FACCE DISPARI

Patrizio Trampetti e i cinquant'anni di "Un giorno credi"

Francesco Palmieri

Napoli, Bennato, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, il rock: "È giusto essere ricordati per le cose belle, ma se non ci ricordano è ancora meglio". Essere un Bartleby, uno di quelli che "preferirei di no”

Forse l’Angelo della grazia non è bendato come la dea Fortuna, nemmeno cieco, però è ugualmente difficile capire quando, dove e perché decida di elargire repentine ispirazioni. S’affacciò un giorno alla finestra di un ragazzo ventunenne, l’età in cui allora si diventava maggiorenni, lo spinse a prendere penna e quaderno e a stendere in pochi minuti il testo di una canzone. Passata da una generazione all’altra, primo grande successo di Edoardo Bennato che fu autore della musica, ‘Un giorno credi’ compie quest’anno mezzo secolo accumulando milioni di visualizzazioni su YouTube. “Un giorno credi di essere giusto/ e di essere un grande uomo/ in un altro ti svegli e devi/ cominciare da zero”. “A questo punto non devi lasciare/ qui la lotta è più dura, ma tu/ se le prendi di santa ragione/ insisti di più…”. Patrizio Trampetti fu il ventunenne padre dei versi, un inno sempre attuale alla “caparbietà” persino adesso che tale solido vocabolo è in corso di estinzione, soppiantato dall’involutivo sostituto “resilienza” (il raffronto fonetico tra la sontuosità delle labiali nel primo e la liquidità sibilante del secondo già spiega come siamo cambiati). Nella sua stanza al Vomero, quartiere borghese di Napoli, mentre la sua ragazza finita l’estate se ne torna in Piemonte, in un tedioso pomeriggio dell’èra analogica. "Scrissi senza pensarci su. Forse canzoni e poesie dipendono da una parte del cervello ingestibile, irrazionale. Poi Edoardo mi passò una melodia che aveva composto e che cambiai leggermente per adattarla al testo".

  

Il brano fu incluso nel primo lp di Bennato, ‘Non farti cadere le braccia’ del 1973, con arrangiamento di archi e fiati di Roberto De Simone.
Quasi per caso. Edoardo dubitava di pubblicarlo e invece ebbe tale successo che lo inserì anche nel secondo lp, ‘I buoni e i cattivi’, di cui disegnai la copertina.

 

Avete festeggiato il mezzo secolo di ‘Un giorno credi’?
Figuriamoci. Con Bennato mi sento poco, quando si diventa famosi le vite cambiano. Però ogni tanto l’ho ricantata anch’io.

 

Per Bennato scrisse anche ‘Feste di piazza’, che irrideva le Feste dell’Unità quando erano quasi un appuntamento d’obbligo per gli artisti. Il brano si conclude con “i vuoti a perdere mentali abbandonati dalla gente”.

Ero entrato nella Nuova Compagnia di Canto Popolare e ci esibivamo in molte di quelle occasioni. Non ero un militante comunista, ma furono momenti di grande aggregazione. La chiusa amara fa parte del mio modo di sentire. Peccato che Bennato non la canti ai concerti.

  

La sua è stata la voce delle villanelle nella Nccp e della sorellastra Patrizia nella prima edizione della Gatta Cenerentola, con centinaia di repliche. Qual era la sua vocazione? Cantante, paroliere, attore?

Suonare e cantare, da quando ero bambino. Studiai chitarra con un grande maestro, Eduardo Caliendo: dopo la morte di mio padre, quando non potevo pagargli le lezioni, me le impartì gratuitamente. Capii che i soldi non sono la cosa principale e nemmeno la popolarità. La mia è stata una carriera romantica, senza smanie di potere. Non sono ricco né povero ma una persona libera.

 

Recita ‘Un giorno credi’: “Mentre tu sei l’assurdo in persona/ e ti vedi già vecchio e cadente/ raccontare a tutta la gente/ del tuo falso incidente…”. Facciamo come Borges che incontra se stesso giovane nel racconto ‘L’altro’: Può dire al Trampetti ventunenne qual è stato il suo “falso incidente”?
Volevo diventare un rocker, ma incontrai De Simone che mi deviò verso la musica popolare di cui non sapevo niente. La prima volta che mi ci portò il fratello di Bennato, Eugenio, pensavo di scappare. Invece sostituii nella Nuova Compagnia Carlo D’Angiò, perché il padre non gli permetteva di andare in giro per concerti. Diventò un ingegnere dell’Ansaldo, continuò il percorso artistico ma come un hobby.

 

Nel 2021 ha composto il brano ‘’O Sud è fesso’, una critica a chi si accontenta delle caramelle che addolciscono la vita.
È un pezzo antiretorico contro certa mentalità napoletana. Non basta una notte stellata perché tutto sia bello. Bisogna smontare chi si crede furbo e invece è solo un fesso, con la nostra straordinaria e orrenda storia.

 

Il prossimo disco?
Un omaggio a Luigi Tenco con pezzi cantati assieme a Claudia Gerini, che pronuncia benissimo il napoletano, agli Inti-Illimani, a Tricarico, a Isa Danieli e Pietra Montecorvino. Ma i dischi ormai non si vendono, la musica è usa e getta, mentre per la mia generazione era parte integrante della vita. Poi chissà: se Mozart fosse nato oggi magari si sarebbe dedicato alla composizione elettronica, perciò non amo i rimpianti né dire che “era meglio allora”.

 

Lei è nelle sparute fila dei Bartleby, che preferiscono “anche no”.
Non aggredisco il mondo ma non lo vanto come pregio. Sono timido, estroverso solo a teatro. Per esempio nei panni di Monsignor Perrelli, una figura reale diventata proverbiale: ne ho fatto tre o quattrocento repliche con Peppe Barra.

 

Monsignor Perrelli era quello che si lagnava della morte dei suoi cavalli proprio quando si stavano abituando a nutrirsi solo d’acqua.
Ho i tempi comici per interpretare quelle spiazzanti follie.

  

Quanto la inorgoglisce che una canzone di cinquant’anni fa sia tuttora un manifesto?
È giusto essere ricordati per le cose belle, ma se non ci ricordano è ancora meglio.

  

Cos’è un falso incidente?
È diverso dall’incidente falso, quello con cui si truffa un’assicurazione. Il falso incidente è applicabile a tanti incontri e scelte della vita. Ma spesso te ne accorgi solo parecchio tempo dopo.

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