La stabilità del governo è un voucher
Urge una risposta di Palazzo Chigi al ricatto della sinistra in versione Cgil
I voucher sono stati cancellati per paura del referendum e adesso il rischio è che non vengano introdotti degli strumenti sostitutivi per paura delle urne. L’avanzata dell’onda populista, che pareva inarrestabile, e la paura di una nuova sconfitta dopo il 4 dicembre avevano spinto il governo ad arrendersi, cancellando i buoni lavoro, prima di celebrare il referendum. Ora il timore che l’opposizione ideologica delle forze di sinistra della maggioranza possa deflagrare nella fine anticipata della legislatura, potrebbe spingere il governo a rinunciare all’introduzione di simil-voucher per sopravvivere.
Il problema è che i buoni lavoro sono nell’arena politica una bandiera ideologica per la Cgil e per i neonati partiti di sinistra un simbolo identitario necessario a distinguersi dal Pd renziano, ma nel mondo reale sono uno strumento necessario per far funzionare meglio l’economia. L’arrivo della stagione estiva dovrebbe ricordare che i voucher, pur con tutti gli abusi a cui si è ricorso, sono stati uno strumento utilissimo ed efficiente in settori come l’agricoltura e il turismo. L’alternativa ai buoni lavoro, è il caso di ricordarlo, non è un contratto a tempo indeterminato ma, come invece è sempre stato, il lavoro nero. A Palazzo Chigi e negli altri ministeri ne sono certamente consapevoli. Ma il governo non può fare passi indietro sull’emendamento in manovrina che reintroduce i simil voucher anche per un motivo politico. Se su un punto importante ma marginale come questo cede alla minaccia politica della Cgil e della sinistra di Speranza, è meglio non immaginare cosa potrà accadere sulla legge di Stabilità. Se l’esecutivo è realmente così debole, le urne sono una soluzione più che una minaccia.
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