Janet Yellen (foto LaPresse)

Solo l'America si rincuora

La Fed guarda al mondo e non stringe (ancora) i rubinetti della moneta

Ugo Bertone
“Fuori il panorama è incerto”. Yellen ascolta il coro delle colombe e rinvia il rialzo dei tassi. Prevale la cautela dopo gli scossoni cinesi

Milano. La Federal reserve non stringe la cinghia monetaria e lascia per il momento i tassi azzerati. Così la Banca centrale americana ha di fatto raccolto l’invito in arrivo da istituzioni internazionali (Fondo monetario internazionale in testa), da un’agguerrita pattuglia di economisti (tra cui Lawrence Summers) e operatori finanziari (ieri anche il capo di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, aveva detto: “Io non li alzerei”). Ma soprattutto la Fed ha tenuto conto della relativa debolezza dell’economia globale. “I recenti sviluppi economici e finanziari globali potrebbero in qualche modo reprimere l’attività economica e probabilmente innesteranno una pressione al ribasso dell’inflazione nel breve termine”, dice il comunicato finale della Banca centrale presieduta da Janet Yellen.

 

Contemporaneamente la Fed ha però alzato le stime del pil americano e migliorato quelle sulla disoccupazione, come a segnalare la prevalenza degli incombenti rischi globali sui progressi domestici al fondo della decisione. Il quadro dell’economia americana deponeva a favore di un aumento del costo del denaro, fermo da sette anni. Il calo del tasso di disoccupazione (rivisto al 5 per cento nel 2015 dal 5,3 previsto a giugno) e l’accelerazione del tasso annuo di crescita (2,1 per cento dall’1,9 di giugno) rappresentavano segnali forti a sostegno delle tesi dei “falchi”. A questi fattori s’aggiungeva la necessità di avviare un processo di drenaggio dell’enorme liquidità accumulata con le varie iniezioni di denaro praticate in questi anni. L’inflazione – era la tesi di fondo dei sostenitori di un rialzo dei tassi – è un dèmone insidioso che già si è infilato nei gangli della ripresa, a partire dalle pressioni sui salari. Quando i fattori eccezionali che premono sui prezzi, calo del petrolio in testa, svaniranno, sarà troppo tardi per governare il ritorno dei tassi a valori normali. Ma queste considerazioni sono state spiazzate dalla turbolenza dei mercati finanziari innescata dalla crisi cinese scoppiata ad agosto. La rivalutazione del dollaro, conseguenza probabile del rialzo dei tassi, avrebbe poi potuto favorire un pericoloso effetto domino su una situazione che già assomiglia a una polveriera; 9.200 miliardi di debiti in dollari gravano infatti sulle economie emergenti che in molti casi, dal Brasile alla Turchia, rischiano bruschi stop soprattutto se la congiuntura cinese fosse peggiore di quella che emerge dai dati ufficiali. Di qui la necessità per la Yellen di guardare al di là della sola situazione americana.

 

[**Video_box_2**]La governatrice ha detto in conferenza stampa che la situazione del mondo, in un “panorama più incerto”, è da “monitorare con attenzione, per quanto non va ingigantita la sua influenza sulle nostre decisioni”. “E’ inevitabile che sia stata costretta, da banchiere del pianeta, a prendere decisioni valutando il fatto che l’America influenza il mondo ed è influenzata da esso”, dice al Foglio Fabio Scacciavillani, capo economista del fondo sovrano dell’Oman. “Ricordiamoci – aggiunge – che con la crisi russa del 1998, Bill Clinton disse che era uno dei momenti più gravi per gli Stati Uniti. Idem per la crisi messicana del 1994. Ma quegli episodi, in termini di grandezza, impallidiscono di fronte a quello che potrebbe succedere in Cina e Brasile. Le interazioni sono molto forti, non fosse che per l’effetto diretto sul dollaro”. Senza dimenticare i rischi che corrono i junk bond americani, la leva finanziaria a basso costo che ha reso possibili gli investimenti nell’energia. “E’ una grande vulnerabilità concentrata nelle aziende petrolifere. Un aumento dei tassi potrebbe spingere molti di questi bond verso il default”. La Fed non ha voluto rischiare che un aumento prematuro, sebbene annunciato, potesse inguaiare l’economia globale. La questione si riproporrà a ottobre o a dicembre. La svolta della Fed sarà anche politicamente epocale perché annuncerà una stagione di guadagni di Borsa più modesti, in linea con un’economia che cresce meno per motivi strutturali. Ma il risveglio, a questo punto tutt’altro che brusco, è rinviato.

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