facce dispari

Le sorelle Pieralice e la piccola repubblica del libro indipendente

Francesco Palmieri

Le generazioni che sono cresciute tra i libri, che vanno conosciuti fin da piccoli, Amazon, i classici e i grandi ospiti stranieri. Compie trent'anni la "Nuova Europa". E non chiamatela libreria di periferia

Il fatto, se non unico, è abbastanza raro: per festeggiare i trent’anni di una libreria indipendente, 42 scrittori le hanno regalato ciascuno un racconto che Garzanti ha raccolto in elegante volumetto, sorta di liber amicorum fuori commercio donato a clienti e visitatori. Finito di stampare a maggio scorso, col titolo di ‘Quella volta in libreria’, l’omaggio sboccia nel non centralissimo quartiere capitolino Roma 70, dove un tempo l’imperatore Nerva teneva i granai e che Wikipedia definisce una zona sorta “come agglomerato residenziale”. È lì, il 25 marzo 1992, che schiude i battenti la libreria Nuova Europa (poche settimane prima era stato firmato il Trattato di Maastricht, e l’entusiasmo si capisce). Apre nel centro commerciale I Granai, in uno spazio esiguo di 80 metri quadri che s’allarga a più riprese, nel 2003 e nel 2017.

  

L’azzardo è di una coppia di librai di Velletri, cui s’uniscono le figlie Barbara e Francesca Pieralice, animatrici di uno spazio per cui sono passati e passano, in un incessante calendario d’incontri, decine di autori italiani e stranieri. Guai a dire che è una libreria di periferia, perché s’offendono i clienti, anzi i lettori. Qualcuno della prima ora, altri acquisiti durante trent’anni di mutamenti epocali: la diffusione del digitale, l’avvento di Amazon, gli smartphone più altre mode che hanno attraversato i centri commerciali romani ma nel costante sottofondo generale degli “ahò”, dei televisori accesi sulle partite di Roma e Lazio, di petulanti Jack Russell e di pargoli domenicali incapricciati. Per ultimo la riapertura a rilento delle librerie disposta dagli editti anti-pandemici contiani, che non le reputavano esercizi di primaria necessità.

   

Barbara, come siete riusciti a compiere trent’anni ben portati?

Non ci siamo mai arroccati. Abbiamo cavalcato i cambiamenti animando nuove iniziative. E poi il segreto, chiamiamolo così, rispetto a molte librerie di catena è conoscere i clienti, conversare con loro, diventare un punto di riferimento dove chi arriva si sente a casa, sa che conosciamo il suo nome, i suoi gusti, persino i problemi che ci ha raccontato. Ci proponiamo come un luogo di cultura ma dentro una comunità.

 

Trent’anni sono più di una generazione. Gente che scompare, che invecchia, cresce, il cambiamento delle facce. Fa impressione vivere il tempo in uno stesso posto?

C’erano bambini che venivano trent’anni fa e intanto sono andati a scuola, all’università, si sono sposati e oggi tornano coi loro figli. Se tornano è perché hanno imparato da piccoli a passeggiare tra i libri. Se i libri non te li fanno vedere forse non ne conoscerai mai l’esistenza. Resteranno oggetti trasparenti.

 

Quanto è più difficile vendere rispetto a trent’anni fa?

Prima bastavano le recensioni sui giornali per trainare un titolo. O che un romanzo diventasse un film perché schizzassero le vendite. Ora ne fanno una serie tv e non è la stessa cosa, il consumo è più veloce, non si riflette sul libro. Senza contare che Internet ha desertificato interi comparti: certi rami della manualistica non si stampano quasi più, perché tutti s’informano, superficialmente, online.

 

Amazon è proprio un nemico?

È un concorrente temibile, ma non sostituisce il negozio fisico. Sfogliare un volume prima di comprarlo, e per caso scoprirne accanto un altro di cui ignoravi l’esistenza, sono esperienze che si fanno solo con una visita in libreria. Noi vinciamo sui clic in virtù della lentezza.

  

Stabilite con gli editori l’assegnazione degli spazi?

No, decidiamo sempre noi. Qualche volta di un libro prendiamo una sola copia perché sappiamo qual è la nostra possibilità di mercato, però un’opportunità a quel testo la diamo. Ci sarà sempre qualcuno interessato. L’importante è la collocazione, che è compito di chi carica i libri sul pc: sfoglia, legge la quarta, fa conoscenza quantomeno sommaria col testo. Mio padre, a 88 anni, quando viene in libreria si appassiona più di tutto all’apertura delle scatole: è un passaggio essenziale. Uno sbaglio di magazzino si ripercuote sull’intero percorso del titolo.

 

I classici si vendono più o meno di prima?

Meno. Credo dipenda dai cambiamenti nell’educazione scolastica. Ma ci devono stare, è come lo scaffale di poesia: non si può non avere, anche se la normale dinamica suggerirebbe di eliminare un titolo di cui non hai venduto una copia in un anno. Dovendo proprio fare spazio, preferisco sacrificare l’autobiografia di un cantante, anche perché la nostra clientela è diventata abbastanza esigente.

 

Tra i vostri ospiti quali ricorda con più emozione?

Forse quelli stranieri, per l’orgoglio che siano arrivati fin qui. Come l’iraniana Azar Nafisi, che presentò ‘La Repubblica dell’Immaginazione’. O Luis Sepúlveda, che raccolse un pubblico di tutte le età, dagli adulti alle scolaresche che facevano la ola. Ma con qualunque autore gli incontri hanno una dimensione conviviale, lo spazio della libreria non prevede che stiano su un palco.

 

Cosa consiglia a un libraio indipendente agli inizi?

Inventare iniziative, investire se il mercato è stanco, conoscere i titoli che vende anche se sono troppi e contare su coloro che lavorano in libreria: che siano punti fermi per chi viene, che riconoscano i clienti e li incoraggino a scegliere.

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