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Nella (nuova) crisi di Carige s’intravede quella di un’Italia senza Tria

Il caos al vertice della banca genovese porta la Bce a usare le maniere forti. Un paradigma per i grillo-leghisti

26 Luglio 2018 alle 14:46

Nella (nuova) crisi di Carige s’intravede quella di un’Italia senza Tria

Foto Imagoeconomica

Roma. Che cosa collega il nuovo affondo di Vittorio Malacalza, primo azionista della Cassa di risparmio di Genova e Imperia, contro il suo amministratore delegato Paolo Fiorentino (affondo con richiesta di revoca dell’intero cda, all’ordine del giorno per il 3 agosto); la seconda reprimenda alla Carige della Banca centrale europea, attraverso una lettera allo stesso Malacalza e l’appoggio già espresso a Fiorentino; e infine la proroga di sei mesi per l’accorpamento delle banche di credito cooperativo, ottenuta dal ministro dell’Economia Giovanni Tria, da alcuni erroneamente giudicata un passo indietro ma in realtà un buon risultato rispetto a quanti, nella Lega e nei 5 Stelle, chiedevano di far saltare l’intera riforma delle banche popolari e degli istituti locali per tornare al modello di credito territoriale? La risposta è in una sola parola che unisce la ormai cronica crisi della Carige alla realpolitik di Tria: e questa parola è Europa.

  

La Cassa di Genova, dopo le popolari venete e milanesi e il default delle banche del centro Italia, è l’ultimo esempio, il paradigma perfetto, di due cose: come il localismo bancario non funzioni e perciò sia stata giusta la riforma voluta da Matteo Renzi, Pier Carlo Padoan, Banca d’Italia e Bce; e, punto due, le banche devono essere governate dai manager, non dagli azionisti, altro tratto indispensabile per resistere nei mercati. Su questo la Vigilanza della Bce, spesso criticabile su altri aspetti, non c’è dubbio che abbia ragione. E proprio secondo questa logica Tria ha accettato di concedere agli istituti cooperativi sei mesi per dar modo ai più piccoli di fondersi in holding, appunto, di mercato, al momento individuate in Iccrea, Cassa centrale banca e Raiffesen. Egualmente le Bcc potranno detenere il 60 per cento (rispetto al 51 previsto) delle capogruppo, “il tutto per garantire il carattere mutualistico e la dedizione al territorio”.

  

Lasciando da parte la retorica, lo si può considerare un buon compromesso. E tornare a guardare a Genova, dove invece il localismo e la dedizione al territorio si manifestano in una guerra tra poteri locali, che poi a ben vedere con il capoluogo ligure hanno anche poco a che fare. Dai genovesi, infatti, la Carige è stata controllata fino al 2015-2016, quando la riforma delle popolari ed i vincoli di patrimonio della Bce, ma soprattutto la mala gestione precedente, hanno messo a nudo la differenza tra l’ambizione di chiamarsi banchieri, e la capacità ed i mezzi per farlo. Agli stress test europei del 2014 la Carige, assieme al Monte dei Paschi, era infatti arrivata in coda al gruppo delle italiane. Stesso verdetto negativo nel 2016. Nel frattempo sulla scena genovese era arrivato Malacalza, imprenditore emiliano di Bobbio, con buoni successi nelle forniture e logistica per la siderurgia e reduce da un duro scontro con Marco Tronchetti Provera nella finanziaria Camfin. Scontro concluso con una buonuscita mediata da Unicredit e Intesa che Malacalza decide di investire a Genova, dove ha interessi familiari e immobiliari. Compra il 20,6 per cento di Carige e in tre anni vi investe 376 milioni di euro entrando nello stesso periodo in conflitto con tre ad da lui scelti: Pietro Montani, Guido Bastianini (entrambi sostituiti) fino a Fiorentino, ex manager di Unicredit. Perché su Fiorentino incombe la terza rimozione? Essenzialmente per due motivi: non accettare di condividere la governance con il presidente Giuseppe Tesauro, una lunga carriera di giudice costituzionale, scelto da Malacalza; e essersi uniformato alle indicazioni della Bce di rafforzare i requisiti patrimoniali di Carige (compresa la cessione di asset e crediti inesigibili), e magari cercare un partner forte. Il 25 giugno Tesauro, su pressione di Malacalza, si dimette accusando Fiorentino di governare l’azienda da solo (“l’uomo solo al comando”, ci risiamo), e di essere l’unico interlocutore di Bruxelles e Francoforte. Che è esattamente ciò che le istituzioni bancarie europee chiedono, nonostante che nell’ultima lettera, quella di ieri, la Bce spieghi di avere avuto “una interazione costante anche con il Cda, con il presidente Tesauro e con il vicepresidente Malacalza, nel rispetto della legge italiana”. Come finiranno le baruffe liguri è difficile prevederlo.

  

Fiorentino ha dalla sua parte la Bce, Tria, la Banca d’Italia; oltre alla logica manageriale. Malacalza ha l’alibi della difesa degli interessi locali, i quali sarebbero meglio rappresentati da chi mette i soldi. I politici avrebbero voglia di mettere becco, ma la sinistra e il Pd locale, che aveva flirtato con la vecchia Carige il cui vertice finì sotto processo per truffa, è colata a picco. Il centrodestra che governa la Liguria ha in Armando Siri e Edoardo Rixi (viceministro e sottosegretario alle Infrastrutture) il tandem di ferro della Lega, partito più votato. Ma finora Rixi ha solo espresso “preoccupazione per il territorio”, mentre il governatore ligure Giovanni Toti, di Forza Italia, dice: “La politica ne resti fuori, in passato ha fatto solo disastri”. Dunque se a Matteo Salvini non tornerà il ghiribizzo di intestarsi una battaglia di retrovia in nome del localismo e del populismo bancario, la gestione “europea” di Carige auspicata da Tria e da Via Nazionale, dovrebbe andare avanti. Ma Alberto Bagnai, consigliere economico del segretario del Carroccio ed ora presidente della commissione Bilancio del Senato, non nasconde di considerare la proroga di sei mesi alla riforma delle banche cooperative un compromesso al ribasso, e Carige potrebbe essere scelta come nuovo terreno di scontro con i poteri forti europei e italiani. Resta il fatto che il solo Malacalza dei 376 milioni investiti ne ha persi finora circa 290. L’azionista ligure di maggiore spicco, il petroliere Gabriele Volpi, non si pronuncia su un’alleanza con Malacalza, mentre il finanziere italo-londinese Raffaele Mincione ha fin qui appoggiato Fiorentino. Oltre le baruffe, strategie non si intravvedono. E’ la difesa del territorio, bellezza.

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