“La mappa del Canada” di Dorthe Nors è un riflesso di tutti noi

Marco Archetti

Su al nord, a una festa che non è la tua e con la vita che fa eco a se stessa. Astenersi lettori che in assenza di gravità narrativa si sentono perduti

Rivolgersi altrove per trame elaborate. Rivolgersi altrove per un bel fuoripista con sensazioni dirompenti, colpi di scena, tizi che entrano da una porta con la pistola in mano – stratagemma narrativo che fa trepidare noi ingenuotti che leggiamo per il solucchero di essere sorpresi, ingannati e intrattenuti – o intrecci straripanti che portano a un’inevitabile escalation di umettamento indice.

 

Rivolgersi altrove: perché rivolgersi a Dorthe Nors – danese autrice de “La mappa del Canada” (Racconti Bompiani, pag. 120, euro 16) tradotta da un’Ingrid Basso già felicemente incontrata in territori kierkegaardiani – significa, semmai, entrare in uno spazio in cui non accade niente di avvertibile o quasi. Nessuna pistola. Mai un soprassalto. Nessuno che faccia grandi gesti o si precipiti da qualche parte. Nessuno che ci nasconda qualcosa. Nessuno che desideri con la forza turpe e troppo umana dell’umano balzacchiano. Non esplodono vendette, mai veri terremoti interiori o torride rese dei conti. Il clima è temperato. I personaggi sono persone. Quel che fanno è quel che sono. E quel che sono è quel che è. Non sono previsti doppi piani di lettura, zero botole, e raramente la biografia che si intravede racconta quel che non si vede. Ciò che questi quattordici racconti di Dorthe Nors (donna della brughiera definita, con eccesso di disinvoltura, “una Woody Allen danese” dal Daily Mail) offrono al lettore è “un riflesso di tutti noi” – e qui citiamo, più opportunamente, il New York Times Book Review.

   

Alert: se siete quel tipo di lettore che in assenza di gravità narrativa si sente perduto; che barcolla senza riferimenti tra le impressioni di settembre e preferisce, al contrario, cose, accadimenti ed escursioni termiche; che non vagabonda in tripudio tra le gioie astratte dei cosiddetti toni chiaroscurali e trova faticosi i peripli dell’elusione; che si irrita se compra un libro di racconti e poi scopre che si è portato a casa un prisma (immagine cara, questa, al recensore “pensati intellettuale”, nelle versioni ricorrenti “un prisma di esistenze e di emozioni” / “un prisma di visioni sulla famiglia” / “il dolore raccontato dal romanzo è un prisma di vissuti” – queste formule sono state rigorosamente copiaincollate, esiste davvero gente che scrive così, sono tra noi), si diceva, se siete quel genere di lettore che vuole carne, sangue e fuoco, “Mappa del Canada” non fa per voi.

 

Certo, qualcuno tirerà in ballo Cechov – quando tocca elogiare un racconto o un romanzo che rischi di risultare troppo dimesso, si tira sempre in ballo Cechov (speriamo non esista un aldilà in cui il Letterato Estinto sia senziente, risparmieremmo a chiunque la tortura dell’analogia indebita) – ma, riferendosi a questo “Mappa del Canada”, il riferimento sarebbe del tutto fuori luogo. Però animo, ci sono comunque buone notizie: c’è vita oltre Anton, Nors ha un’evidente personalità e spesso tra le pagine prende corpo, con verità, la sostanza sfuggente della vita, seppur sempre in formato implosione. E se anche la raccolta appare un po’ disuguale e non in tutti i racconti il gioco funziona – non in tutti il prisma lancia riflessi destinati alla persistenza – ecco che ce n’è uno, davvero splendido, uno dei più belli letti negli ultimi mesi, che spicca come un assolo aureo: si tratta di “Uccelli da compattazione”. E’ la storia di un vedovo che raggiunge una certa Anja, qualche tempo dopo una notte passata insieme durante un seminario in un parco nazionale. La donna se lo trova lì, cascato nel bel mezzo della propria famiglia, riunita in una locanda per festeggiare l’ottantesimo di una zia – Anja si era dimenticata dell’appuntamento e aveva dato il via libera all’amico perché la raggiungesse. Ed ecco l’imbarazzo dell’uomo che si sente via via più estraneo a una famiglia che fa ben poco per metterlo a proprio agio, i parenti traboccanti di sottinteso, sottotesto e larvato pregiudizio, poi la noia, le andate al cesso per far passare il tempo, lei che non lo guarda più granché, il niente da dirsi, il malinconico ritorno a casa. E una deviazione a piedi lungo l’istmo di Agger – un gioiello di solitudine, una vita intera che fa eco a se stessa, il destino in un identico colore.

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