Ermanno Cavazzoni (foto Lapresse)
in libreria
Vagabondaggi e strani incontri, la “Storia di un'amicizia” tra scrittori lunatici
Ermanno Cavazzoni e Gianni Celati progettavano viaggi a piedi verso l’Asia, riviste letterarie, convegni. E ascoltavano i vicini di tavolo, che in dialetto raccontavano le loro avventure, a volte piccanti. Un libro
Cosa fanno gli scrittori quando non scrivono? Precisiamo: non gli scrittori in generale, ma i narratori delle pianure – usiamo il titolo scelto per un suo libro da uno dei due, che si chiama Gianni Celati e ha percorso a piedi la valle del Po per cercare storie. L’altro si chiama Ermanno Cavazzoni, è nato a Reggio Emilia, il suo “Poema dei lunatici” incantò Federico Fellini che prese spunto dal romanzo per girare “La voce della luna”. Due lunatici a tutti gli effetti, prodotto sopraffino di quelle terre. Poco lontano c’è la Gualtieri del pittore Antonio Ligabue, e pure Codogno, patria del lunatico onorario Maurizio Milani.
Ermanno Cavazzoni racconta tutto in “Storia di un’amicizia”, pubblicato da Quodlibet di Macerata. Casa editrice un po’ eccentrica, se guardiamo la geografia. Eppure vicinissima in spirito, se guardiamo il catalogo della collana Compagnia Extra che ha pubblicato, tra molti altri ghiotti titoli ,“Le comiche” di Gianni Celati. Qui compagno di avventure di Ermanno Cavazzoni, che avendo preso appunti tutto il tempo – “scrivi? hai scritto?”, gli chiedeva Celati, quando nei loro vagabondaggi si imbattevano in qualche narratore interessante – ricostruisce scene, conversazioni e siparietti con vivacità.
Camminate, anche. Perché a Gianni Celati piaceva camminare, lo faceva per ore ovunque si trovasse. Pensava che fosse necessario, prima di mettersi a scrivere, avere “la testa un po’ svaporata”. E qui arriva Ermanno Cavazzoni, che traduce nella sua prosa “parlata”: “Era un modo per anestetizzare la volontà e il ragionamento, che se prevale è un guaio, e uno diventa un autore della avanguardia e fa solo dei manifesti programmatici, e scrive come si scrivono i temi in classe” (citazione lunghetta, l’unico modo per conservare il tono).
Cavazzoni e Celati, con qualche commensale aggiunto ogni tanto, ma si capisce da questo libro che se la cavavano benissimo da soli, progettavano viaggi a piedi verso l’Asia, riviste letterarie, convegni. E ascoltavano i vicini di tavolo, che in dialetto raccontavano le loro avventure, a volte piccanti. Un giorno Celati andò a trovare Cavazzoni a casa, piuttosto agitato. Si era appena licenziato dall’università. Non gli avevano concesso l’anno sabbatico per andare in America, dove era stato invitato. “Voglio guadagnarmi da vivere onestamente”, risponde Celati a Cavazzoni che gli chiede: “E ora che farai?”.
Partirà più avanti per Brighton, dove tradurrà “Ulisse” di James Joyce, uno dei suoi scrittori prediletti – o venerati, più adatto al caso. L’altro è Ariosto, passione condivisa da Ermanno Cavazzoni. Insieme continuano a conversare, a immaginare mondi fantastici, a scovare tipi umani che paiono appartenere a un mondo diverso dal nostro – fantastico il racconto su una fidanzata messa in vetrina, a fare pubblicità ai materassi.
Forse per incanto della nebbia del Po, anche i nostri confessano, unica licenza extra-letteraria, la gelosia (furiosa) per le rispettive fidanzate. Proposto allo Strega 2026 – ce la faranno mai a premiare un libro bello e intelligente?