La recensione

La civiltà che si confronta con la morte è quella che rispetta ogni destino umano

Lucetta Scaraffia

Il racconto biografico "Di cosa è fatta la speranza" di Emmanuel Exitu spiega un nuovo metodo per aiutare i malati incurabili e porta una riflessione sulla concezione di eutanasia del nostro tempo

Nella nostra società la pietà, la partecipazione commossa alle sofferenze altrui, assume una forma mai presa prima: cancellare il dolore con la procurata morte del sofferente. Non che prima siano stati tutti pronti a occuparsi pietosamente delle sofferenze incurabili, ad assistere con amore alle ultime ore, o agli ultimi giorni, dei moribondi: come vedremo, ha prevalso la tendenza a metterli da parte, cercando di dimenticarli. Ma almeno non si progettava di ammazzarli.

 

Comunque, all’inizio del XX secolo la presenza di tanti incurabili e di tanti morenti negli ospedali ha posto il problema alla collettività. Gli ospedali infatti hanno allargato il loro raggio di azione e la capacità di cura dopo la scoperta dei batteri, quindi della sepsi. Prima, chi andava in ospedale era solo un povero senza possibilità di assistenza, che rischiava di ammalarsi ancora più gravemente per il solo fatto di trovarsi in un posto pieno di batteri e virus. Ma verso la metà del Novecento, la situazione era cambiata: igiene diffusa e soprattutto la scoperta degli antibiotici avevano reso gli ospedali un luogo di cura relativamente sicuro, dove cercavano assistenza – se malati gravemente – anche gli appartenenti a classi medio-alte.

 

Ma, come la storia di Florence Nightingale insegna, per quanto riguarda l’assistenza medica sono sempre le guerre a permettere salti in avanti della pratica ospedaliera. La guerra e, bisogna aggiungere, le infermiere – in particolare le infermiere inglesi, giovani donne dell’alta società, colte e con la possibilità di trovare ascolto nel governo – sono le forze che hanno stimolato e creato il cambiamento.

 

Lo conferma la vicenda di Cicely Saunders, un’infermiera di ricca famiglia impegnata nella cura dei feriti dello sbarco in Normandia. La sua improvvisa attrazione verso un bellissimo ufficiale gravemente ferito la porta a scoprire che i feriti senza speranza vengono trasferiti in una Zona, dove i medici non passano più e solo suore volenterose e pietose accudiscono fino alla morte. Una morte che sopravviene però dopo sofferenze terribili, perché non vengono loro iniettate dosi sufficienti di morfina, con la motivazione assurda che questo li porterebbe alla dipendenza. Cicely per amore dell’ufficiale affronta il medico che nega la morfina, con la frase che segnerà poi tutta la sua vita: “Si prenda le sue responsabilità, non stia attaccato ai protocolli!”.
Cicely le responsabilità se le prende sempre, e proprio per questo, a quarant’anni, decide di laurearsi in medicina, per potere finalmente decidere lei come aiutare i moribondi. 

 

Ci racconta la sua storia un romanzo biografico appassionante, "Di cosa è fatta la speranza" (Bompiani), di Emmanuel Exitu, che ricostruisce le difficoltà incontrate da una donna – se pure di ricca famiglia – nel realizzare qualcosa di nuovo nell’ambito dell’assistenza dei malati incurabili. In mezzo a mille resistenze, a umiliazioni continue – da parte della sua stessa famiglia – e con l’aiuto di due amiche preziose e di una suora infermiera della Carità, Cicely arriva a realizzare il suo progetto: un ospedale per i malati inguaribili in attesa della morte, quello che oggi chiamiamo un hospice. Un luogo dove curare il loro terribile dolore, sperimentando terapie antidolorifiche nuove, senza lesinare in oppiacei, per restituire l’amore della vita a chi era ormai ridotto a un mucchietto di sofferenza e basta. La terapia non è solo farmacologica: ogni malato è accompagnato da medici e infermiere con l’ascolto, le chiacchiere serie o divertenti, perché la morte viene affrontata come compimento di una vita, e in questo quadro le ultime volontà acquistano nuovo significato e potere taumaturgico.

 

Nell’hospice la vita rinasce, senza l’assillo di un dolore insopportabile si ricostituiscono i rapporti con le persone care, con le quali si può lavorare a un lungo addio che porta a una morte pacificata. Nell’hospice si cucinano dolci – chi non riesce più a mangiarli partecipa alla festa collettiva sentendo il profumo delle torte, che è già in sé una festa – si ascolta musica, si canta. Cicely organizza un coro fra i malati, qualcuno che sa suonare ritrova la possibilità di condividere la musica con gli altri, si crea una comunità di morenti molto vivi, capaci di battute ironiche sul proprio destino ormai segnato.
Uno dei momenti più divertenti raccontati è quando un domatore ricoverato, che vorrebbe vivere fino alla nascita di un elefantino, riceve la visita dell’elefantino stesso in ospedale, nel divertimento di tutti i malati.

 

Saunders ha insegnato a tutti che la civiltà si deve confrontare con la morte, che non può semplicemente metterla da parte, e che questo è possibile per atei e credenti, se si torna a rispettare ogni destino umano. Questa biografia è un libro che dovrebbero leggere tutti i sostenitori della eutanasia, suicidio assistito o simili, perché dimostra praticamente come esista un’altra possibilità di aiutare con pietà i morenti, una possibilità degna del genere umano, pensando prima al rispetto della vita e al senso del destino di ciascuno che al costo delle cure, mai evocato ma che è la motivazione vera della febbre eutanasica del nostro tempo.

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