Foto di Elisa Cabot, via Wikimedia Commons 

1929-2023

È morto Milan Kundera. Un sillabario

Francesco M. Cataluccio

“Sentiva le grida dei comunisti che difendevano la loro purezza interiore e diceva tra sé: per colpa della vostra incoscienza la nostra terra ha perso, forse per secoli, la sua libertà e voi gridate che vi sentite innocenti?”. Da Amore a Valzer degli addii. Vita in parole dello scrittore morto a Parigi a 94 anni

Milan Kundera è morto oggi a Parigi. Il grande scrittore ceco (nato a Brno nel 1929) e cittadino francese dal 1981 (la cittadinanza cecoslovacca gli fu revocata dopo il “Libro del riso e dell’oblio” e restituita solo nel 2019) aveva 94 anni. Francesco M. Cataluccio in questo “sillabario” per il Foglio ne analizza la vita e l’opera. Scrive Cataluccio: “Debbo a Kundera una delle avventure intellettuali e umane più belle che mi siano capitate e la riprova che ‘all’Est’ c’era un rapporto con la letteratura e la cultura assai più profondo che da noi”. 

   


       

Amore. Vedi alla voce Litost

Arte del romanzo. L’arte del romanzo (1988) inizia così: “Nel 1935, tre anni prima di morire, Edmund Husserl tenne, a Vienna e a Praga, alcune famose conferenze sulla crisi dell’umanità europea. L’aggettivo “europeo” designava per lui quell’identità spirituale che si estende al di là dell’Europa geografica (all’America, per esempio) e che è nata con la filosofia greca classica. Questa, secondo lui, per la prima volta nella Storia, intese il mondo (il mondo nel suo insieme) come una questione da risolvere. Lo interrogava non per soddisfare questo o quel bisogno pratico, ma perché l’umanità era pervasa dalla passione del conoscere”.

Carattere boemo. I protagonisti delle storie di Kundera sono quasi tutti dei perfetti fratelli o cugini di Sc’vèik, il buffo e tremebondo soldatino protagonista dell’esilarante libro, molto amato da Kundera, di Jaroslav Hašek. Kundera, invece di una comprensione umana per la debolezza del carattere dei sui connazionali, cerca di mettere in evidenza i chiaroscuri dei loro atteggiamenti, evitando però accuratamente di assumere delle posizioni moraliste. Tutti i suoi “eroi”, in fondo, sono un po’ meschini, ma anche malinconicamente umani e simili a tutti noi, votati alla sconfitta o alla sottomissione: “I suoi connazionali, i quali, com’è noto non amano la parte dell’eroe (che lotta e vince), ma piuttosto quella del martire: infatti i martiri li rassicurano, confermandoli nella loro legale inazione e confermando che la vita offre solo due alternative: la rovina o l’obbedienza”.

Cinema e donne. La nouvelle vague (Nová vlna ) cecoslovacca degli anni Sessanta, uno dei fenomeni più belli e meno conosciuti della storia de cinema, è la scuola dove si forma Kundera. Un cinema che, grazie a registi come Jiri Menzel, Milos Forman, Vera Chytilová, Jaromil Jires, Juraj Jakubisko si intersecava di continuo con la letteratura. Giovani scrittori (come Skvorecky, Kima, Vaculik, Hrabal e lo stesso Kundera) e giovani registi sembravano andare all’unisono, scambiandosi in continuazione materiali e storie. Jires traspose, ad esempio, mirabilmente, nel 1968, Žert (Lo scherzo) di Kundera, che insegnava alla Scuola di cinematografia di Praga. La scrittura di Kundera, se messa vicino a quei film, appare contaminata sia nello stile, asciutto e surreale, che nei contenuti: tante piccole e poetiche storie di uomini e donne comuni che si arrabattano in un universo assurdo.

Compassione. “Nelle lingue derivate dal latino la parola compassione significa: non possiamo guardare con indifferenze le sofferenze altrui; oppure: partecipiamo al dolore di chi soffre. E’ per questo che la parola compassione generalmente ispira diffidenza: designa un sentimento ritenuto mediocre, di second’ordine, che non ha molto a che vedere con l’amore. Nelle lingue che formano la parola compassione non dalla radice sofferenza (passio) bensì dal sostantivo “sentimento”, la parola viene usata con significato quasi identico. Avere compassione (co-sentimento) significa vivere insieme a qualcuno la sua disgrazia, ma anche provare insieme a lui qualsiasi altro sentimento: gioia, angoscia, felicità, dolore. Nella gerarchia dei sentimenti è il sentimento supremo” (L’insostenibile leggerezza dell’essere, p.10).

Dio vigliacco. Secondo il mio rimpianto amico Guido D. Neri, autore del pionieristico Aporie della realizzazione. Filosofia e ideologia nel socialismo reale (Feltrinelli 1980; Unicopli, Milano 2015), che aveva abitato a Praga prima del ‘68, e col quale discutevamo spesso di Kundera, il suo capolavoro era il racconto Io dio vigliacco. Una storia di un’ironia tremenda. Un uomo innamorato di un’allieva del conservatorio, non riuscendo a sedurla, la fa incontrare con un amico greco, spacciandolo per il direttore dell’opera di Atene. Giovanna si concede a lui convinta di dare tutta stessa all’arte. Avrà un bambino. I due uomini, che non possono scoprirsi, soffriranno impotenti. Il protagonista (l’io narrante) si sente l’artefice, come in una commedia, di tutta la storia di cui finirà con l’essere la prima vittima: “Ho organizzato tutto io, per divertirmi. Ho inventato io tutta la storia. Sono io il dio di questa storia. Ma che dio vigliacco…”. La morale, come in tutte le storie di Kundera, è che le nostre azioni finiscono sempre con l’acquistare un senso opposto a quello da noi attribuito a priori: hanno una vita propria, indipendente da noi.

Diritti degli animali. Il personaggio più dignitoso e coerente nell’amore, nell’Insostenibile leggerezza dell’essere è il cane Karenin. Kundera fa un’impietosa analisi dei rapporti tra uomini e animali, a partire dalla Genesi: “Subito all’inizio della Genesi è scritto che dio creò l’uomo per affidargli il dominio sugli uccelli, i pesci e gli animali. Naturalmente la Genesi è stata redatta da un uomo e non da un cavallo. Non esiste alcuna certezza che dio abbia affidato davvero all’uomo il dominio sulle altre creature. E’ invece più probabile che l’uomo si sia inventato dio per santificare il dominio che egli ha usurpato sulla mucca e sul cavallo. Sì, il diritto di uccidere un cervo o una mucca è l’unica cosa sulla quale l’intera umanità sia fraternamente concorde, anche nel corso delle guerre più sanguinose. Questo diritto ci appare evidente perché in cima alla gerarchia troviamo noi stessi. Ma basterebbe che nel gioco entrasse una terza persona, ad esempio un visitatore da un altro pianeta, il cui Dio gli abbia detto: ‘Regnerai sulle creature di tutte le altre stelle!’, e tutta l’evidenza della Genesi diventerebbe di colpo problematica. Un uomo attaccato a un carro da un marziano, o magari fatto arrosto da un abitante della Via Lattea, si ricorderà forse della cotoletta di vitello che era solito tagliare nel suo piatto e chiederà scusa (in ritardo!) alla mucca”. La misura della nostra umanità è nel rapporto che abbiamo verso gli animali.

Domande. Kundera è convinto che la stupidità derivi dall’avere una risposta per ogni cosa e la saggezza derivi invece dall’avere, per ogni cosa, una domanda. Come disse a Philip Roth che lo intervistava: “Il romanziere insegna alla gente a cogliere il mondo come una domanda”. (Philip Roth, The Most Original Book of the Season, “New York Times”, 30 novembre 1980).

Entusiasti criminali. Ne L’insostenibile leggerezza dell’essere, Kundera affida a Tomáš una riflessione assai lucida e impietosa sulle responsabilità dei comunisti: “Chi pensa che i regimi comunisti dell’Europa centrale siano esclusivamente opera di criminali, si lascia sfuggire una verità fondamentale: i regimi criminali non furono creati da criminali ma da entusiasti, convinti di aver scoperto l’unica strada per il paradiso. Essi difesero con coraggio quella strada, giustiziando per questo molte persone. In seguito, fu chiaro che il paradiso non esisteva e che gli entusiasti erano quindi degli assassini. Allora tutti cominciarono a inveire contro i comunisti: Siete responsabili delle sventure del paese (è impoverito e ridotto in rovina), della perdita della sua indipendenza (è caduto in mano alla Russia), degli assassinii giudiziari. Coloro che venivano accusati rispondevano: Noi non sapevamo! Siamo stati ingannati Noi ci credevamo! Nel profondo del cuore siamo innocenti! La discussione si riduceva a questa domanda: Davvero loro non sapevano? Oppure facevano solo finta di non aver saputo nulla? Tomáš seguiva la discussione (così come la seguivano tutti i dieci milioni di cechi) e si diceva che tra i comunisti c’era sicuramente chi non era del tutto all’oscuro (dovevano pur sempre aver sentito parlare degli orrori che erano stati commessi e che venivano ancora commessi nella Russia postrivoluzionaria). Ma era probabile che la maggior parte di loro non ne sapesse davvero nulla. E si disse che la questione fondamentale non era: Sapevamo o non sapevamo? bensì: Si è innocenti solo per il fatto che non si sa? Un imbecille seduto sul trono è sollevato da ogni responsabilità solo per il fatto che è un imbecille? Ammettiamo pure che un procuratore ceco che all’inizio degli anni Cinquanta chiedeva la pena di morte per un innocente sia stato ingannato dalla polizia segreta russa e dal proprio governo. Ma ora che sappiamo tutti che le accuse erano assurde e i giustiziati innocenti, com’è possibile che quello stesso procuratore difenda la purezza della propria anima e si batta il petto: La mia coscienza è senza macchia, io non sapevo, io ci credevo. La sua irrimediabile colpa non risiede proprio in quel ‘Io non sapevo! Io ci credevo!’? Fu allora che a Tomáš tornò in mente la storia di Edipo: Edipo non sapeva di dormire con la propria madre ma, quando capì ciò che era accaduto, non si sentì innocente. Non poté sopportare la vista delle sventure che aveva causato con la propria ignoranza, si cavò gli occhi e, cieco, partì da Tebe. Tomáš sentiva le grida dei comunisti che difendevano la loro purezza interiore e diceva tra sé: per colpa della vostra incoscienza la nostra terra ha perso, forse per secoli, la sua libertà e voi gridate che vi sentite innocenti? Come potete ancora guardarvi intorno? Come potete non provare raccapriccio? Siete o non siete capaci di vedere? Se aveste gli occhi, dovreste trafiggerveli e andarvene da Tebe!”.

Erotismo. Nonostante le apparenze, l’erotismo per Kundera non gioca quel ruolo che sembrerebbe derivare dal fatto che tutti i suoi protagonisti sono fortemente condizionati dal sesso. L’atmosfera languida e dolcemente erotica che si respira nelle sue pagine è quella di certi film degli anni Sessanta (vedi Cinema e donne), come Gli amori di una bionda di M. Forman o Un’estate capricciosa di J. Menzel. Ružena, de Il valzer degli addii assomiglia perfettamente alla protagonista sognante de Gli amori di una bionda. Ma per Kundera, il sesso rimanda sempre ad altro: “Nell’erotismo non cerchiamo che l’immagine della nostra importanza e dei nostri successi” . In fondo, come per gli slavi, quello che conta è l’amicizia: “Ho avuto abbastanza storie con le donne, nella mia vita, e questo mi ha insegnato a rispettare l’amicizia tra gli uomini. Questo rapporto non sporcato dalle cretinaggini dell’erotismo è l’unica cosa valida che io abbia mai conosciuto in vita mia” .

Filosofia. I romanzi di Kundera sono sempre stati preceduti da grandi letture filosofiche e si sente che le sue storie sono spesso trattate come “novelle esemplari” di un particolare filone di pensiero. Prima de La vita è altrove rilesse tutto Heidegger; prima de Il valzer degli addii: quattro tomi sulla vita dei santi, Freud, studi sulla pittura religiosa, Bataille. I suoi autori preferiti, tra i filosofi e gli scrittori-filosofi, sono: Platone, Rabelais, Sterne, Diderot, Nietzsche, Kafka, Broch, Heidegger, Bataille e Gombrowicz, Husserl: “La mia passione per la filosofia è tipica di un eclettico, tutti i romanzieri sono banalmente eclettici quando parlano di filosofia. Io non ricerco una verità: cerco la ricchezza di possibilità di vedere il mondo. la Fenomenologia è il punto di incontro tra la filosofia e i romanzo. Essa è la filosofia delle cose che sono evidenti, prima che la scienza le matematizzi (...) In generale tutti i pensieri che arrivano troppo facilmente ad un sistema, a un dogma, mi ripugnano” .

Fotografie. Per Kundera, il Potere nei paesi del socialismo reale si presenta come un’enorme macchina che tutto cancella: la memoria, il passato di tutta la nazione e di ogni individuo. (vedi Oblio) In particolare questa cancellazione avviene nelle fotografie. In Kniha smichu a zapomnêí (Il libro del riso e dell’oblio), Kundera racconta di come venne cancellato il premuroso ex ministro Clementis: “Nel febbraio 1948 il dirigente comunista Klement Gottwald si affacciò al balcone di un palazzo barocco di Praga per parlare alle centinaia di migliaia di cittadini che gremivano la piazza della Città Vecchia. Fu un momento storico per la Cecoslovacchia. Un momento fatale, come ce ne sono uno o due in un millennio. Gottwald era circondato dai suoi compagni e proprio accanto a lui c’era Clementis. Faceva freddo, cadevano grossi fiocchi di neve, e Gottwald era a capo scoperto. Clementis, premuroso, si tolse il berretto di pelliccia che portava e lo posò sulla testa di Gottwald. La sezione propaganda diffuse in centinaia di migliaia di esemplari la fotografia del balcone da cui Gottwald, con il berretto di pelo in testa e il compagno a fianco, parlava al popolo. Su quel balcone cominciò la storia della Cecoslovacchia comunista. Dai manifesti, dai libri di scuola e dai musei, ogni bambino conosceva quella foto. Quattro anni dopo Clementis fu accusato di tradimento e impiccato. La sezione propaganda lo cancellò immediatamente dalla storia e, naturalmente, anche da tutte le fotografie. Da allora Gottwald, su quel balcone, ci sta da solo. Lì dove c’era Clementis c’è solo la nuda parete del palazzo. Di Clementis è rimasto solo il berretto che copre la testa di Gottwald”. In seguito vennero cancellati tutti i protagonisti e le vicende dalla Primavera di Praga. Le loro immagini erano tassativamente vietate. Cancellare una foto è cancellare la storia: “La deportazione di mezzo milione di lituani, l’assassinio di centinaia di migliaia di polacchi, la liquidazione dei tatari in Crimea, tutto ciò è rimasto nella memoria senza documenti fotografici e quindi, in fondo, come qualcosa di indimostrabile che, prima o poi, sarà fatto passare per una mistificazione”.

Giovane poeta. Il romanzo La vita è altrove è la storia di Jaromil (che significa: “colui che ama la Primavera” o “”colui che è amato dalla Primavera”) – e si noti l’ironia con la cosiddetta “Primavera di Praga“ – bambino-poeta condannato all’immaturità da un atroce, risucchiante amore materno. La madre insegna al piccolo il valore delle parole perché egli è destinato a fare il poeta. Infatti, vivrà e morirà da poeta, a vent’anni. La sola volta che, nel suo desiderio di virilità, agisce con le parole sulla realtà, diviene, con slancio lirico e ottima coscienza, la spia della polizia e condivide di tutto cuore il sadismo degli aguzzini. Il valzer degli addii è ambientato in una stazione termale per donne sterili. La protagonista, l’infermiera Ružena, cerca un padre per il bambino che ha in pancia e si scontra con Klima, famoso trombettista che sfiora la verità in un ballabile di menzogne e cerca di farla abortire per non avere il figlio. Kundera stesso all’inizio della sua carriera artistica è stato un poeta. Esordì con due raccolte: L’uomo è un grande giardino (1953) e Monologhi (1957) . Me le regalò, a Milano, la dolce amica dottoressa Vlasta Feslova, compagna di gioventù di Kundera, raccomandandomi di partire da lì per imparare il ceco.

Immaturità. Tutti i protagonisti delle storie di Kundera sono degli immaturi che non trovano nella realtà, nella Storia dal volto mostruoso, un luogo e un modo per realizzare pienamente la loro condizione umana. Kundera riprende il tema dell’infantilismo, caro allo scrittore polacco Witold Gombrowicz, sostenendo che ogni sistema totalitario è una macchina che bambinizza gli adulti. Ciò che viene proposto è: dimenticare la libertà, la propria individualità, tornare bambini, smettere di occuparsi delle grandi questioni politiche. Soddisfazione dei bisogni materiali in cambio del sacrificio della libertà. E infatti quei regimi sono crollati quando non sono stati più in grado di garantire più nemmeno i beni materiali, a popolazioni “sempre più esigenti”. Kundera scrive una frase di grande profondità, che può essere considerata una chiosa ai tempi moderni: “I bambini non sono l’avvenire perché saranno un giorno adulti, ma perché l’umanità si avvicina sempre più a loro, perché l’infanzia è l’immagine dell’avvenire”. (vedi Giovane poeta).

Katowice. Il 25 e 26 aprile del 1986, alcuni amici polacchi, con i quali avevo condiviso per tre anni il seminario per dottorandi dell’Istituto di studi letterari (IBL) di Varsavia, organizzarono a Katowice un seminario clandestino su Kundera, dove venni invitato. Tutto, all’inizio, fu molto formale, nonostante la censura e il pericolo di esser scoperti: inviti stampati, richiesta del titolo della relazione (la mia si intitolava: La filosofia di Kundera), materiali di documentazione appositamente tradotti dal ceco e dal francese. Arrivammo a Katowice (una delle città più brutte della Polonia: grosso polo industriale al confine con la Germania) alla spicciolata, la sera prima dell’inizio dei lavori: 28 persone provenienti da tutta la Polonia (tra le quali due stranieri: uno svedese e io) alloggiate in posti di fortuna, da amici e anche, come nel mio caso, da persone ignare. Il seminario si tenne in un alloggio da poco abbandonato, al quarto piano di un grigio palazzone di periferia. Tutti seduti per terra ascoltammo 12 relazioni e registrammo cinque ore di dibattiti. Le uniche pause erano per dei veloci pranzetti a base di salsicce bollite, pane e birra (ce n’erano delle casse piene contro una parete). Il secondo giorno, irruppe in casa la polizia, ma fece finta di aver interrotto una rimpatriata di amici un po’ alticci. L’atmosfera era invece quella di una discussione maledettamente seria, di una fraternità e una comunanza spirituale davvero singolari. La sbobinatura di quei materiali fu poi pubblicata in un libro, due anni dopo, a Londra e, contemporaneamente, in Polonia, nelle edizioni clandestine. E’ considerata tutt’oggi la cosa più completa e interessante uscita sullo scrittore boemo. Debbo a Kundera una delle avventure intellettuali e umane più belle che mi siano capitate e la riprova che “all’Est” c’era un rapporto con la letteratura e la cultura assai più profondo che da noi.

Kitsch. Kundera ha, tra l’altro, il merito di aver sollecitato una riflessione sul kitsch come “essenza del nostro tempo”. Egli prende le mosse dalle riflessioni dello scrittore austriaco Hermann Broch (1886-1951) secondo il quale il kitsch è la riduzione di tutti i criteri di valutazione delle azioni umane alla grandezza dell’effetto che producono. La trasformazione della razionalità nella crudeltà. La crudeltà più terrificante è sempre connessa con la pretesa della letteratura di diventare, essa stessa, la Guida illuminata della Storia. Kundera ha ripreso queste idee e le ha poste al centro della sua poetica. In particolare, nel romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere, prende la merda come misura del kitsch. La merda è negata continuamente e tutti si comportano come se non esistesse. Il kitsch è la negazione assoluta della merda: “Il kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile”. Nel regno del kitsch impera la dittatura del cuore, per questo è l’ideale estetico di tutti gli uomini politici, di tutti i partiti e i movimenti politici: “La fratellanza di tutti gli uomini della terra sarà possibile solo sulla base del kitsch”. Il kitsch in fondo è un paravento che nasconde la morte. Per questo: “Nessuno di noi è un superuomo capace di sfuggire interamente il kitsch. Per quanto sia forte il nostro disprezzo, il kitsch fa parte della condizione umana” . Italo Calvino mosse due acute obiezioni a questa teoria di Kundera: 1) terminologica. Kundera prende in considerazione soltanto una delle categorie del kitsch: “Del cattivo gusto della cultura di massa fa parte anche il kitsch che pretende di rappresentare la spregiudicatezza più audace e ‘maledetta’ con effetti facili e banali. Certo è meno pericolosa dell’altro, ma ne va tenuto conto per evitare di crederlo un antidoto”; 2) metafisica. L’illusione di un mondo in cui non esista la defecazione, perché secondo Kundera la merda è la negatività assoluta, metafisica. Obietterò che per i panteisti e gli stitici (io appartengo a una di queste due categorie, non preciserò quale) la defecazione è una delle più grandi prove della generosità dell’universo. Che la merda sia da considerare tra i valori e non tra i disvalori, è per me una questione di principio”.

Letteratura e politica. Kundera è stato il meno politico, anche se è stato perseguitato da delle autorità burocraticamente ottuse, di tutti gli scrittori appartenenti alla cosiddetta “area del dissenso”. Dopo il sessantotto, era un uomo deluso e amareggiato: l’impegno politico gli faceva orrore, non voleva sentir parlare né di dissidenti né di socialismo. Difendeva strenuamente l’autonomia della letteratura dall’impegno politico: “La diffidenza del pubblico verso la letteratura dell’Est è in gran parte giustificata. Questa letteratura è infatti sempre la vecchia letteratura ‘impegnata’, anche se è portatrice di una degnissima testimonianza. Veicola verità preconcette anche se giuste, è a tesi, manichea, noiosa. Per esempio: Il primo cerchio di Solzenicyn, ho provato a leggerlo tante volte ma non sono mai andato oltre la pagina 150; so dall’inizio cosa mi vuol dire. Lo stesso per un autore come Zinoviev. Personalità rispettate molto e lette poco.“ Ciò non gli ha impedito di ingaggiare delle importantissime battaglie culturali in difesa delle “piccole nazioni dell’Europa centrale”, di intervenire in difesa della Slovenia: “Il patriottismo degli sloveni mi tocca personalmente, dal momento che si è sempre fondato non su un esercito o su un partito politico ma sulla cultura e, in primo luogo, sulla letteratura. Il loro eroe nazionale non è né un soldato né un prete ma France Preseren, il grande poeta romantico della prima metà del XIX secolo”. Per queste dichiarazioni Kundera venne violentemente attaccato dal Peter Handke sulle pagine della Suddeutsche Zeitung, agli inizi di agosto: “Com’è triste e anche scandaloso, quando qualcuno come Milan Kundera separa la Slovenia insieme alla Croazia, dai Balcani serbi, e la sbatta ciecamente in quella spettrale Europa centrale, i cui padroni imperiali un tempo volevano liquidare come linguaggio povero e barbaro anche la lingua slava dei ciechi”. Ma anche nei suoi primi romanzi e racconti, che rimangono le sue cose più belle, a volte ho l’impressione che si sia ormai depositata la patina di un passato che sembra lontanissimo: come rivedere certi film di Antonioni degli anni sessanta o riascoltare una canzone di Yves Montand. I libri di Kundera sopravvivono nelle parti più “decontestualizzabili”, dove vince l’ironia e la pietà per le umane miserie (e lo stile, quello del grande scrittore, non invecchia!).

Litost. “Litost è una parola ceca intraducibile in altre lingue. Designa un sentimento infinito come una fisarmonica aperta, un sentimento che è la sintesi di molti altri: tristezza, compassione, rimorso, nostalgia. La prima sillaba di questa parola, che si pronuncia lunga e accentata, suona come il lamento di un cane abbandonato (...). La litost è uno stato doloroso suscitato dallo spettacolo della nostra miseria, scoperta all’improvviso. Tra i rimedi consueti alla nostra personale miseria c’è l’amore. Perché chi è assolutamente amato non può essere miserabile. Tutti i suoi difetti sono riscattati dallo sguardo magico dell’amore, in cui anche un goffo modo di nuotare con la testa alta sopra la superficie dell’acqua può diventare seducente. L’assoluto dell’amore è in realtà un desiderio di identificazione assoluta, il desiderio che la donna nuoti lentamente come noi e non abbia nessun passato individuale da poter ricordare con felicità. Ma da quando l’illusione dell’identità assoluta si rompe (la ragazza nuota rapidamente, ossia ricorda con felicità il proprio passato), l’amore diviene una fonte permanente di quel grande tormento che chiamiamo amore. (...) La litost è un tratto dell’età dell’inesperienza. E’ uno egli ornamenti della giovinezza” . Ho sempre pensato che la parola litost stia appiccicata all’animo di Kundera come una decalcomania.

Musica. Figlio del musicologo Ludvìk Kundera, pianista e allievo di Janácek, autore di saggi su Beethoven e sulla musica popolare (si parla di lui anche nell’Enciclopedia della musica della Utet), Milan Kundera è stato educato in un ambiente dove la musica stava al vertice della scala dei valori. Il padre gli raccontava sempre, come ammonimento politico, che i russi, entrati a Varsavia dopo il fallimento dell’insurrezione polacca, avevano buttato per spregio, dalla finestra della sua casa, il pianoforte di Chopin (mi ricordo quella casa gialla di Varsavia, in via Nowy swiat – Nuovo Mondo –, accanto alla Facoltà di Filosofia e, uscendo dalla Biblioteca, cercavo sempre di immaginare quel pianoforte che volava giù e si fracassava per strada). In gioventù, Kundera praticò la musica: “Fino a venticinque anni ero attratto molto più dalla musica che dalla letteratura. La mia cosa migliore di allora fu una composizione per quattro strumenti: pianoforte, viola, clarinetto e batteria. Essa prefigurava in modo quasi caricaturale l’architettura dei miei romanzi, la cui futura esistenza, a quell’epoca, neanche sospettavo” . I suoi romanzi e racconti, Kundera lo ha ribadito in varie occasioni, sono costruiti come una composizione musicale: “La musica è la più grande scuola di forma che si possa immaginare. Intanto mi ha insegnato cos’è l’economia dei mezzi nell’arte. La più grande ambizione formale di un compositore è di costruire una sonata o una sinfonia con il minimo di motivi e di temi. E’ questa economia di mezzi che conferisce coerenza e unità a una composizione musicale. I miei romanzi li ho costruiti dunque su due piani: il piano epico di intreccio degli eventi e il piano musicale di elaborazione e di variazione dei motivi. Nei miei romanzi, le stesse situazioni, le stesse frasi, le stesse metafore ritornano. Ogni volta sotto una luce nuova, ogni volta con un significato diverso. Le ripetizioni mi permettono di penetrare sino in fondo ai singoli temi. “ Spesso, nelle sue pagine, si trovano delle considerazioni sulla musica (fatte dall’autore o per bocca di qualche personaggio). Interessante è la sua idea della storia della musica (“La musica è l’arte che più si avvicina alla bellezza dionisiaca intesa come eleganza”), che ricalca la sua idea pessimista del cammino della storia umana. Alla origini esiste una “idiozia della musica” (Il libro del riso e dell’oblio) che riflette l’idiozia connaturata con l’essere umano. Con un immenso sforzo della mente e del cuore la musica si è elevata: al tempo di Bach (si dice ne L’insostenibile leggerezza dell’essere) la musica assomiglia a “una rosa fiorita nella sconfinata landa nevosa del silenzio”, ma al sommo della sua parabola è diventata ben presto rumore ossessivo ed è tornata allo stato primitivo: il sommo della parabola è l’inizio del Novecento, quando Schönberg fondò “l’impero della dodecafonia”, abolendo ogni gerarchia, e dopo Schönberg venne Edgard Varèse che sostituì alle note una raffinata organizzazione di rumori. “Schönberg è morto”, conclude Kundera, “Ellington è morto, ma la chitarra è eterna. L’armonia stereotipa, la melodia banale, il ritmo tanto più lancinante quanto più monotono, ecco cosa è rimasto della musica, ecco l’eternità della musica” .

Normalizzazione. “L’invasione russa del 1968 ha spazzato via la generazione degli anni Sessanta, e con essa tutta la cultura moderna che l’ha preceduta. I nostri libri sono chiusi negli stessi sotterranei insieme a quelli di Kafka e dei surrealisti cechi. I vivi trasformati in morti stanno a fianco dei morti fatti morire due volte. Si cerchi di capirlo, una buona volta: non sono soltanto i diritti dell’uomo, la democrazia, la giustizia, ecc., che non esistono più a Praga. E’ un’intera grande cultura che a Praga oggi si trova come un foglio di carta in fiamme dove scompare la poesia”. (Intervento sugli effetti della Normalizace, 1981).

Oblio. Il libro del riso e dell’oblio è uno dei libri migliori e più profondi di Kundera: una serie di racconti che mettono a fuoco mirabilmente, e con amara ironia, la realtà dei paesi oppressi da regimi totalitari, ma non solo quella. C’è, già nel titolo, racchiuso il senso della filosofia di Kundera: il riso, lo scherzo, lo scherno, la satira che corrode le palafitte del potere e anche la leggerezza come cifra caratteristica della nostra esistenza; l’oblio come violenza della Storia sugli uomini. Nel racconto La madre (Maminka) si narra di una donna, madre del protagonista, che aveva invitato per il 12 agosto 1968 un suo amico farmacista a raccogliere le pere nel suo giardino. A causa de “l’ingresso dei carri armati di alcuni paesi stranieri” in Cecoslovacchia, il farmacista non si fece vivo, e nemmeno nei giorni successivi per scusarsi. La signora ci rimase malissimo e non perdonò più l’amico. Il figlio e la nuora furono sorpresi e indignati per tanto egoismo e tanta incomprensione degli eventi storici. A distanza di molti anni però, sopiti i rancori, attendendo la madre, il figlio riflette su quell’episodio. Le conclusioni alle quali giunge sono un po’ diverse da quelle del passato. Tutto sommato non gli appare così sbagliata la prospettiva esistenziale della madre che “in primo piano aveva una grossa pera e da qualche parte, lontano, sullo sfondo, un carro armato non più grosso di una coccinella (slunecko) destinata a volarsene via da un momento all’altro (…) Il carro armato è perituro e la pera è eterna (tank je smertelny a hruska je vecnà)”. Karel, il protagonista del racconto, si è oggi costruito un guscio dove fluttuano, e congiurano contro di lui, le figure della moglie Eva e dell’amica Markéta in un intreccio erotico che è insieme desiderio di affermare una vita che, fuori dalla dimensione sessuale, appare sempre meno autentica e triste malinconia prodotta con un grande senso di frustrazione per tanti desideri e speranze rimasti schiacciati dai cingoli dei carriarmati. In lui la paura non gioca più nemmeno un ruolo determinante: si è ormai convinto che le pere (che simboleggiano la vita privata quotidiana) sono più importanti dei carriarmati, si è costruito un’ideologia, perfettamente funzionale al potere, che gli permette persino di accettare la propria sconfitta come una vittoria, scambiare la miopia fisica e mentale di sua madre, ma anche la sua, per la vittoria del quotidiano sulla Storia. Nel volume, la Cecoslovacchia appare come “il deserto dell’oblio organizzato”. Mirek – personaggio di un altro racconto, La lettera perduta – sostiene infatti che “la lotta dell’uomo contro il potere è lotta della memoria contro l’oblio” (Boj cloveka proti moci je boj pameti proti zapomneni). Gli individui si agitano nella propria vita quotidiana - e alcuni lottano proprio per uscire da quella cappa di anonimato che costituisce uno degli elementi fondamentali del mantenimento, da parte del Potere, di un consenso passivo della popolazione. Per un paradosso, sostiene Kundera, è negli scaffali della polizia la nostra unica immortalità. Nel racconto Gli angeli che rappresenta il trionfo dell’incubo dell’infantilismo, la protagonista Tamina si ritrova in un’isola (molto simile alla Cecoslovacchia degli anni Settanta), piena di bambini, soltanto bambini, dove risuona una musica idiota e il “Presidente dell’oblio” (Prezident zapomneni) grida: “Fanciulli, vivere è la felicità!” (Deti, zit, to je stestì!).

Ottimismo. Alla fine de L’insostenibile leggerezza dell’essere, il protagonista del romanzo, Tomáš, ammette di essere felice: “Ma è una felicità paradossale, la sua. Ottenuta non ‘malgrado’ il suo scetticismo, ma ‘grazie’ ad esso. Tomáš si sente felice nel momento in cui perde il lavoro e tutto ciò che ha considerato come la propria ‘missione’. Bisogna piantarla di pensare che l’ottimismo sia legato alla felicità e lo scetticismo all’amarezza. Direi quasi che è vero il contrario”.

Oroscopi. Dopo l’invasione delle truppe del Patto di Varsavia, Kundera perse, come molti altri intellettuali (ma anche operai e impiegati) il posto di lavoro. per campare, scriveva, sotto pseudonimo, oroscopi per un settimanale femminile. Ebbe un tale successo che le mogli dei dignitari del partito telefonavano al suo Direttore per avere degli “oroscopi personalizzati”.

Parigi. Nel novembre del 1981, fuggii a Parigi per non esser costretto ad andar a fare di nuovo il giornalista in Polonia: la situazione laggiù mi immalinconiva e sentivo che stava andando tutto a scatafascio (un mese dopo ci fu infatti il colpo di stato militare). Seppi da un’amica che Kundera teneva delle lezioni in una scuola del’École des Hautes Études (al 44 di Rue de la Tour). In una piccola aula dipinta di giallo, con una ventina di studenti, provenienti da tutte le parti del mondo, spiegava la storia della letteratura dell’Europa centrale. Mi colpì un signore anziano, dal voto grifagno, che stava seduto nell’ultima fila e prendeva meticolosamente appunti su un piccolo quaderno nero. Mi ricordava qualcuno. Lo scoprii un pomeriggi che andai a vedere, in un cinemino dove davano film italiani in lingua originale, Irene, Irene di Peter Del Monte. Quello splendido magistrato, alla fine della vita, era il mio compagno di banco! Alain Cuny, grande attore disoccupato, seguiva le lezioni di Kundera per “capire qualcosa di più del mondo” (come mi confessò, con un sorriso appena abbozzato, quando presi a salutarlo e a cercare, inutilmente, di parlare con lui). Kundera parlava un buon francese e si capiva che era a suo agio tra gli studenti (prima del 1968 era stato un insegnante). Una volta, dopo un’accesa discussione al termine di una lezione “sull’inferiorità della letteratura russa” invitò alcuni di noi a casa sua: un piccolo appartamento pieno di libri e con moltissimi quadri. Li aveva dipinti tutti lui: quando erano arrivati a Parigi, con la moglie, soffrivano un po’ per quelle pareti tutte bianche. Kundera si comprò i colori e le tele e, in poche settimane, trasformò la casa in una galleria (i quadri non erano originalissimi, la maggior parte astratti, ma di buona fattura).

Partito comunista. Kundera aderì al Partito comunista cecoslovacco nel 1948. Fu espulso nel 1950. Fu riammesso automaticamente nel 1956. Venne di nuovo, e definitivamente, espulso nel 1970. “In passato, anch’io ho creduto che l’avvenire fosse il solo giudice competente delle nostre opere e delle nostre azioni. Poi ho capito che il flirt con l’avvenire è il peggiore dei conformismi, la vile adulazione del più forte. Perché l’avvenire è sempre più forte del presente”.

Pianeta dell’inesperienza. Il titolo inizialmente previsto per L’insostenibile leggerezza dell’essere era Il pianeta dell’inesperienza. L’inesperienza come una qualità della condizione umana .

Risata di Dio. Nel discorso di ringraziamento per il conferimento del premio alla fiera di Gerusalemme (giugno 1985), Kundera disse: “C’è un bellissimo proverbio ebraico: ‘L’uomo pensa, Dio ride’. (…) Mi piace pensare che l’arte del romanzo sia venuta al mondo, con François Rabelais, come eco del riso divino. Ma perché Dio ride, vedendo l’uomo che pensa? Perché l’uomo pensa e la verità gli sfugge. Perché più gli uomini pensano, più i loro pensieri divergono. E, in fine, perché l’uomo non non è mai quello che pensa di essere. (…) Proprio quando perde la certezza della verità e il consenso unanime degli altri che l’uomo diventa individuo. Il romanzo è il paradiso immaginario degli individui; è il territorio dove nessuno possiede la verità” . Questo atteggiamento di sfiducia radicale nella Ragione, Kundera lo ha sicuramente accentuato con la delusione politica, ma sostiene di averlo appreso negli stessi anni a partire da una frase folgorante del Dziennik (Diario) di Gombrowicz, scritta probabilmente nel 1967, due anni prima di morire: “Tutta l’episteme occidentale è dominata da questa verità: ‘Tanto più uno è intelligente, tanto più è stupido’”.

Scherzi. “Al giorno d’oggi non c’è più spazio per gli scherzi, oggi si prende tutto sul serio”. Lo scherzo (1967) è il primo romanzo di Kundera. I successivi sono sotto molti aspetti, com’è naturale, delle variazioni di questo tema. Ma quell’allegria, che è insita nella natura della burla, anche se ha conseguenze negative, è venuta a mancare. Gli scherzi non sono una forma di liberazione, sostiene giustamente Kundera. Ma sono una specie di boccata d’aria. Invece: nei drammi e nelle sofferenze dei suoi personaggi, anche nelle situazioni “tragicomiche”, è sparita quest’allegra ombra. Sono gli scherzi, la cosa che Kundera, passando a Parigi e adottando la lingua francese, ha lasciato a Praga.

Valzer degli addii. In cinque giorni e cinque atti si svolge questa commedia umana di menzogne, ambientata in una stazione termale per donne sterili. Ružena, infermiera incinta, cerca un padre per il futuro bambino frutto di una relazione con il trombettista Klima, che cerca di farla abortire. La protagonista verrà avvelenata involontariamente da Jakub, ex vittima delle purghe staliniane (è stato il padre di Ružena a mandarlo in prigione, dove poi è finito anche lui, rimanendovi fino alla morte). “Il valzer degli addii – sostiene Kundera – è il romanzo che in un certo senso mi è più caro. Come Amori ridicoli, l’ho scritto con più divertimento, con più piacere degli altri. in un altro stato d’animo. Anche molto più in fretta (...). Si fonda su un archetipo formale del tutto diverso dagli altri miei romanzi. E’ assolutamente omogeneo, senza digressioni, composto a una sola materia, raccontato con lo stesso tempo, è molto teatrale, stilizzato, basato sulla forma del vaudeville: una forma in cui ha enorme importanza l’intrigo, con tutto il suo apparato di coincidenze inattese ed esagerate”.

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