Mussolini e Dante, elaborazione grafica Enrico Cicchetti / Il Foglio

Prima di Sangiuliano. Il nazionalismo italiano ha sempre cercato di impossessarsi di Dante

Manuel Orazi

Alighieri fondatore della cultura di destra, come dice il ministro della Cultura? Ma già in tanti avevano provato ad accaparrarselo. Dagli irredentisti a D’Annunzio, fino a Gentile e Mussolini. Una cronistoria

Nel dibattito sollevato dal ministro Gennaro Sangiuliano su Dante fondatore della cultura di destra, è forse utile ricordarsi come e perché il nazionalismo italiano ha sempre cercato di impossessarsi dell’Alighieri e della sua opera. Nel 1857 si forma un comitato nazionale di raccolta fondi per dedicare una grande statua al poeta in una pubblica piazza fiorentina, fra i sottoscrittori Alessandro Manzoni, Giuseppe Verdi, Giosuè Carducci e Bettino Ricasoli. L’inaugurazione della stessa, opera del ravennate Enrico Pazzi, è del 1865 in Piazza Santa Croce davanti cioè al Pantheon dei grandi italiani e avviene in pompa magna alla presenza di Vittorio Emanuele II, festeggiando così anche il primo anno di Firenze capitale del Regno. Quindi il giurista triestino Giacomo Venezian nel 1888 scrive l’atto di nascita della Società Dante Alighieri a Macerata dove insegna all’università, per poi riuscire a fondarla l’anno dopo a Bologna grazie all’adesione di Carducci. Ebreo convertito al cattolicesimo, massone e irredentista, Venezian muore da volontario nella Prima guerra mondiale da fante del 121° Reggimento “Macerata” a Castelnuovo del Carso, ma già nel 1908 il suo messaggio era stato raccolto da Nazario Sauro che con altri irredentisti istriani, fiumani e dalmati attraversò l’Adriatico in pellegrinaggio a Ravenna sulla tomba di Dante. Gabriele D’Annunzio nell’impresa di Fiume del 1919 dice che ha inizio una Vita nova, citando Dante anche nello stemma inserendo cioè le stelle dell’Orsa maggiore descritte nel Paradiso.  

  
Mussolini scrive al vate nell’estate del 1920 e pubblica articoli definendolo “duce”. Nel 1921 il pittore marchigiano Adolfo De Carolis, in occasione dei 600 anni, dalla morte dedica un ritratto dantesco a D’Annunzio che lo chiama “Dante Adricus”, adriatico cioè ravennate. Col pretesto dell’anniversario, nel settembre dello stesso anno tremila fascisti convergono da Ferrara (guidati da Italo Balbo) e da Bologna (Dino Grandi) dapprima su Lugo di Romagna, città di Francesco Baracca e poi a Ravenna e per la prima volta indossano tutti la camicia nera – a seguire devastano la Camera del lavoro, la sede delle cooperative e vari circoli socialisti, facendo un rogo in piazza delle carte e dei libri sequestrati. La prova generale della marcia su Roma è dunque dantesca, e già nel 1923 la Divina Commedia diventa centrale nella riforma scolastica voluta dal ministro Giovanni Gentile, primo firmatario del Manifesto degli intellettuali fascisti del 1925.

 

La Società Dante Alighieri durante il ventennio si appoggia molto sugli Istituti fascisti di cultura, presieduti da Gentile fino al 1937, usati come megafoni propagandistici specie all’estero. Mussolini distribuisce a più riprese cartoline dove rimarca quanto gli stia a cuore questa istituzione perché “La Dante riassume ogni idealità nazionale”. Com’è noto, la cosiddetta profezia dantesca era custodita in uno dei passi più ermetici della Divina Commedia, nel primo Canto dell’Inferno: “Molti son li animali a cui s’ammoglia / e più saranno ancora, infin che ’l veltro / verrà, che la farà morir con doglia. / Questi non ciberà terra né peltro, / ma sapïenza, amore e virtute, / e sua nazion sarà tra feltro e feltro”. Il veltro è un cane da caccia che stana e fa fuggire la lupa simbolo di cupidigia mentre al contrario il veltro simboleggia la povertà, è dunque di umili origini nonché originario del nord Italia, tra il Montefeltro e Feltre (in dialetto veneto “musso” significa “mulo”). Insomma il veltro, secondo Mussolini, è lui stesso, figlio di un fabbro del versante adriatico, destinato a salvare la nazione dalla sete di potere di politicanti e affaristi.

 

1938: Rino Valdameri, presidente dell’Accademia di Brera milanese, presenta al duce il progetto del Danteum da erigersi su via dell’Impero. L’industriale tessile Alessandro Poss offre due milioni di lire del la realizzazione e ottengono un’udienza privata a Palazzo Venezia insieme agli architetti designati, Pietro Lingeri e Giuseppe Terragni, il duce approva. Lo straordinario progetto è interlinguistico, unico nel suo genere, traduce cioè un’opera letteraria in una architettonica, per questo è tripartita come il poema. Nella sala del paradiso c’è una selva di colonne di vetro, trentatré come i suoi canti, nelle altre due pullulano gli astratti simbolismi numerici e geometrici basati sulla sezione aurea, il “numero di Dio” che allora affascinava molto gli artisti europei, compreso Le Corbusier. Gli eventi bellici hanno fatto accantonare il progetto, ma il ministro Sangiuliano potrebbe finalmente farlo realizzare ora, anno I della nuova era di destra.