Facebook coltiva l'illusione della democrazia ma è solo business

Sul Financial Times, Janan Ganesh sostiene che la vera minaccia alle istituzioni democratiche è la democrazia plebiscitaria. Ed è  un po’ di colpa dei colossi del web

2 Novembre 2017 alle 11:20

Facebook e la trasparenza

Foto LaPresse

In un editoriale sul Financial Times, Janan Ganesh sostiene che la vera minaccia alle istituzioni delle democrazie rappresentative non è l’autoritarismo monocratico, ma la democrazia plebiscitaria. E addossa un po’ di colpa ai colossi del web, Google e Facebook. Diversamente dalle tradizionali aziende fordiste, con il loro management selezionato, stabile e competente e il loro esercito di lavoratori irregimentati gerarchicamente, i nuovi modelli organizzativi digitali impiegano pochi creativi che grazie alle tecnologie consentono a miliardi di individui opinioni senza intermediazione, con immediatezza della gratificazione. Offrono possibilità nuove all’esperienza umana, che pure ha imparato a diffidare degli uomini forti e ultimamente anche degli “esperti”, per non dire dei ricercatori e degli scienziati.

 

Quindi Google diventa albero adamitico della conoscenza universale. Facebook è Babele cacofonica delle conversazioni smodate. Twitter è Cantina di Guerre Stellari dell’onniscienza a zero gradi di separazione da Donald Trump ma anche da Stephen Hawking. Ma c’è un equivoco: sono aziende, e fanno business; è controverso e strumentale scambiarle per vere e proprie istituzioni. Certo, se quei volgarotti di Facebook sapessero la filosofia, sarebbero una piccola Rousseau casaleggesca. Voi direte: Facebook regge due miliardi di utenti senza problemi, mentre la piattaforma del tecnopeppismo è un colabrodo e si schianta dopo poche migliaia di clic. Suvvia, non fate i nerd. Conta l’onestà dell’intento, se non proprio quella del plenipotenziario del sindaco. Il problema è che l’intento del plebiscito sistematico e permanente non solo non è sempre onesto, ma è anche fondamentalmente pericoloso, e costituisce un’oggettiva minaccia per l’equilibrio della democrazia. Per Ganesh, questi modelli tradiscono una visione del mondo in cui la forma tradizionale di governo tramite rappresentanti finisce per essere periferica, rispetto alla centralità del “clic onnipotente”.

 

E la responsabilità di Google & Co., e certo della mostruosa profondità del web, non tanto è aver dato a tutti l’ebbrezza del voto diretto su ogni singola questione della convivenza, quanto aver regalato l’illusione dell’onniscienza, in un mondo in cui le decisioni politiche sono al contrario diventate molto più interdipendenti rispetto alle singole giurisdizioni nazionali e quindi alle relative constituency elettorali. Brexit e Catalogna sono qui a testimoniarlo. Già da anni i politici più opportunisti hanno introdotto surrettiziamente la forma istituzionale della “democrazia del sondaggio d’opinione”. Con la diffusione dei social media, la democrazia plebiscitaria fa a meno delle statistiche e delle indagini campionarie, e proclama che uno vale uno, anche se quell’“uno” talvolta ha valore quasi “zero” in termini di consapevolezza e responsabilità. Ed ecco che scatta la selezione avversa della rappresentanza. Condizioni privilegiate per l’elettorato passivo sembrano essere diventate l’incompetenza e la protervia, così che qualsiasi elettore possa contemplare l’eletto inetto perfetto e rassicurare se stesso: posso farcela anch’io. Per il politico della democrazia rappresentativa c’è la sanzione, chiara e puntuale, della mancata rielezione. Per l’elettore plebiscitario e illusoriamente onnisciente il processo di apprendimento dagli errori è più complesso e incerto, e la sanzione non scatta quasi mai in modi e tempi chiari.

 

La sanzione su Facebook e Twitter invece è antica come quella della democrazia ateniese: sempre in bilico tra il politicamente corretto e l’economicamente inopportuno, scatta l’ostracismo, il blocco, la sospensione o la rimozione dell’account, ovvero la privazione del diritto di cittadinanza in questa pseudo-nazione informale delle conversazioni sconfinate. In un occidente che, davanti agli autoritarismi cinese e russo, non ha ancora capito come ridisegnare i propri meccanismi di partecipazione politica dopo la grande palingenesi di Internet, i social sono la nuova e informale assemblea costituente della democrazia. Peccato che siano aziende e non partiti. Per contrappasso, finiremo per subire movimenti politici che sono in realtà imprese private.

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