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Giocarsi il futuro o vincerlo. Il libro (realista) di Pier Carlo Padoan

Due scenari per l’Italia, tra soli quattro-cinque anni: fuori dall’euro, e quasi dall’Europa, o nel gruppo dei paesi migliori. Ma si decide adesso

12 Febbraio 2019 alle 11:40

Giocarsi il futuro o vincerlo. Il libro (realista) di Pier Carlo Padoan

Pier Carlo Padoan (foto laPresse)

Pubblichiamo ampi stralci del capito finale di “Il sentiero stretto… e oltre”, Pier Carlo Padoan. Il libro, una conversazione con il giornalista Dino Pesole, sarà in libreria da giovedì 14 febbraio, edito da Il Mulino (150 pagine, 14 euro). Economista, Pier Carlo Padoan è stato ministro dell’Economia e delle Finanze dal 22 febbraio 2014 al 1º giugno 2018, sotto i governi Renzi e Gentiloni.

 


 

Questa nostra conversazione, professor Padoan, si chiude con non poche incertezze per quel che riguarda lo stato attuale della nostra economia, come abbiamo ampiamente illustrato nelle pagine precedenti. Nei prossimi mesi sarà possibile capire quali sbocchi avrà avuto l’attuale contesto, sul fronte politico ed economico. Possiamo ora provare a immaginare quel che si prospetta per il nostro paese da qui ai prossimi anni?

Quando il testo di questa nostra conversazione sarà sotto gli occhi dei lettori, la crisi italiana, perché di crisi si tratta, avrà fatto dei passi avanti, si spera in una direzione positiva per il paese. Nel frattempo si avvicinano le elezioni europee ed è quindi facile immaginare un’accentuazione del clima di campagna elettorale, che peraltro non è mai veramente finita da quando il nuovo governo si è insediato. Invece di una conclusione proponiamo ai lettori due scenari da collocare più avanti nel tempo, diciamo quattro-cinque anni dopo le elezioni europee del 2019. Li immaginiamo in un contesto in cui il paese sia uscito dalla crisi e quindi abbia superato la fase attuale, nella consapevolezza che, ad oggi, la via di uscita dalla crisi non è affatto chiara. Oppure, per dirla in altri termini, le vie di uscita sono diverse. L’interesse di un tale esercizio è provare a immaginare due situazioni antitetiche fra loro, frutto di due percorsi diversi e necessariamente “estremi”. Il che naturalmente non esclude scenari intermedi che corrono però il rischio di accrescere l’isolamento e il declino del paese con la possibilità che la crisi sia semplicemente rinviata.

 

Bene, allora vediamo come si articola il primo scenario.

La parte conclusiva dell’intervista delinea “due situazioni antitetiche fra loro, frutto di due percorsi diversi e necessariamente “estremi”

Il primo è uno scenario “positivo”. E’ uno scenario di crescita più elevata di quella attuale, che viaggia verso il 2 per cento, in termini di crescita potenziale, e sta colmando il suo divario con l’Europa sia al Centro-Nord che al Sud del paese. In cui il debito rispetto al Pil si è collocato su un sentiero chiaramente declinante e il deficit va verso l’azzeramento. In cui la disoccupazione è scesa significativamente sotto le due cifre. In cui il sistema bancario ha lasciato dietro di sé i residui elementi di crisi e sono state portate a buon fine operazioni di consolidamento e di fusione. In cui gli investimenti pubblici hanno ripreso a crescere sia a livello nazionale che a livello locale. In cui la povertà si è fortemente ridotta e la pressione fiscale continua a calare. In cui gli indicatori finanziari, a cominciare dallo spread, sono in miglioramento e a livelli molto più sostenibili. Non si tratta di uno scenario fuori della portata del paese. E’ uno scenario in cui, dopo una fase di avvio, ha preso slancio un circolo virtuoso trainato da investimenti pubblici e privati, alimentati, i primi, da un meccanismo rinnovato nella progettazione e nella implementazione, i secondi, da una combinazione di misure strutturali – semplificazione amministrativa, accelerazione dei processi amministrativi, migliore qualità del capitale umano – e di agevolazioni fiscali, riduzione del cuneo fiscale, estensione e rafforzamento delle misure di “Impresa 4.0”. Questo circolo virtuoso ha effetti positivi sulla crescita sia di breve che di medio periodo, in particolare attraverso il rafforzamento e l’estensione del settore delle imprese esportatrici ben oltre il 20 per cento attuale. Dopo anni di stasi anche il settore edilizio partecipa all’incremento della domanda interna. L’aumento delle esportazioni e degli investimenti si accompagna a quello dei consumi delle famiglie, sostenuti dal mercato del lavoro rafforzato e dalla progressiva diminuzione della povertà, grazie anche a misure di sostegno alle famiglie e all’inclusione sociale.

  

Quali sono le condizioni che consentono al circolo virtuoso di affermarsi?

“L’isolamento dell’Italia in Europa fa pagare un prezzo anche su altri fronti”, come la sicurezza e la politica per l’immigrazione

Una interna e una esterna. La prima riguarda l’orizzonte temporale del governo, che si suppone sufficientemente lungo e stabile, almeno una legislatura, per consentire alle riforme di esplicare i propri effetti sulle scelte delle imprese e delle famiglie. La seconda prevede importanti riforme della governance europea, tra cui la disponibilità per i paesi della zona euro di uno spazio di bilancio aggiuntivo per investimenti, ma anche di meccanismi di sostegno alla disoccupazione ciclica, finanziati da un Fondo europeo dedicato. Certo se continuiamo con lo spread a 300 punti se non oltre, il rischio è una progressiva perdita di competitività, e quindi il declino.

 

Veniamo al secondo scenario che, si può immaginare, sarà di segno opposto.

Il secondo scenario vede il paese fuori dall’euro e appena uscito da un programma d’aggiustamento monitorato dalle istituzioni europee e dal Fondo monetario internazionale. E’ un’Italia con un debito molto più elevato, con una “nuova lira” che si è svalutata del 50 per cento rispetto all’euro, con bilanci delle banche devastati dalla caduta di valore delle attività, dei titoli di Stato ma anche dei crediti verso le imprese. Il basso valore azionario che ne consegue facilita le acquisizioni da parte di banche straniere. Il paese ha finalmente ripreso a crescere dopo la crisi, guidato dal le esportazioni alimentate dalla svalutazione ma frenate da un’inflazione molto più elevata di quella di oggi, con una base industriale ulteriormente indebolita. Quindi si tratta di una crescita insufficiente a trainare un’economia di 60 milioni di abitanti e a colmare il gap con l’Europa. Gli investimenti sono ripresi dopo una forte caduta a seguito del processo di uscita dalla moneta unica, ma i vincoli di bilancio non consentono ulteriori agevolazioni fiscali. L’occupazione non riparte e i consumi delle famiglie ne sono frenati. Programmi di assistenza ai più poveri soffrono per il vincolo alla politica di bilancio. D’altra parte i livelli tuttora elevati degli spread restringono ulteriormente lo spazio di bilancio del paese che sembra avviato verso una nuova fase di declino. In effetti l’Italia è impigliata in un circolo vizioso di minore crescita, debito che sale, lira che continua a svalutarsi, con inflazione elevata e quindi in grado di fornire sollievi solo temporanei alle imprese. Scarsi gli incentivi all’investimento e all’allargamento della base produttiva. Si tratta, appunto di uno scenario di declino.

 

Anche l’Europa ha le sue responsabilità in questo scenario di declino?

Uno scenario in cui prende slancio un circolo virtuoso non è impossibile, ma dipenderà dalle scelte di questo governo

Sì, perché ha preteso un programma di aggiustamento assai severo che ha portato a un arresto della crisi del debito sovrano ma solo a costo di una recessione molto dura e con disoccupazione crescente. In generale però l’economia europea non ha accelerato la sua crescita e l’occupazione rimane stagnante. L’isolamento dell’Italia in Europa fa pagare un prezzo anche su altri fronti, a cominciare dalla sicurezza e dalla politica per l’immigrazione. Dopo l’uscita dalla moneta unica in Italia si parla insistentemente di uscita dall’Unione europea. Se pur proiettati su un orizzonte temporale più lungo, si tratta comunque di due scenari radicalmente antitetici in cui la variabile politica è determinante. Il primo scenario riflette un quadro politico stabile e una strategia di medio-lungo periodo che permette al paese di rafforzarsi e di collocarsi su un sentiero più ampio ma anche tale da far guadagnare quota rapidamente e senza esitazioni. Il secondo riflette un’economia, e una società che rapidamente perde dinamismo e cerca, come purtroppo in altri periodi della sua storia, scorciatoie di corto respiro in cui le rigidità strutturali aumentano e si accumulano. Un sentiero scosceso che rischia di terminare in un precipizio. Come negli anni Settanta del secolo passato, instabilità economica, inflazione, stagnazione e instabilità sociale si intrecciano. La fragilità del paese cresce al pari della sua vulnerabilità a shock esterni, che non mancano di manifestarsi, anche perché in questo secondo scenario l’Europa è essa stessa fortemente indebolita, poiché il numero di governi a ispirazione sovranista e populista è significativamente aumentato e il clima determinato dalla guerra commerciale avviata dagli Stati Uniti di Trump si è esteso, con la conseguenza che l’economia mondiale ha perso molta della sua capacità di crescita.

 

Ma cosa determina l’affermarsi di uno scenario piuttosto che l’altro?

“Sul piano politico uno scenario benigno presuppone un ritorno al governo di forze europeiste e progressiste”. Le Europee del 2019

Questo è il punto, e anche il punto conclusivo della nostra conversazione. Quale scenario prevarrà dipende dagli eventi e dalle scelte di questi mesi. Dipende da quale indirizzo adotterà il governo nelle sue decisioni sulla politica economica, sul confronto con l’Europa, sulla reazione alle evoluzioni dei mercati. La situazione può sfuggire di mano. Sembra prevalere un clima di conflittualità crescente, anche dentro il governo giallo-verde, che d’altro canto non sembra preparato a fronteggiare eventuali deterioramenti del clima finanziario ed economico, né può contare, per sua scelta, su un atteggiamento benevolo o tollerante da parte delle istituzioni internazionali. Al contrario, almeno fino alla clamorosa retromarcia sul deficit, è sembrato cercare lo scontro per lo scontro, nell’aspettativa di un rovesciamento dei rapporti di forza in Europa che possa dare luogo a un Parlamento europeo e a una Commissione di orientamento più populista. Sarebbe una illusione pericolosa. Anche ammettendo un’avanzata dei partiti populisti, sembra più logico attendersi un atteggiamento che bisognerebbe definire nazionalista più che sovranista. In questo quadro lo scenario che si affermerebbe in Italia sarebbe assai vicino al secondo di quelli descritti sopra.

 

E lo scenario più benigno?

Nell’immediato mi sembra di più difficile realizzazione. Sul piano politico uno scenario benigno presuppone un ritorno al governo di forze europeiste e progressiste. Data l’attuale geografia politica italiana, questo comporta non solo un ritorno del Partito democratico a posizioni di preminenza nello scenario elettorale, ma anche l’affermazione di un fronte più ampio, in grado di diversificare l’offerta politica con nuovi soggetti politici. Non so se ciò sarà possibile, e comunque richiederà tempi non brevi. Ma sono convinto che nel paese si possa esprimere una domanda di partecipazione politica in grado di sostenere questo nuovo scenario. In particolare penso alla ricchezza della società civile, delle organizzazioni del terzo settore, grazie alle quali il paese è riuscito a resistere meglio di quanto ci si potesse attendere alla terribile prova della crisi economica. Si tratta, per usare un’espressione forse un po’ astratta, di un grande capitale sociale sul quale il paese può contare per ripartire e dare concretezza allo scenario benigno.

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