l'intervista

“No, Gramsci non è di destra”, ci spiega Veneziani. Ora chi lo dice a Sangiuliano?

Nicola Mirenzi

Secondo lo scrittore e pensatore, tra i più brillanti della destra, l'ex segretario del Partito comunista non può far parte della tradizione dell'ideologia italiana. Ma il ministro prepara la targa in sua memoria

Chiede patenti di anticomunismo ai cronisti che lo intervistano, poi celebra il padre dei comunisti italiani. Ieri, sul Corriere della Sera, il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano ha rivendicato l’esistenza di un altro Antonio Gramsci, vagamente marxista, piuttosto “attore fondamentale dell’ideologia italiana”. E’ per questo che desidera apporre una targa in sua memoria alla clinica Quisisana di Roma, dov’è morto, dopo la galera fascista. “Condivido l’idea di riconoscere la grande statura intellettuale di Gramsci, nutrendo rispetto e pietà per la sua vicenda umana”, dice Marcello Veneziani. “Ma nel filone dell’‘ideologia italiana’ come lo avevo delineato io, Gramsci è fuori posto”.

 

Citato dal ministro e sottinteso in tutto il suo intervento, è un libro che Marcello Veneziani – scrittore e pensatore tra i più brillanti della destra – ha scritto nel 1987, “La rivoluzione conservatrice in Italia”. Genesi e sviluppo della “ideologia italiana” fino ai nostri giorni. Erano gli anni in cui la rilettura di Gramsci era già partita in Francia, con Alain De Benoist, soprannominato il “Gramsci nero”, ed era stata poi ripresa dalla Nuova Destra dalle nostre parti. “Ho escluso Gramsci dalla tradizione dell’ideologia italiana perché il suo pensiero non c’entra nulla con quello di Prezzolini, Papini, Pareto, D’Annunzio, Malaparte, Berto Ricci, Rensi, Gentile, Evola e Del Noce. Gramsci è un giacobino marxista che ambisce a portare l’illuminismo alle masse. Mentre il filone dell’‘ideologia italiana’ reagisce all’illuminismo sviluppando un’altra tradizione, allo stesso tempo conservatrice e rivoluzionaria, popolare e nazionale, spirituale e d’azione”.

 

Racconta Veneziani di aver iniziato a studiare Gramsci presso uno dei più prestigiosi cenacoli accademici marxisti,  l’école Barisienne, università pugliese dove insegnavano professori come Franco Cassano, Biagio De Giovanni, Beppe Vacca, che sarà poi parlamentare comunista e direttore della Fondazione Istituto Gramsci. “All’interno della tradizione marxista, i concetti gramsciani sono estremamente originali. Il nazional-popolare, per esempio. Ma poi si rovesciano in una negazione delle radici culturali e storiche italiane. Gramsci liquida Dante come un reazionario, Petrarca come un cortigiano elitario e insincero, Foscolo come un retorico, Leopardi come un malato di torbido romanticismo, nato già vecchio. Alla letteratura italiana contrappone quella russa. Alla provvidenza cattolica di Manzoni, preferisce il cristianesimo di Tolstoj, vicino agli umili e agli ultimi. E’ davvero difficile inquadrare Gramsci nel corpo di un’ideologia italiana”.

 

Veneziani non appartiene alla schiera di coloro che, a destra, si son lanciati alla conquista di uno dei padri fondatori del comunismo italiano al grido di “all’armi, siam gramsciani”. Dice: “Dal mio punto di vista, non esiste e non può esistere un gramscismo di destra. Un tempo rivendicavamo il gramscismo come metodo politico e culturale. Affascinava un pensatore che era riuscito a elaborare una strategia di conquista del potere politico tramite la conquista del potere culturale; una cultura capace di impregnare di sé lentamente la società e la mentalità di un popolo, prendendo poi il potere. In questo metodo si rispecchiava la destra a sua volta sconfitta, come sconfitto era stato Gramsci. Ma in nessun caso era un’adesione al pensiero gramsciano, alle sue idee, al suo marxismo giacobino. Ecco l’equivoco di fondo”. 

 

Veneziani ammira in Gramsci il suo tentativo di rovesciare l’idealismo italiano allo stesso modo in cui Marx aveva tentato di far camminare la dialettica di Hegel sui piedi anziché sulla testa. “Nessuno può negare l’impronta di Gramsci nella cultura civile del nostro paese. Ma altra cosa è inserirlo all’interno di una tradizione che da Vico arriva sino a D’Annunzio e oltre e che chiamai – sulla scia di Bobbio – ‘ideologia italiana’, il cui elemento predominante è un certo spiritualismo politico nazionale e una visione rivoluzionaria e conservatrice. Al contrario, ciò che Gramsci ha veramente innestato nella cultura italiana è un materialismo secolare che, secondo Augusto Del Noce, ha condotto la rivoluzione al suicidio”.