Mario Draghi con Pier Carlo Padoan (foto LaPresse)

Le munizioni italiane

Marco Cecchini
Contagio, chi? Investimenti e pil (sottostimato) tranquillizzano Padoan e Visco. E poi c’è Draghi

Roma. Che cosa deve temere di più l’Italia dal caos greco in sé? Indubbiamente il panico finanziario: il comportamento irrazionale di cui sono spesso preda i mercati e che dà origine a quelle che il sociologo americano Robert Merton ha definito self fulfilling prophecies. Nel triangolo Palazzo Chigi, ministero dell’Economia, Banca d’Italia, è questa pulsione imprevedibile e viscerale, di cui ieri si sono visti i primi segnali in Borsa, a destare preoccupazione. Perché dal punto di vista dell’economia reale e della posizione finanziaria del paese non vi sono motivi per cui l’Italia del 2015 debba subire il contagio di un eventuale default di Atene o di una Grexit. Certo Renzi esagera nel dire che siamo tornati a contare in Europa quando – solo per fare un esempio – dal tavolo a tre delle trattative sulla Grecia siamo rimasti fuori come al solito, ma il premier non è lontano dal vero quando afferma che non siamo più il malato del Vecchio continente. Tutti gli indicatori parlano di una economia piuttosto solida, certo enormemente più forte che nel fatidico 2011 da cui tutto è cominciato. E l’atteggiamento autosvalutativo che qua e là si riscontra nei media non sembra riflesso nei numeri.

 

“Il saldo della posizione patrimoniale sull’estero (migliorato di 44 miliardi nel 2014, ndr) rimane ben inferiore alla soglia valida per la procedura sugli squilibri eccessivi della Commissione europea e le prospettive a medio termine prefigurano un progressivo miglioramento”, si legge nell’ultima Relazione annuale della Banca d’Italia. Tra l’aprile 2011 e l’aprile scorso, la bilancia corrente dei pagamenti ha segnato un progresso di 100 miliardi di euro e oggi presenta un attivo di quasi 40 miliardi, pari al 2,7 per cento del pil. Le esportazioni corrono e il surplus commerciale vale il 3,7 per cento del pil. L’elenco potrebbe continuare: crescono gli investimenti in titoli di stato e in obbligazioni dall’estero, mentre aumentano, seppure di poco, perfino quelli diretti. Il deficit pubblico è sotto il 3 per cento e ad aprile il Tesoro aveva raccolto il 42 per cento del suo fabbisogno annuale. Quando il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ribadisce come ha fatto nelle ultime ore, che non ci sarà contagio, pensa soprattutto a queste cifre, anche se nessuno a Via XX Settembre come a Palazzo Chigi e a Via Nazionale si nasconde che un aumento della volatilità dello spread sia da mettere in conto nel breve periodo. L’idea però è che dopo una prima fase di fibrillazione i mercati, come in una sorta di disturbo bipolare finanziario, tornino a ragionare sui fondamentali, nei quali va messo in conto anche il consolidamento della ripresa in atto. Qui lo 0,3 per cento di crescita registrato nel primo trimestre in sé è poca cosa, ma il numero significativo per valutare la consistenza della ripresa non è questo – prosegue l’analisi fatta a livello istituzionale – bensì il punto e mezzo di aumento degli investimenti che segnala il migliorato clima di fiducia e anticipa un’accelerazione nei prossimi mesi. Vi è poi anche chi ritiene che i dati del nostro istituto di statistica sottostimino la forza dell’economia.

 

[**Video_box_2**]Secondo Innocenzo Cipolletta, economista di vaste esperienze e presidente Aifi, le rilevazioni sulla produzione industriale dell’Istat, basate su indici di quantità successivamente inflazionati e non su indici di fatturato (poi deflazionati) come fa la Germania, non colgono i cambiamenti del mix produttivo e fotografano una situazione obsoleta. Considerando gli effetti di trascinamento, la ripresa potrebbe rivelarsi dunque superiore allo 0,7-0,8 per cento previsto aumentando la sostenibilità del debito pubblico che resta la vera palla al piede dell’economia. Al netto degli effetti connessi al panico finanziario, il terreno in cui ci si avventura è in altre parole meno incognito di quanto si pensi. E comunque a fare da scudo c’è la rete di sicurezza predisposta dalla Banca centrale europea di Mario Draghi nel 2012. In questo caso il paracadute per l’Italia (anticipato da questo giornale nei giorni scorsi) si chiama Omt, ovvero le operazioni di acquisto diretto di titoli di stato dei paesi in difficoltà sottoposte a una condizionalità che potrebbe risultare un’utile scorciatoia per vincere la resistenza alle riforme.

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