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una vita da comparsa

Il lento e solitario naufragio di Herbert Clyde Lewis, artista e uomo incompiuto

Marco Archetti

“Gentiluomo in mare” è un racconto in crescendo, grande lezione per chi crede per raccontare servano mirabolanti trovate e che non si possano dire, con leggerezza, cose maiuscole
 

Dieci capitoli per colare a picco. “Gentiluomo in mare” di Herbert Clyde Lewis (Adelphi, pp. 152, euro 13) è proprio questo: la vita intera che passa davanti agli occhi di mister Henry Preston Standish, caduto nelle acque del Pacifico col suo bel completo classico dopo tredici giorni e tredici notti di navigazione, dal ponte inferiore del piroscafo Arabella proveniente da Honolulu e diretto verso il canale di Panama. Caduto con una sbadataggine disdicevole per un gentleman come lui, ospite ammodo di una vita che è brusio di fondo, ronzio dell’ovvio e del conveniente; lui così garbato, squisitamente composto e sbiadito come un tono di grigio; lui, testa assennata di Wall Street, così rassicurante e moderato in tutto, nell’amare e nel fare l’amore (rigorosamente con la moglie, madre dei suoi due figli), ultimo e più recente esito di una generazione di Standish urbanissimi e mai urlanti, semmai sviolinanti, anzi, sviolocellanti, grazie a una modifica evolutiva della tromba della laringe in strumento musicale. Che sbadataggine imperdonabile, da patetico pagliaccio che scivola su una macchia di unto… Da vergognarsi. E infatti si sa, “cadere da una nave è molto peggio che rovesciare il vassoio di un cameriere o calpestare lo strascico di una signora.”

 

Eppure è successo: dopo un viaggio benignamente monotono in una bella cabina con cuccetta non troppo infossata, cibo abbondante e aria salubre, col ricordo della moglie e dei due figli sempre più sfocato e inafferrabile al punto da diventare una macchia imprecisa di un quadro guardato da lontano, ristorato dalla quiete acquorea e semidomestica di quel cargo che portava solo otto passeggeri (tra cui due missionari, veri e propri saputelli in materia di Dio), ecco che una mattina alle 5.23, fattosi poeta, contemplando l’alba, ipnotizzato dal mormorio dei motori e dal gorgogliare dell’acqua, malaggrappato a una maniglia di sicurezza, Mister Standish – ahilui – scivola. Banalmente. Su una macchia di olio. E cade irreparabilmente, carambolando e sfiorando le pale dell’elica del piroscafo – “occhio a non finirne straziato” è il primo pensiero di una lunga serie, paradossale e imprevedibile, di pensieri in climax panico ma tenuti sempre a briglia dalle necessità del decoro, quel decoro assimilato da generazioni since 1650, quando il primo antenato mise piede su suolo americano. E’ così che comincia l’ultimo giorno della sua vita.

 

L’ultimo giorno della vita è, probabilmente, l’esatta percezione che, di ogni giorno della propria (disgraziatissima) vita, ha avuto anche lo scrittore Herbert Clyde Lewis. Americano classe 1909, figlio di immigrati ebrei scappati a gambe levate dalla Russia – il padre a tredici anni e la madre a due, come ci racconta Marco Rossari che ha curato il libro – la sua biografia è quella di Giobbe, con la differenza che Giobbe qualcosa ebbe, prima della disdetta. Lewis no. Lewis fu distrutto ancor prima che costruisse. Mollò la scuola a sedici anni, si fece le spalle larghe passando da un giornaletto all’altro, poi un inverno a Parigi e una lunga primavera in Cina lavorando per lo Shangai Evening Post, quindi matrimonio e due figli. Una vita di debiti, acqua alla gola, mai una boccata d’ossigeno, e una sola recensione per il suo romanzo più interessante. Da lì, cruda indifferenza, sarcasmi della sorte e tempi tutti sbagliati – un romanzo antimilitarista a ridosso della Seconda Guerra Mondiale e un racconto tristanzuolo e intimista che parlava della “solitudine in una città di otto milioni di persone” nel periodo di Pearl Harbor. Quindi una carriera di sceneggiatore mai compiuta, segnata da incomprensioni e licenziamenti uno dopo l’altro, perfino un film che avrebbe dovuto dirigere Frank Capra, tratto da un suo racconto, che Frank Capra non girò mai. Ciliegina apicale: l’inserimento in lista nera da parte della Commissione per le attività antiamericane, nonostante Lewis non avesse niente a che vedere con le accuse. Morì a quarantun anni di infarto in una camera d’albergo come una rockstar senza rock, e mai star. Il re dei manqué.

 

“Gentiluomo in mare” è un racconto in crescendo, grande lezione per chi crede per raccontare servano mirabolanti trovate e che non si possano dire, con leggerezza, cose maiuscole. Dimostrazione, in centoquaranta pagine lisce, di cosa sia, alla fine, davvero importante per scrivere: un innesco e un punto di vista. Il racconto è un piano inclinato che si inclina sempre di più fino ad inabissarsi, e fa deflagrare tutte le conseguenze della vita, il senso della solitudine nell’immenso oceano, berlinando la megalomania con cui cerchiamo di rattoppare le gravi lacune della nostra esistenza – compreso l’eroismo che ci deride quanto più pensiamo di esserne manifestazione. 

E intanto la nave che ti potrebbe salvare non ti salva, non torna indietro, è più piccola di un barile e si appresta a sparire per sempre. Perché la verità è che nessuno si è accorto che non ci sei. La verità è che non siamo mai protagonisti dei pensieri degli altri.

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