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“Togliere le sanzioni alla Russia perché ci costano”. E allora il Ceta?

C’è molta fuffa su quanto ci danneggiano le sanzioni. E ora uno studio svela il trucco comune per aggirarle

17 Luglio 2018 alle 21:07

“Togliere le sanzioni alla Russia perché ci costano”. E allora il Ceta?

Foto LaPresse

Roma. In conferenza stampa a Mosca, dove era andato a “gufare la Francia” nella finale dei Mondiali di calcio, il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha dichiarato che il governo italiano potrebbe mettere il vero sulle sanzioni Ue contro la Russia. Per Salvini sarebbe una “extrema ratio”, un po’ come lo era per l’altro vicepremier, Luigi Di Maio, il referendum per uscire dall’euro in campagna elettorale: “Vogliamo convincere con le buone maniere, con l’arte delle democrazia, dei numeri e delle evidenze”, ha detto Salvini in Russia ma che l’Italia non teme di “dire dei no che altri non hanno detto”. “L’Italia è il paese europeo che ha perso di più” dalle sanzioni, le restrizioni costano al nostro paese “sette milioni di euro al giorno” – questo mentre si parla di non ratificare il trattato di libero scambio con il Canada, che per l’export italiano vale 21 milioni di euro al giorno.

    

Indubbiamente il ritiro delle sanzioni era un punto importante del programma dell’esecutivo, anche perché l’attenzione della maggioranza di governo rivolta alla Russia, che è il paese citato più volte nel “contratto di governo”. Ma restano forti dubbi sulla quantificazione del danno economico derivante dalle sanzioni.

   

Le cifre ballano: secondo Coldiretti le sanzioni alla Russia – o meglio le controsanzioni della Russia all’Unione europea – ci costano tre miliardi l’anno, secondo il vicesegretario della Lega Lorenzo Fontana ci costano un miliardo l’anno, ora Salvini parla di circa 2,5 miliardi l’anno (7 milioni al giorno appunto). Il dato è difficile da quantificare, ma sicuramente il calo dell’export degli anni scorsi non dipende esclusivamente dalle sanzioni e va depurato da altre variabili macroeconomiche. Non a caso, come già si scriveva sul Foglio il 26 aprile, “secondo l’Ice di Mosca, l’agenzia italiana che si occupa di promuovere il lavoro delle aziende italiane all’estero, tra il gennaio 2017 e il gennaio 2018 c’è stato un aumento di esportazioni italiane verso la Russia del 18,1 per cento e tra il gennaio 2016 e il gennaio 2017 c’era stato un aumento ancora più grande, del 25,5 per cento”. Si tratta di un dato che si avvicina ai livelli del 2014, prima dell’introduzione delle sanzioni in seguito all’occupazione russa della Crimea. Se le sanzioni non sono cambiate, vuol dire che la perdita di export è dovuta ad altre cause: “Come fanno notare molti osservatori, le perdite dell’export italiano coincidono con la svalutazione del rublo, che a sua volta coincide con la perdita di valore del greggio, che in questi anni è sceso ed è rimasto sotto quota 50 dollari a barile. Quando il prezzo del greggio si è rialzato, l’export italiano verso la Russia guarda caso ha ricominciato a correre”.

   

Depurato dalla crisi economica russa, che in parte può essere stata indotta dalle sanzioni (questo in fondo era uno degli effetti perseguiti attraverso quella misura), resta il fatto che c’è stata comunque una perdita legata al settore agroalimentare, quello più colpito dai russi. Ma anche in questo caso bisogna considerare un altro fenomeno, finora poco studiato ed evidenziato, che è quello della “evasione delle sanzioni”. Se n’è occupato Piotr Lukaszuk, dell’Università svizzera di San Gallo, che ha recentemente presentato all’Università di Zurigo “Sanction evasion: the case of recent Russian-Western sanctions”. Analizzando i dati sui flussi commerciali tra i paesi occidentali e i vicini della Russia e tra questi ultimi e la Russia, l’economista afferma che “per i prodotti agricoli sanzionati dalla Russia” le sanzioni sono state “eluse”, in particolare “attraverso la Turchia e la Svizzera” e per quanto riguarda i prodotti in acciaio, sanzionati dall’Unione europea, “attraverso la Bielorussia”. In pratica le sanzioni in parte sono state aggirate attraverso una tappa intermedia in altri paesi, che poi a loro volta hanno esportato verso la Russia.

  

Visto che l’effetto delle sanzioni è limitato e per molti versi viene aggirato, è evidente che le considerazioni e le motivazioni principali, a favore o contro, non sono di tipo economico ma geopolitico. 

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    18 Luglio 2018 - 09:09

    Caro Capone, complimenti per le sempre lucide e interessanti riflessioni economiche. Ma sovra tutto, e quindi anche sovra la questione delle sanzioni, sta il problema che senza una politica estera, e dunque pure di difesa, europea l’ Unione Europea come interlocutore politico non esiste. Una babele di voci, malgrado l’euro, ovvero una moneta unica per altro non adottata neppure da tutti gli stati membri. E nella babele c’e’ pure il Parlamento europeo, unico eletto democraticamente. Le minacce di veti vanno inserite, credo, dentro questo contesto istituzionale che ormai si mostra sempre più debole e confuso. Le sanzioni internazionali sono provvedimenti economici conseguenza di scelte strategiche di politica estera e di difesa. Almeno così si insegnava un tempo. Certo poi comportano conseguenze su import ed export, ma la loro natura resta squisitamente politica, ed i quel solo contesto,vanno riannodati o sciolti i nodi.

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