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I numeri del Def non bastano a rassicurare gli investitori

La visita di Draghi a Mattarella gela la Borsa e risveglia la preoccupazione di uno scontro con l'Ue. Per il presidente della Bce, il governo sottovaluta spread e rating

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marchesano@ilfoglio.it

5 Ottobre 2018 alle 10:25

I numeri del Def non bastano a rassicurare gli investitori

Foto LaPresse

Milano. L'aumento dello spread è un problema per l'Italia e il governo non deve sottovalutarne i rischi. E' il senso del messaggio che Mario Draghi ha voluto trasmettere al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un colloquio riservato che si è svolto mercoledì mattina al Quirinale e rivelato oggi dalla Stampa e Repubblica. La notizia sta facendo praticamente il giro del mondo e la reazione degli investitori, che attendevano i numeri della nota del Def al varco (ieri sera il documento è stato finalmente inviato alle Camere), non si è fatta attendere.

  

Stamattina Piazza Affari ha aperto la seduta in modo contrastato e resta negativa nelle prime due ore di contrattazioni. Proprio nel giorno in cui il mercato avrebbe potuto apprezzare la correzione verso il basso dell'obiettivo deficit-pil nei tre anni apportato nella nota del Def, la notizia delle preoccupazioni di Draghi è arrivata come una doccia fredda. Il punto è che, al di là dei numeri contenuti nel documento, il timore principale degli investitori soprattutto esteri è che tra il governo italiano e la Commissione europea si possa sviluppare un confronto dai toni aspri, di contrapposizione, e che questo possa durare almeno fino a quando Bruxelles non darà il suo giudizio definitivo sulla manovra economica per il 2019, cosa che avverrà al massimo entro la fine di novembre. Secondo la ricostruzione della Stampa, Draghi avrebbe rappresentato a Mattarella anche la possibilità di un declassamento da parte delle agenzie di rating, che potrebbe arrivare a fine ottobre, e "provocare danni incalcolabili, moltiplicando la sfiducia sui mercati". Sul mercato dei titoli di stato, il differenziale con i bund tedeschi è in flessione rispetto a ieri e ruota intorno a 280 punti base. 

  

La fine del Qe e il rischio di non poter afferrare il salvagente

Un altro tema oggetto del colloquio è la fine del Quantitative easing. Occorre prendere atto che gli strumenti a disposizione del numero uno della Banca centrale sono terminati: dal primo gennaio l'Italia sarà senza rete. In caso di difficoltà avrebbe come unico salvagente il ricorso al cosiddetto "Omt", lo strumento di sostegno finanziario che costringerebbe Roma a un programma concordato con la Commissione europea e il Fondo salva-stati. Ma proprio il ricorso agli "Omt", come ha spiegato il professore Mario Monti in un editoriale sul Corriere della Sera di domenica scorsa, potrebbe essere pregiudicato da conti pubblici non abbastanza in ordine.

  

Ecco i numeri nella nota Def trasmessa alle Camere

Nella nota di aggiornamento al Def trasmessa alle Camere, il governo ha indicato una crescita pari all'1,5 per cento nel 2019, all'1,6 per cento nel 2020 e all'1,4 per cento nel 2021. Il deficit/pil passerà dal 2,4 per cento del prossimo anno al 2,1 per cento nel 2020 e all'1,8 per cento nel 2021. Invece il debito pubblico è indicato al 130,9 per cento per quest'anno, al 130 per cento nel 2019, al 128,1 per cento nel 2020 e al 126,7 per cento nel 2021. Altra novità importante è l'indebitamento netto strutturale all'1,7 per cento per tre anni.

Mariarosaria Marchesano

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    05 Ottobre 2018 - 12:12

    Caro Cerasa, il Def elaborato dal governo gialloverde pone una serie di problemi per le previsioni di spesa e l'aumento del rapporto deficit/pil. La visita di Mario Draghi è legata sicuramente alle preoccupazioni e i possibili effetti a livello di mercati. Quello che non si comprende ad ogni modo è l'assenza oramai di provvedimenti legati alla revisione della spesa pubblica. Con l'arrivo del governo di Mario Monti si scriveva e si parlava di risparmi per decine e decine di miliardi. Adesso la questione è ignorata. Anzi tutto "piangono", in primis i sindaci e poi i presidenti redivivi delle province che dovevano scomparire che chiedono, fondi e fondi.

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