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Il vertice tra Conte, Salvini e Di Maio e i risultati dei ballottaggi

Idee e spunti per sapere quello che succede nel mondo selezionati per voi da Giuseppe De Filippi

10 Giugno 2019 alle 18:10

Il vertice tra Conte, Salvini e Di Maio e i risultati dei ballottaggi

Giuseppe Conte (foto LaPresse)

Spread in calo, il governo e la maggioranza non riescono a farsi prendere sul serio neppure dai mercati finanziari (che però sono imprevedibili, si spaventano per un nonnulla oppure restano calmi anche nella bufera, salvo poi colpire quando non ce lo aspettiamo).

 

Incontro enfatizzato quello del gioco di specchi tra il premier e i sue due vice ma degno, se avvenisse stasera come si prevede, delle nostre chiacchiere a cena. Soprattutto chiediamoci cosa si devono dire. Perché certo non può essere un non-argomento come i minibot a dominare la discussione, assieme all'improvvisa e farlocchissima premura per i debiti non pagati dalle aziende sanitarie o dalle amministrazioni. Certamente parleranno d'Europa, sotto due profili, quello delle nomine, per tentare una convergenza su un nome italiano (ma attenzione perché il ministro Moavero ha detto che su un leghista doc sarebbe difficile avere la necessaria approvazione europea) e quello dei conti pubblici e relativa procedura l'infrazione per debito. Già per queste due questioni la soluzione non si vede e volendo se ne potrebbe aggiungere un'altra e cioè la nomina del ministro per gli Affari europei, dopo la gestione inesistente e la successiva uscita di Savona. Cui seguirebbe l'altro temaccio, quello del rimpasto. Allora, tutta questa roba esplosiva è s già sufficiente a bloccare tutto. Meglio un bel rinvio, con la tattica del depistaggio. Quindi presumibilmente si andrà verso l'attribuzione al prof. avv. del compito di andare a Bruxelles a far valere non meglio precisati interessi dell'Italia, mentre Salvini verrà investito del ruolo di realizzatore della flat tax e Di Maio potrà invece dire di avere un ampio mandato per introdurre il salario minimo. Significative dell'inattività governativa sono due proroghe di peso in arrivo a brevissimo. Quella delle garanzie miliardarie sui bond Carige (intanto non si trova il compratore e i sindacati sono sempre più preoccupati) e quella sulla sistemazione di Alitalia (anche qui non si trova il compratore, ma della quota residua rispetto alle intenzioni già espresse da Fs e Delta).

 

Con qualche comicità ecco poi il prof.avv. pronto ad assumere posizioni autonome (urca) nella gestione dei rapporti tra Italia ed Europa. Il Corriere della sera, che non gli ha risparmiato interviste dal tono promozionale/motivazionale, ora cerca di presentarlo come una specie di rigorista, custode dei conti pubblici. E addirittura in asse con Tria su questi temi.

 

Ragionevolmente si dovrebbe parlare di temi come questo, ma che dire da parte del governo che ha colpito, con nuove imposte, il settore auto? Gli incontri tra i tre possono anche moltiplicarsi, ma la linea governativa resta molto penalizzante e in modo specifico per la produzione nazionale. Ora, non si chiede la politica industriale, che (poi in queste mani) farebbe disastri anche maggiori, ma almeno che non si faccia una politica espressamente anti-industriale. E attenzione alle risposte dei costruttori di auto. Forse con la loro mentalità a volte sorprendentemente da prima Repubblica immaginano di avere a che fare con l'industria automobilistica ferma, radicata nel paese, tipicamente pronta al negoziato con lo stato. Quella che descrivono nei loro deliri ricattatorio/burocratici. Ma non c'è più niente di simile. Fca ha fatto la sua trattativa con Renault senza alcun interesse per il parere di Palazzo Chigi o del Mise. Ha fatto benissimo e continuerà.

 

Ah, intanto alla Cgil l'idea del salario minimo proprio non piace. E gli argomenti sono validi.

 

I ballottaggi. Potete parlare della Ferrara leghista come Forlì, ma anche notare che in Toscana il Pd regge meglio, con qualche eccezione che forse meriterebbe di essere un po' studiata, come Piombino (colpita da pesante crisi industriale, la cui gestione inevitabilmente ha lasciato scontento). E quindi della maggiore capacità leghista di entrare in territori come quello emiliano-romagnolo, mentre la Toscana, che ha assaggiato i grillini, forse è parzialmente immunizzata dal populismo e torna al Pd, con l'eccezione già citata di Piombino. La vittoria a Livorno è con ampio margine. I grillini perdono forte dove hanno avuto uno dei loro sindaci della prima ondata, distintosi per inattività. Tranne la ridotta di Campobasso (forse un tardivo fenomeno del grillismo meridionalista assistenziale) i 5 stelle non entrano proprio in gioco, e il punto comune di tutte le analisi era la constatazione del riposizionamento dell'elettorato sull'asse classico destra/sinistra, sia pure nella versione di oggi e ciò Lega/Pd. Che butta bene per il partito di Zingaretti, pronto a beneficiare della posizione di prima linea dell'anti salvinismo, mentre spiazza i 5 stelle, privati di un nemico e quindi appesi al loro "vaffa" senza un obiettivo. Logorati dal governo e mai entrati veramente in partita nel tentativo di contrastare Salvini. E così la fiaccola dell'anti salvinismo la tiene accesa il Pd.

 

 

Zingaretti è quasi troppo esplicito nel cogliere il momento anti leghista.

I 5 stelle perdono terreno, ridiventano terzi, non contano, tranne a Campobasso, dove arriva l'ultima ondata del consenso a traino assistenziale. Con comicità involontaria ecco la sindaca di Torino a celebrare il trionfo molisano.

  

 

I flussi elettorali danno informazioni interessanti.

 

Andando alla Francia, se volete spiazzare tutti nei discorsi post-ballottaggi, ecco la lista dei neo sindaci macroniani.

 

 

Questa potrebbe anche essere una buona idea.

 

Ah, intanto, come al solito, il liberalismo sta in gran forma.

 

Basta che non va a finire come con Carlo VIII.

 

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