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Le regole fiscali servono, e il governo Salvini-Di Maio lo dimostra

La volontà di violarle tutte ha già fatto pagare agli italiani un conto salato. Se lo spread aumenta è colpa loro

20 Dicembre 2018 alle 06:16

Le regole fiscali servono, e il governo Salvini-Di Maio lo dimostra

Il commissario Ue Valdis Dombrovskis (foto LaPresse)

Il balletto dei decimali a cui abbiamo assistito in questi ultimi giorni ha contribuito a delineare un quadro delle regole fiscali europee confuso, complesso e privo di senso per i non addetti ai lavori. E’ difficile capire perché “euro-burocrati non votati da nessuno” possano mettere bocca su “come”, “quanto” e “quando” spendere i nostri soldi. In particolare, è difficile capire perché l’Italia debba chiedere il permesso a Bruxelles per implementare il reddito di cittadinanza, una misura che, secondo il governo, abolirà la povertà, oppure perché sia indispensabile ridurre il disavanzo dal 2,4 al 2 per cento del pil, un taglio che comporta un ridimensionamento delle risorse di circa 7 miliardi. Per rispondere a questi interrogativi è necessario partire dal campo di attuazione delle regole, per poi spiegarne l’architettura e, infine, gli obiettivi.

 

Il campo di attuazione. Le regole fiscali europee si applicano unicamente alle risorse che i governi prendono a prestito, contribuendo così alla creazione di nuovo disavanzo e, quindi, di nuovo debito, rispetto alla ricchezza prodotta. Pertanto, quando i due vicepremier Salvini e Di Maio accusano l’Europa di voler imporre limiti alle nostre spese, in realtà, commettono un errore sostanziale: le regole non riguardano le spese, bensì il finanziamento in disavanzo di queste spese. Se, ad esempio, l’esecutivo gialloverde avesse trovato le coperture al reddito di cittadinanza (come, del resto, promesso in campagna elettorale), questo lungo negoziato con l’Europa non sarebbe neanche cominciato.

 

Chiarito questo punto, andiamo all’architettura delle suddette regole. Con la firma del Trattato di Maastricht all’inizio degli anni novanta furono introdotti i limiti del 3 per cento e del 60 per cento, rispettivamente per il rapporto disavanzo/pil e per quello debito/pil. Le riforme al patto di Stabilità e crescita (nel 2005 e nel 2011) hanno modificato in modo significativo le norme. In particolare, la soglia del 3 per cento non è più considerata un obiettivo da raggiungere, ma un limite superiore da non oltrepassare. Inoltre, ciò che conta è la dinamica del disavanzo strutturale, ossia il disavanzo depurato dagli effetti del ciclo economico e dalle misure una-tantum. Per intenderci, il disavanzo strutturale viene calcolato escludendo le spese prodotte da una recessione (per esempio, i maggiori sussidi derivanti dall’incremento della disoccupazione in una fase negativa del ciclo) oppure le spese legate a eventi eccezionali e imprevedibili (ad esempio, le calamità naturali). La logica di queste nuove regole è quella di esaminare solamente le uscite e le entrate ascrivibili all’azione di governo e ciò deve essere effettuato indipendentemente dalla fase del ciclo economico e dagli eventi eccezionali (ecco perché la loro applicazione varia da paese a paese). Per fare un esempio, le regole sono applicate alla spesa in disavanzo per il reddito di cittadinanza o per quota 100, misure volute e decise dalla maggioranza, ma non alla spesa per far fronte a un terremoto, evento non prevedibile e certamente non voluto dall’esecutivo. Bruxelles valuta, quindi, l’impatto della politica economica dei governi sul disavanzo strutturale. Quest’ultimo può essere positivo, ossia gli Stati possono decidere di spendere più di quanto incassano. Tuttavia, nel medio termine, deve tendere a zero attraverso una riduzione dello 0,5 per cento l’anno: lo scopo è quello di assicurare conti pubblici in ordine.

 

Definite le regole, c’è da chiedersi perché Bruxelles debba giudicare le leggi di bilancio nazionali visto che la sovranità fiscale spetta ai governi. Il motivo è presto detto: il controllo da parte delle istituzioni comunitarie serve a proteggere i cittadini europei dagli impatti delle decisioni prese dai singoli stati. Quando si condivide una moneta ma non si condivide la politica fiscale (l’Eurozona è un’unione monetaria ma non è un’unione fiscale), ciò che viene stabilito da uno stato in termini di entrate e di uscite può avere ripercussioni sull’intera area. La recente crisi ha mostrato che i governi con finanze pubbliche non sostenibili creano instabilità e ciò penalizza soprattutto i paesi più vulnerabili, ossia quelli con un elevato rapporto debito/pil. La Grecia, ad esempio, contagiò diverse economie, inclusa la nostra nella seconda metà del 2011, quando lo spread salì a oltre 500 punti base: per riportare la situazione sotto controllo, il governo Monti dovette far ricorso a pesanti dosi di austerità.

 

Le regole fiscali servono non solo a tutelare i cittadini dalle conseguenze delle politiche economiche degli altri ma anche da quelle dei governi nazionali: ciò che è accaduto negli ultimi mesi in Italia lo dimostra. Dopo che il governo gialloverde ha fissato il disavanzo per il 2019 al 2,4 per cento (0,6 punti percentuali in più rispetto al disavanzo previsto per il 2018, e soprattutto, 0,8 punti percentuali in più rispetto al disavanzo strutturale), lo spread ha continuato a salire, e con lui sono salite le spese per lo stato: la Banca d’Italia ha stimato un aggravio per i conti pubblici pari a un miliardo e mezzo di euro solo per l’anno in corso. Il clima di incertezza che si è venuto a creare ha, inoltre, scoraggiato gli investimenti: la flessione nel terzo trimestre dell’1,1 per cento del comparto investimenti fissi lordi ne è la riprova. In sostanza, la volontà di violare tutte le regole fiscali proclamata per mesi ha già fatto pagare agli italiani un conto davvero salato.

 

A questo proposito, il premier Conte, al termine dell’ultimo Consiglio europeo, ha affermato: “Non mi sento responsabile dell’aumento dello spread”. Speriamo che la riduzione dello spread registrato nei giorni successivi, nell’aspettativa poi confermata di un compromesso tra il governo italiano e Bruxelles grazie una maggiore attenzione alle norme fiscali europee, gli abbia fatto capire che, invece, la responsabilità dello spread è tutta sua, e dei suoi due vice.

Veronica De Romanis

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