarre più vantaggio dal progresso tecnico e dalla globalizzazione. Questo vuol dire investire nei settori e nelle aree geografiche che sono all’avanguardia e che sono già più integrate nell’economia mondiale, facilitare la crescita delle imprese, indirizzare le risorse dove sono più produttive. Tutto ciò non è indolore. Le politiche più efficaci per avvicinare l’Italia all’Europa sono anche quelle che aumentano la distanza tra Milano e Napoli, tra aree avanzate e arretrate del paese. Per contrastare questi divari senza ostacolare la parte più moderna del paese, occorre investire di più in istruzione e far funzionare meglio la Pubblica amministrazione nelle aree disagiate. Più facile a dirsi che a farsi, purtroppo, soprattutto nei tempi brevi imposti dalla politica.

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