(foto EPA)

L'America com'era

Il pessimismo pacificato degli Stati Uniti nelle pagine di Cormac McCarthy

Stefano Pistolini

Lo scrittore scomparso martedì percepiva come contesto naturale del suo paese la tendenza generale alla sopraffazione e al predominio dei muscoli. Una commedia umana che intrattiene i lettori sull’orlo dell’abisso

Nel momento di generale perplessità su cosa sia (o cosa stia diventando) l’America contemporanea, la morte del vecchio Cormac McCarthy ci mette di fronte alla liquidazione di un prototipo a questo punto è difficile collocare, oppure che, guardando da qui, abbiamo finito per rimuovere. L’America per com’era. Per come si è fatta apprezzare da alcuni, spaventando molti altri e attirando tanta gente che aveva pochissimo da perdere. Un posto dove era ampiamente praticabile l’ipotesi di cominciare o addirittura ricominciare – è divertente che in una delle sue rare interviste, ribadendo il totale disinteresse per i viaggi, il turismo e la conoscenza del mondo-oltre, McCarthy dichiarasse che un posto che lo intrigava fosse la Nuova Zelanda, abbastanza minimale e lussureggiante di indurre la tentazione di ripartire da capo, com’era stato appunto per il suo paese, alle origini. Ma McCarthy nei suoi romanzi ha raccontato un’altra America, afferrata al volo e fotografata mentre le cose erano già andate a ramengo e sui suoi sfondi meravigliosi s’andava replicando la commedia umana della sopraffazione, addirittura nella versione peggiore, spoglia di ogni cultura, col predominio dei muscoli e una nebbia di confusione calata sul tutto.

 

Un pessimismo pacificato, che affondava le radici nelle storie di Faulkner e che McCarthy percepiva come contesto naturale del paese, magari declinato nella versione che aveva scelto per viverci, lo strapotere della Natura, le terre rosse del New Mexico, dove l’America degli Stati Uniti a forza deve contaminarsi con la folle spiritualità messicana e con quel disordine esistenziale ancora più indecente. A quarant’anni, quando è ancora uno scrittore d’insuccesso, Cormac si trasferisce a Santa Fe per non andarsene più. C’è aria, sole, poco da fare, la norma che l’individuo stabilisce le proprie regole e ciascuno vive secondo le sue inclinazioni, spesso tutt’altro che benigne. L’America faro del mondo (siamo alla metà dei Settanta), l’America di Washington e delle metropoli, secondo lui è una sovrastruttura di cartapesta dell’idea fondativa di quella civiltà, che poteva approfittare dell’ultimo possibile matrimonio con la metafisica della Natura e invece ha assecondato l’eterno gioco dei desideri che seduce la mente umana.

 

Nel suo eremo a due passi dalla frontiera McCarthy ha ciò che gli serve: una Olivetti Lettera 32, su cui scrive i suoi romanzi (la venderà all’asta per quasi 300 mila dollari a un feticista, salvo ricomprarsene una uguale per pochi spiccioli – chiamatela irrisione dello showbiz o, se preferite, feroce critica del sistema), ha un bel po’ di scienziati a cui dedicare il proprio tempo libero esplorandone le scoperte e studiandone le peregrinazioni intellettuali, ha un osservatorio privilegiato sul teatro di un’umanità svincolata dai pregiudizi etici, libera di seguire gli istinti, che manco per idea sono dominati dalla generosità e dall’empatia, ma contengono bizzarrie piuttosto sorprendenti da registrare. E, dal momento che dispone della tecnica spontanea in dote ai grandi narratori americani del Novecento, per McCarthy arrivano i titoli del successo, perché ormai si è impadronito del metodo: non mettere freni alla sua visione spiritata, per quanto contenga un’interpretazione maligna e corrotta della sua gente e provi gusto a crogiolarsi nella perversione, nella strafottenza, insomma nella barbarie naturale americana.

 

Da lì vengono i suoi migliori eroi tragicomici, il giudice albino di “Meridiano di Sangue”, il sicario Anton Chigurh di “Non è un Paese per Vecchi” a cui Javier Bardem darà memorabile fisicità nella versione filmica dei fratelli Coen, fino al pirotecnico sommozzatore Bobby Western del recente “Il Passeggero”, una vera helzapoppin’ tra il macabro e la pochade. In tutto ciò McCarthy detesta l’idea di diventare portavoce di chissà quale visione intellettuale dell’America, o peggio dell’umanità. Piuttosto gli piace fare in modo che i suoi libri vendano bene, occuparsi d’altro, intrattenere i lettori coi suoi ritratti sull’orlo dell’abisso, o addirittura sul fondo del baratro: come ne La Strada, la sua trama più atipica, un vagabondaggio post-apocalittico di padre e figlio tra le macerie della civiltà. Il resto tocca a noi, leggendolo. Ad esempio, tirar giù due conti sull’America che McCarthy suggerisce. Un paese incapace di concludere felicemente la propria evoluzione, incagliato nel dominio delle pulsioni, diviso per bande, bande assortite da gente pronta a fregarsi. Dove la distanza tra ciò che si dice – presente gli appiccicosi modi affabili del killer che uccide con la pistola da bestiame? – e le reali intenzioni di chi vi parla (un presidente, un candidato, un capitano d’industria, un anchorman, ad esempio) è così spropositata, da far venire subito la voglia di afferrare il cappello e avviarsi per una lunga passeggiata nel deserto. Senza di sicuro dimenticare di prendere il fucile, appeso là, vicino alla porta. 

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