Il presidente della Bce, Mario Draghi (foto LaPresse)

Berlino-Atene, pourparler logori. Una data (spagnola) circola in Grecia

Marco Valerio Lo Prete
“Non voglio nemmeno prendere in considerazione questa ipotesi”, ha detto il presidente della Bce, Mario Draghi, rispondendo alla domanda di un giornalista sulla possibilità di un default greco sui creditori internazionali.

Roma. “Non voglio nemmeno prendere in considerazione questa ipotesi”, ha detto mercoledì il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, rispondendo alla domanda di un giornalista sulla possibilità di un default greco sui creditori internazionali. “Secondo quanto afferma il governo greco, (questa possibilità) non la prendono in considerazione nemmeno loro”, ha aggiunto il governatore. Draghi, nel corso della conferenza stampa successiva al Consiglio direttivo dell’Eurotower, era stato in precedenza interrotto da una manifestante al grido di “stop alla dittatura della Bce!”. Quando ha ripreso a parlare, dopo pochi minuti, con tutta calma è tornato a sostenere le ragioni del Quantitative easing (o allentamento quantitativo) messo in campo da Francoforte, oltre che a difenderne i primi risultati positivi nel tentativo di allontanare tutta l’Eurozona dal ciglio della deflazione.

 

Tuttavia nel brevissimo termine gli investitori internazionali sembrano più interessati a decifrare l’esito dei pourparler tra il governo greco e i suoi creditori. Riuscirà Atene, entro l’Eurogruppo del prossimo 24 aprile, a presentare una lista di riforme convincente per ottenere in cambio la liquidità promessa? Oppure l’uscita del paese dall’euro diventerà presto probabile oltre che possibile? Mercoledì una fonte anonima del ministero delle Finanze tedesco definiva “irrealistica” la concessione di nuovi aiuti a così stretto giro. Poi lo stesso ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, ha detto che “quella greca non è una parte importante dell’economia dell’Eurozona” e che “molti operatori ci dicono che i mercati hanno già messo in conto qualsiasi tipo di scenario”. Ergo, “non ci sarà contagio”. Sono affermazioni, quelle del ministro della prima potenza economica del continente, che mirano a depotenziare il ricatto sotterraneo esercitato dalla Grecia: l’euro andrà avanti, con o senza di voi, è la tesi di Schäuble. Tesi sostenuta soltanto in parte da un’organizzazione internazionale come il Fondo monetario internazionale che mercoledì, nel suo Global Financial Stability Report, ha scritto che le minacce per la stabilità dell’Eurozona derivanti da una possibile uscita della Grecia dalla moneta unica si sono ridotte grazie a un “quadro istituzionale più robusto”, incluso lo scudo monetario dispiegato da Draghi, ma – ha aggiunto il Fmi – “rischi e vulnerabilità restano”. Subito dopo, l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha tagliato ancora il rating della Grecia a “CCC+” da “B-”.

 

[**Video_box_2**]E’ questo quid di incertezza imponderabile che allarma ancora i mercati. Negli ultimi giorni alcuni big della finanza americana – da Warren Buffett a Jamie Dimon (JpMorgan), passando per George Soros – hanno rilasciato dichiarazioni più pessimistiche del solito sulle sorti del piccolo paese investito dalla crisi. Ma davvero il governo scapigliato guidato da Alexis Tsipras è pronto a ricorrere alla minaccia atomica del Grexit? Sempre di più, in questi giorni, gli analisti internazionali si sono spinti in terra ellenica per interpretare più da vicino le intenzioni genuine del governo di sinistra radicale. L’ultima lettura che il Foglio ha raccolto in ambienti finanziari americani è la seguente: nel partito di governo greco, al potere da fine gennaio, si è rafforzata la convinzione di dover tergiversare ancora nelle trattative internazionali. Il motivo del tergiversare però, secondo queste fonti, non sarebbe tanto quello fisiologico di prendere tempo per preparare la propria opinione pubblica alle necessarie concessioni da fare ai creditori (un iter che in qualche modo dovrà seguire pure la cancelliera tedesca Angela Merkel). Piuttosto una parte dei parlamentari di Syriza, ben meno dialoganti del pur funambolico ministro Yanis Varoufakis, punterebbe a diluire le trattative almeno fino a ottobre. Da allora e fino al 20 dicembre, secondo il calendario elettorale europeo, ogni giorno potrà essere teoricamente buono per la tenuta delle elezioni generali spagnole. A quel punto una vittoria della sinistra estrema ed eurocritica di Podemos potrebbe rafforzare l’asse anti tedesco dei paesi mediterranei e cambiare gli equilibri brussellesi. Così la pensano alcuni leader di Syriza, finanze pubbliche permettendo.