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Un’aspirina per far digerire il reddito di cittadinanza alle imprese

I piani di Di Maio e i dati di Assolombarda relativi alle richieste di lavoratori in somministrazione nel terzo trimestre del 2018

10 Novembre 2018 alle 06:00

Un’aspirina per far digerire il reddito di cittadinanza alle imprese

Foto LaPresse

Roma. “Se è pensato come un contentino da offrire alle imprese, direi che le imprese ci faranno ben poco. Se è un tentativo di correggere le storture originarie, direi che si tratta piuttosto di un’aggiunta un po’ debole”. Francesco Seghezzi usa parole nette per commentare progetti ancora vaghi, indefiniti. Ma siccome, nel tentativo di comprendere com’è che davvero funzionerà questo reddito di cittadinanza, bisogna raccattare di volta in volta le varie, spesso contraddittorie, dichiarazioni degli esponenti del governo, allora gli annunci fatti da Luigi Di Maio alla stampa estera, ieri mattina, vanno presi sul serio.

 

E così anche Seghezzi – direttore di Adapt la fondazione di giuslavoristi creata da Marco Biagi nel 2000 – di buon mattino segue l’intervento del vicepremier grillino: “Semplicemente – ha spiegato Di Maio, e noi qui lo riportiamo alla lettera – il reddito di cittadinanza sarà percepito da colui che si forma per un determinato lavoro. Le imprese che assumono quelli che prendono il reddito percepiranno il reddito come sgravio fiscale per 3-4 mesi se assumono uomini, e 5-6 mesi se assumono donne”. E dovendosi basare su questi incerti propositi, Seghezzi spiega che “uno sgravio così inconsistente non avrà alcuna capacità di stimolare nuove assunzioni a tempo indeterminato. Sempre che di questo si parli, ché se invece Di Maio facesse riferimento anche a contratti a termine allora rivelerebbe una sostanziale incoerenza nella sua strategia, visto che col ‘decreto dignità’ si è prefisso di combattere il lavoro precario”.

 

E a tal proposito: proprio mentre il capo del M5s parlava ai giornalisti stranieri, Assolombarda rendeva noti i dati relativi alle richieste di lavoratori in somministrazione nel terzo trimestre del 2018: un calo del 37 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. “E’ una situazione figlia dell’incertezza normativa generata dal ‘decreto dignità’, che si è aggiunta a quella economica. Senza contare che il 31 ottobre è terminato il periodo transitorio previsto dal provvedimento, e ancora restano da sciogliere dei nodi tecnici intorno ai quali si alimenta parecchia confusione”. E tuttavia, a ben vedere, Di Maio potrebbe perfino esultare, di fronte a queste rilevazioni, visto che il suo obiettivo dichiarato era proprio quello di ridurre il lavoro precario. “E va bene – concede Seghezzi – ma che almeno si incentivino le stabilizzazioni”. E invece? “E invece nella manovra non c’è nulla di concreto, in questo senso. L’unico strumento sarebbe proprio quello del reddito di cittadinanza da dirottare alle imprese, ma è poca cosa. In sostanza, al datore verrebbe girato il sussidio dato al singolo individuo per una manciata di mesi. Nella migliore delle ipotesi potrebbero essere tre o quattromila euro, se la persona in questione prendesse la quota piena dei 780 euro, ma nella maggior parte dei casi finirebbero per essere molto meno. Ma anche considerando l’ammontare massimo, sarebbe più o meno uguale a quelli del secondo anno di esonero del Jobs act, che si è rivelato inefficace (al contrario del primo). Sappiamo già che uno sgravio così basso non può funzionare”.

 

A proposito di Jobs Act: il M5s lo citicava perché, di fatto, dopava il mercato del lavoro, con assunzioni gonfiate fintantoché duravano le decontribuzioni. “E quella seguita ora da Di Maio – osserva Seghezzi – è una logica molto simile, solo che non si dà neppure la droga, al mercato del lavoro. Gli si dà, al massimo, un’aspirina. Di Maio ha l’ansia di ribadire che questo reddito non è una misura assistenzialistica, ma un progetto di reinserimento nel mercato del lavoro. Temo però che questo nuovo marchingegno si rivelerebbe molto macchinoso, con un dialogo complesso tra le imprese e la pubblica amministrazione, e aumenterebbe lo stigma sociale nei confronti del neoassunto. Pensiamoci: il datore di lavoro dovrebbe andare a chiedere al suo nuovo dipendente quant’è povero da uno a dieci, e provvedere di conseguenza a richiedere lo sgravio”.

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