Albert Einstein mentre suona un violino nella sala della musica della SS Belgenland in rotta verso la California, 1931 (Foto Keystone/Getty Images) 

il racconto

Caro amico geniale. Le lettere tra Einstein e Paul Valéry

Marinella Guatterini

Lo scambio epistolare tra i due racconta il legame fra poesia e scienza, e aprono una finestra sulla tragedia degli ebrei nel ’900

La capigliatura scarmigliata e canuta, i baffi, la lingua esposta ai quattro venti quasi a mostrar le tonsille: alcuni mesi fa la pubblicità si è impossessata di alcuni tratti peculiari della sua immagine, trasferendola su adulti e bambini. Per il marketing dalle martellanti vendite televisive deve essere stato un trionfo e forse una novità “creativa”. Ingenui. Nel 1976 il regista Robert Wilson e il compositore Philip Glass pescarono per strada e dall’immaginario collettivo americano un sosia in carne ed ossa di Albert Einstein rendendolo ugualissimo al Premio Nobel per la fisica 1921 grazie ad un maquillage perfetto e a un violino più volte accarezzato (a vuoto) tra gli altri orchestrali: lo strumento che l’appassionato di musica Einstein aveva prediletto sin dall’età di cinque anni. Nacque per caso – sulla scorta di una domanda: “Chi è l’uomo più famoso negli States?” – l’opera spartiacque della durata di quasi cinque ore che ancora stabilisce un prima e un dopo nel campo della lirica: Einstein on the Beach.


Circola una casualità picassiana – simile a “io non cerco trovo” – anche nell’imprevedibile rinvenimento di un carteggio tra Paul Valéry e Albert Einstein, pubblicato dalle Edizioni Colophon, per ora solo in un’edizione lussuosa, e della non meno immaginabile amicizia tra il più famoso scrittore e poeta francese tra le due guerre e l’inventore di E=mc2, la formuletta della relatività generale, nota ormai anche ai bambini. Le due scoperte si devono a Maria Teresa Giaveri, francesista e scrittrice dopo una lunga carriera universitaria; nel 2014 stava terminando il Meridiano Mondadori dedicato all’autore della Jeune Parque (1917), quando, tra i documenti della Bibliothèque Nationale di Parigi, s’imbatté in un dossier non catalogato su “cose varie di Valéry”. Dentro il misterioso schedario vide un foglio annotato con la scrittura del letterato che avrebbe riconosciuto tra mille. “Ci lavoro dai tempi della tesi di laurea dedicati ai suoi primi versi”, dice la studiosa che scoprì in calce all’incipit – Cher P.V. – una firma poco frequente: Votre A.E. “Quel testo, degli anni 20, è succinto, pieno di abbreviazioni, frettoloso: pare proprio che qualcuno l’abbia tradotto per Valéry che non conosceva il tedesco”. Il ritrovamento della risposta ad Albert Einstein fu invece quasi immediato. P.V. si diceva felice della loro amicizia nata nel 1926 a Berlino ma iniziata virtualmente e per interposta persona nel 1919 sulle pagine della rivista inglese “Atheneum”.


All’epoca l’algido scrittore francese, così descritto dalla sua massima esegeta italiana, era già diventato famoso e dall’oggi al domani grazie a La Jeune Parque, un testo bellissimo quanto incomprensibile. “La sua oscurità mi mise in luce”, dirà lo stesso Valéry che, infatti, aveva trascorso i primi vent’anni della sua avventura poetica barcamenandosi tra liriche così così e scritti d’indolente natura su commissione. Medicina, architettura, Leonardo da Vinci di cui, in effetti, aveva tradotto alcune pagine, vagheggiando la traduzione di tutti i Codici dall’italiano, lingua nota grazie alla madre triestina. Persino il fascinoso L’âime et la danse che di certo gli ricordava gli anni del liceo, trascorsi a Montpellier, lo scrisse nella forma del dialogo greco socratico per controllare meglio il numero delle battute e il conseguente pagamento. A differenza di Stéphane Mallarmé di cui era estimatore e amico, Valéry non prediligeva la danza e i suoi interpreti. Anzi. In alcune note dei suoi Cahiers giunse a commentare che “in fondo la danzatrice più bella è una medusa vista nell’acqua”. Usava a volte certe immagini legate al tema del movimento, ma nello stesso modo in cui si occupava di tutto un po’. Sinché annoiato e deluso di quella mesta missione letteraria, decise di chiuderne i battenti, conscio della sua inferiorità rispetto a Mallarmé e Arthur Rimbaud, i grandi della generazione simbolista (“M. e R. sono paragoni che mi distruggono”, appuntò). Tutto ciò sino a quel “testo oscuro che mi mise in luce”, e lo proiettò nella più alta cerchia degli intellettuali non solo francesi.   


Insieme a T. S. Eliot fu considerato uno dei massimi poeti europei; Rainer Maria Rilke lo tradusse in tedesco; la fama gli consentì di diventare un vero homme de lettre, chiamato a tenere conferenze, a stilare prefazioni. Disfandosi di un impiego amministrativo, riuscì a mantenere la famiglia e a dedicarsi a ciò che più lo coinvolgeva da autodidatta di genio: la prediletta fisica, la matematica dello stimatissimo vicino di casa eppure mai incontrato Henri Poincaré e nello specifico il funzionamento di quello che definì l’esprit, la mente umana. La Jeune Parque fu per molti aspetti un mistero: poema in versi alessandrini a rima baciata, adotta il lessico di Racine; ha una struttura classica, ma di che cosa parli non si capisce; eppure a fronte di una totale oscurità di senso, riluce la sua bellezza formale. Julia Kristeva esalterà la rivoluzione poetica del linguaggio di Mallarmé e Rimbaud; per Valéry ermetismo è un termine appropriato. 


Però che strano: nel 1917, a guerra non ancora finita, quando a Parigi manca persino la carta e la Grosse Berthe tuona con i suoi cannoni, intellettuali e aristocratici mondani, editori e gazzette impazziscono per La Jeune Parque. Secondo Maria Teresa Giaveri l’Europa, suicidatasi con la Prima guerra mondiale, e la Francia in particolare sentono di poter ritrovare una possibile continuità col passato e un nuovo primato culturale abbracciando la modernità. 


Alla rivista “Atheneum” Valéry inviò un testo alquanto disilluso, dal titolo Crise de l’esprit, il cui incipit diverrà tra i suoi più famosi: “Nous autres, civilisations, nous savons maintenant que nous sommes mortelles”. “Noi civiltà ora sappiamo che siamo mortali”. In una frase aveva sigillato la fine della civiltà europea, sperando che il potere delle idee si ricostituisse altrove, in America, in altri continenti. Per fortuna sulla stessa rivista apparve un barlume di speranza: gli inglesi pubblicarono un testo anonimo dedicato a una nuova teoria reputata valida. Era la relatività di Einstein e il suo estensore, Bertrand Russell, prima ancora di essere un filosofo era un matematico. L’“Atheneum” del novembre 1919 entusiasmò “il poeta dell’impassibile rigore mentale” secondo Italo Calvino che convinse il direttore della “Nouvelle Revue Française” a tradurre la relazione di Russell e cominciò a seguirne il dibattito sulla stampa internazionale. Ormai famosissimo P.V. iniziò ad accettare incarichi ufficiali per conto di tutti gli intellettuali francesi. Nel 1926, inviato a Berlino, all’ambasciata francese, intavolò discorsi vibranti sulla necessità di ricompattare le più colte e avvedute voci europee, per stimolarle a intrecciare legami con gli scienziati: scambi necessari perché l’Europa potesse tornare ad avere un pensiero dominante.


Al Penclub di Berlino qualcuno in seconda fila si alzò e andò a ringraziarlo: finalmente Valéry ed Einstein si conobbero vis à vis. Quella prima lettera con risposta ritrovata dalla Giaveri dava solo conto dell’avvio di un’amicizia che avrebbe avuto un seguito e un epilogo a sorpresa. Infatti, nel 1929, Einstein ricevette la laurea honoris causa dalla Sorbona e Valéry lo frequentò di continuo, anche assieme alla figlia, riluttante, assicura la studiosa che la conobbe, a seguire sia le fitte conversazioni dei due, sia le loro visite come quella che descrive “lunghissima” a Henry Bergson, in ospedale per un’operazione alla prostata. Einstein e Bergson non si amavano molto: il primo sosteneva che un’errata vox popoli accomunasse le loro idee sul tempo, in realtà diversissime, almeno sino a quando, a distanza di anni, e morti entrambi, il filosofo francese Gilles Deleuze non riuscì a conciliare fisica e filosofia grazie alla metafisica, senza la quale la scienza sarebbe astratta e priva di significato. Molto prima di Deleuze, Valéry continuò a ritornare sulla dibattuta visita in L’Idee fixe (1932), un testo in forma di dialogo che godette pure di riuscite messinscene teatrali, e sul successivo incontro epistolare del 1933 a Berlino. Einstein vi era giunto dall’America ritrovando il suo paese nazista. Da ebreo dovette scappare non prima di aver steso una lettera che fa ancora accapponare la pelle per l’attualità della sua riflessione. Riparò in Belgio dove la regina del paese gli offrì una piccola casa al mare, mentre la moglie di un fisico a Parigi si prodigò per fargli assegnare una cattedra al Collège de France. 


Valéry, a sua volta, scrisse una lettera indignata chiamando l’amico “homme de l’univers” – lo stesso appellativo adottato per Leonardo da Vinci – costretto alla fuga da una situazione triste e disgustosa. Non meno ributtante fu, tuttavia, la reazione di taluni francesi alla notizia che Einstein sarebbe approdato al Collège de France. L’opposizione di destra fu durissima, capeggiata dal Figaro; sulle sue pagine René Coty tuonava contro gli immigrati. La Francia, a suo avviso, non avrebbe potuto farsi carico degli espulsi dagli altri paesi, nemmeno di quelli che pare avessero idee geniali ma che al controverso uomo politico parevano solo “idee strane”. Si creò una spaccatura tra chi esultava per l’arrivo di una delle grandi menti del secolo e chi invece si rinchiudeva nella propria desolante autarchia. Non certo a causa di queste diatribe francesi Einstein scelse di ritornare in America, a Princeton, dove trascorse il resto della sua vita: la relazione con Valéry si chiuse con un grande oceano di mezzo. Nel testo L’idée fixe Valéry ricorderà l’amico come “uomo affascinante; il corpo un po’ appesantito, il viso pallido e pieno, dagli occhi orientali, neri e luminosissimi. Un non so che di musicale nel portamento e nella fisionomia. Peraltro, il più semplice degli uomini… Sorride facilmente, ride volentieri”. Dall’ammirazione trapelerà sempre una simpatia umana suggellata da un episodio curioso. Al termine di una conferenza e di una cena ufficiale, Valéry si accorse che Einstein prendeva nota di qualcosa su di taccuino e si compiacque per quella pratica – appuntare idee – che avrebbe dovuto accomunarli. Einstein lo guardò stupito. “Idee: mi capita così raramente di averne e sono così poche”… 


Stranezze di un genio che amava la musica. La Giaveri si rammarica di non averne potuto dare conto nel novembre 2019 durante la presentazione del carteggio all’Accademia delle Scienze di Torino. In compenso, chiamato Vincenzo Barone, collega di chimica teorica esperto di Einstein, si ritrovò in regalo una serie di vetrinette contenenti documenti sulle reazioni dei vari paesi alla pubblicazione sempre nel novembre ma del 1919 – ennesima casualità – di Relativity. The Special and General Theory, di volta in volta attribuita a un “fisico svizzero”, “professore tedesco” o “matematico israelita”. Un insieme di scienziati, già divisi dalla guerra, siglarono reportage favorevoli o contrari; i giornali ne furono spesso annichiliti. Non si distinse il Corriere della Sera che, forse avendo un corrispondente a Londra del tutto inesperto, invitò i lettori a trastullarsi con il termine relatività caro agli inglesi, mentre agli italiani sarebbe andato il merito “di occuparsi solo di cose assolute”. Al florilegio delle scempiaggini si contrappose l’interesse delle menti coltivate. 


Valéry seguì l’evolversi delle scoperte dell’amico da lontano – dalla relatività generale a quella ristretta. Si spinse anche un po’ più in là dichiarando che la sua tesi sul “punto di vista” presentava aspetti simili alla relatività. Il letterato francese vi sosteneva la preminenza dello “sguardo laterale”, l’unico capace di cogliere la realtà in toto, senza perdere aspetti che invece sfuggirebbero. Parrebbe un’analogia costruita ad hoc per sentirsi più vicino a Einstein, anche se la passione di Valéry in campo scientifico e matematico è ormai comprovata. Cher Monsieur Einstein - Verehrter Herr Paul Valéry, il carteggio pubblicato da Colophon, per ora in 80 copie, però non se ne occupa. Libro d’arte, voluminoso e pregiato, raccoglie lettere scritte a mano di carattere etico-politico e quattro meravigliose stampe di Mimmo Paladino. Esemplare tra le tante esternazioni di rabbia e tristezza, la risposta di Einstein a una missiva di Valéry del 16 aprile 1933, quando lo esorta a pensare che di quanto “accaduto alla mia persona” (la fuga dalla Germania di un ebreo con la E maiuscola, perfettamente organizzata e senza intoppi) “quasi non val la pena sia fatta menzione”. Tremendo invece “il destino (sottinteso) degli (altri) ebrei e l’assenza, o quasi di individui e di una sola organizzazione capaci di insorgere contro la messa al bando di così tanti intellettuali di valore, e contro il loro materiale annientamento”. 


Ad aver colpito lo scienziato fu anzitutto la mancanza di senso di responsabilità. “Può esserci per un’accademia, o per qualsiasi altra comunità scientifica, violazione più grave del proprio dovere, dell’assistere in silenzio e senza partecipazione alcuna al sacrilego annientamento di potenzialità creative nel campo della scienza e dell’arte? […] Se gli ideali di umanità che ancora nutrono gli intellettuali più influenti delle nazioni rimaste libere non riusciranno a unirsi e, alleandosi, a concertare insieme un’efficace difesa e azione di contrasto, accadrà che a poco a poco il veleno si insinuerà nei ceti sociali meno capaci di resistenza e politicamente più fragili di quelle stesse nazioni e si diffonderà indisturbato fino a paralizzare del tutto ogni possibilità di reazione della classe dirigente”. Il padre della relatività fu descritto come uomo semplice e lui stesso di sé diceva di avere ben poche idee… Però correva in fretta con la mente, con il cuore, mentre il tempo, banalizzando la sua scoperta, non solo rallentava: in Germania e nel mondo, all’epoca dell’amicizia con Valéry, si era atrocemente fermato.

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