Nessuno più dei grandi vecchi sa delineare la biografia della nazione

Matteo Marchesini

Da Carlo Bo a Leo Valiani, da Giorgio Bocca a Tullia Zevi. la raccolta di Federica Montevecchi "Frammenti di futuro"

Come sembra lontana, la transizione tra prima e seconda repubblica. Sulla scena politico-culturale, gli anziani protagonisti dell’antifascismo prebellico convivevano allora coi mattatori della tv di Berlusconi, appena candidatosi al governo contro gli ex comunisti insieme a fascisti mica poi tanto ex. I coltissimi compagni dei Rosselli o di Togliatti (funzionari, giuristi, saggisti) parlavano per l’ultima volta ai giovani cresciuti in un’epoca già postideologica, quella in cui i poster Feltrinelli, la Repubblica di Scalfari e le piazze di Santoro non erano che l’altra faccia della Fininvest. In quegli anni una filosofa trentenne, Federica Montevecchi, pubblicò sul quotidiano Alto Adige-Corriere delle Alpi le memorie di alcuni illustri testimoni del secolo breve: Carlo Bo, Giorgio Bocca, Antonino Caponnetto, Renato Dulbecco, Giulio Einaudi, Inge Feltrinelli, Vittorio Foa, Margherita Hack, Nilde Iotti, Mario Luzi, Mario Soldati, Elio Toaff, Leo Valiani e Tullia Zevi. Non si trattava di interviste, ma del gioco tentato da Perec in “Je me souviens” – una raccolta di ricordi d’ogni tipo, compresi i più apparentemente insignificanti (réclame, cibi, sguardi anonimi) ma tuttavia capaci di rievocare il sapore di una vita. Oggi i ritratti scaturiti da questo esercizio sono stati riuniti dalla Montevecchi in un libro edito da Pendragon e polemicamente intitolato Frammenti di futuro. E’ bene però precisare che le sue cavie non si abbandonano come Perec: in genere, infatti, i loro ricordi sono molto “storici”, cioè subito significativi. Perciò l’interesse del libro sta anche nei passaggi in cui, aprendo una crepa nella biografia da figure pubbliche, confessano a un tratto qualcosa d’inatteso, o magari, mentre si credono in posa, lasciano affiorare certi aspetti ambigui del carattere.

 

Alcune dichiarazioni suonano involontariamente umoristiche: Bo, pontefice dell’ermetismo e rettore per mezzo secolo, sostiene di non aver mai fatto progetti, seguendo “il corso della vita così come mi veniva offerta”. Guascone e spudorato, Bocca ammette invece che è stato bene “quando ho iniziato ad avere successo”, e ci aiuta a capire la fame di vita necessaria per fare a modo suo il giornalista come il partigiano. Trabocca di energia anche Dulbecco, che ha vissuto perfino la campagna di Russia con l’allegria avventurosa del Pin di Calvino. Meno esuberante ma tenacissimo appare Caponnetto, cassiere di banca che studia diritto solo tardi, nelle notti insonni, e che forse per questo diventa un magistrato anomalo. Ancora. Giulio Einaudi (a torto scambiato per un editore-intellettuale: semmai lo era Bompiani) dichiara che la sua passione viziosa per il libro come bell’oggetto gli è venuta fiutando l’odore della biblioteca paterna. Quindi ecco Inge Feltrinelli, che parla il linguaggio spregiudicato dell’industria (chissà che ne avrebbe detto Bianciardi…). Quanto a Foa, rappresenta certo l’ammirevole volontà alfieriana di un ragazzo che senza abbruttirsi ha passato otto anni nelle carceri fasciste, e che è rimasto attivo fino alla soglia dei cento, ringiovanendo anzi crocianamente a mano a mano che acquisiva il controllo della sua esistenza. Eppure qui, in uno scorcio da Torino esoterica, lo vediamo anche seienne mentre prova a ipnotizzare la maestra, perdendo l’agognato premio scolastico l’unico giorno in cui rinuncia alla magia. Nulla di magico, al contrario, nella Hack, cresciuta da genitori antifascisti che però le permettevano di frequentare le adunate, avendo intuito quanto la esaltava il salutismo ginnastico. A Reggio Emilia, intanto, una madre proletaria leggeva alla Iotti i Promessi sposi, quasi prefigurando il mito nazionalpopolare del futuro compagno di Nilde. Ben lontano da questo popolo si teneva Luzi, subito sicuro che la Poesia maiuscola fosse di per sé Resistenza; e senza dubbio i suoi versi resistono ancora, ma quando ci fa sapere che fin da piccolo ha detestato le filastrocche capiamo cosa gli manca per essere un grande scrittore: il senso del gioco. Senso che ha invece in sommo grado Soldati, il quale, descrivendo la madre soffocante e il padre mercuriale, rappresenta il misto di rimorso e di giocondità cattolica con cui si muove a suo agio in qualunque punto del mondo. Ben più stabile è la “vita esemplare” di Toaff, basata su un culto di famiglia e lavoro che suonerebbe filisteo se non si fosse dimostrato eroico. Infine, una ventata di liberalsocialismo cosmopolita: Leo Valiani ricorda che il presidenzialismo non è affatto di destra, come sa chi lo ha invocato per archiviare i deboli governi prefascisti, quelli francesi degli anni Trenta e quelli franati nel ’92; mentre la Zevi racconta la sua attività americana nella Mazzini Society.

 

Resta da dire che i “Je me souviens” sono preceduti da una prefazione in cui l’autrice mette acutamente a confronto quell’ultimo Novecento, vicino e remoto, con l’odierno “dominio del momentaneo”, cioè con un presente assoluto che cancella sia la storia sia la capacità di progettare il futuro. A prendere la parola è qui la Montevecchi filosofa, che oltre ad avere collaborato con Foa ha lavorato a lungo su Giorgio Colli. Due intellettuali agli antipodi: ma non nel riaffermare lo stretto legame tra conoscenza e vita vissuta – e non nella geografia. Siamo sempre a Torino: città che nel libro si rivela centrale, con la sua intransigenza etica, come lo è la cultura ebraica. Non a caso i grandi vecchi più autoindulgenti e poseurs sono i letterati cattolici Luzi e Bo. E anche questa, forse, è l’autobiografia della nazione.

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