“Leopold Zborowski” di Amedeo Modigliani, 1919 (foto di Olycom)

manuale per giovani mediocri

Come vestire l'intellettuale

Gaia Manzini

Prendere un giovane mediocre e avviarlo nel mondo della cultura. La provocazione di Luciano Bianciardi

Era arrivato a Milano nel 1954, Luciano Bianciardi. Era arrivato in treno da Grosseto con un’ambizione, quella di poter essere un intellettuale nella grande città che si preparava al boom economico. Giangiacomo Feltrinelli fondava allora “la grossa iniziativa”, la sua casa editrice, e aveva bisogno di intellettuali come Bianciardi per dare vita al suo catalogo. Era arrivato in treno da Grosseto ed era sceso in Stazione Centrale. Un maglione di lana con un alce sul petto, le scarpe grosse da campagnolo, le sigarette senza filtro; e poi una valigia e un indirizzo in tasca. Era sempre stato un uomo coltissimo, per qualche anno direttore della Biblioteca Chelliana di Grosseto, eppure per lui l’intellettuale non era qualcuno che rimaneva chiuso in una stanza, chino sui libri; per lui, l’uomo di cultura doveva essere animato da un impegno civile, da un movimento verso gli altri, verso tutti quelli che per estrazione e condizione sociale non avevano accesso alla cultura.

 

Nel 1961 scrive un lungo articolo sulla Società Umanitaria di Milano per la rivista del Touring Club Italiano: durante la visita all’Umanitaria aveva incontrato gli insegnanti, i ragazzi, infine i responsabili della biblioteca. Si erano fermati a parlare da vecchi colleghi, a parlare dei libri nell’unico modo serio possibile, “cioè come pagine stampate che si vogliono e si debbono far leggere a tutti”. E allora, quando ancora viveva in Maremma, caricava i libri sul suo Bibliobus e si dirigeva verso la campagna e da lì ai villaggi minerari. I minatori della Montecatini, là nella miniera di Ribolla, erano diventati suoi amici, suoi e di Carlo Cassola. Insieme decidevano il programma culturale dei minatori, perché no: non si poteva vivere solo per scendere al centro della terra, bisognava respirare in qualche modo; dare ossigeno alla mente, con i libri, con i film, con i dibattiti.

 

Ci credeva, Luciano Bianciardi. Si sentiva affine a tutti i “badilanti e scarriolatori” maremmani. Ma non aveva calcolato l’incalcolabile. Non aveva capito che il disinvestimento che negli anni aveva interessato la miniera di Ribolla suonava già come una condanna. Il primo maggio del 1954 cadeva di venerdì: ai minatori spettavano tre giorni di festa. Il 4 maggio tornarono tutti a lavorare, ma i controlli nella miniera dopo i giorni di inattività non erano stati fatti: il gas si era accumulato, e dopo poche ore era saltato tutto in aria. Erano morte quarantatré persone, quarantatré amici. Era stata una tragedia, era stata la dimostrazione di quanto poco contassero i lavoratori per l’azienda; ma era stato anche un fallimento intellettuale. Perché, in fondo, per quanto avesse contribuito a proiettare i giovani figli di minatori verso un futuro diverso, era chiaro che per una certa categoria di lavoratori non si prospettava davvero alcun futuro alternativo.

 

A Milano era arrivato in treno da Grosseto ed era sceso in Stazione Centrale con quel dolore nel cuore. Intorno a lui la città alternava prati a cantieri. E poi le torri. La Torre Breda, la Galfa ancora da finire; la Torre Rasini. E poi certo, in largo Donegani, la torre – che poi troppo torre non era – della Montecatini, quella che avrebbe tanto voluto far saltare in aria come bilanciamento all’incidente nella miniera di Ribolla. Eppure, mentre camminava per le vie di quella città grigia, oltre ai cupi pensieri c’era ancora una speranza. L’intellettuale poteva avere un ruolo: più grande, più ambizioso e più difficile di quello di un intellettuale che vive in provincia. Lo scrive nell’Integrazione (il romanzo che precede la Vita agra): sì perché insomma, di Italia non ce n’era certo una sola. C’era l’Italia della provincia, soddisfatta della sua composta perfezione; poi l’Italia del meridione, che arrancava, che conosceva una povertà più diffusa; e ancora, l’Italia dei consumi, del progresso, della modernità – l’Italia del boom, dei ceti medi allucinati, confusi e frastornati dal nuovo consumismo: un’altra Italia depressa (anche se non economicamente) tanto quanto la Lucania. E l’intellettuale era lì a osservare, a escogitare i modi per trovare una mediazione tra tutte queste Italie. L’occasione era la casa editrice Feltrinelli: da lì si poteva cucire tutte le anime del paese, o almeno così credeva Bianciardi sceso dal treno che lo aveva portato in Stazione Centrale.

 

Non leggete i libri, fateveli raccontare è un piccolo manuale che Bianciardi scrive nel 1966 ed esce in sei puntate su ABC, settimanale di attualità dal tono eccentrico, fondato da Enrico Mattei. Collaboravano con il rotocalco molti scrittori di grido. Si occupavano di inchieste, di scandali politici, di rivoluzione dei costumi. Neri Pozza lo ripropone adesso con un’introduzione di Pino Corrias: “E’ un Bianciardi in purezza quello che sgocciola dalle righe di questo manuale dedicato ai giovani, purché particolarmente privi di talento, che vogliano intraprendere la bella carriera dell’intellettuale. Suggerendo loro i vestiti e i gesti adeguati. Le strategie sulla conversazione in casa editrice o nei salotti, tra un whisky e l’altro. Meglio se con la pipa per fare fumo e nascondercisi dentro. Svelti nel dire e nel disdire. Capaci di stare sul vago in politica. Di non leggere libri, ne escono troppi, ma di farseli raccontare”.

   
Nel 1966, sono passati ormai dodici anni dal suo arrivo a Milano. E allora quella che leggiamo tra le righe di questo manuale, tra le pieghe dell’ironia e del sarcasmo, è un’altra grande delusione. L’intellettuale come lo pensava lui nella Milano del boom economico non aveva trovato il suo spazio di azione, né di vita.

 

L’intento di un bizzarro manuale come Non leggete i libri, fateveli raccontare è quello di salvare i giovani mediocri da un’esistenza mediocre e avviarli a una solida carriera nel mondo della cultura. Il giovane che ha in mente Bianciardi non sarà mai dottore in niente: non in scienze biologiche, non in scienze politiche, e neanche in lettere; ha avuto un percorso di studi mediocre, e non ha nessun talento specifico. Non sa scrivere e non ne ha neanche troppa voglia; non ha alcuna dote retorica, ma certo non si rassegna a un lavoro “da sportello”. Ha scelto una carriera molto imprecisa, come d’altronde imprecisa è la definizione di cultura, e altrettanto quella di intellettuale.

 

“Sia ben chiaro che non abbiamo alcuna intenzione di suggerire, proporre, consigliare al nostro giovane la carriera dello scrittore. Certo, anche lo scrittore rientra per qualche verso nella categoria degli intellettuali, ma ci entra di straforo, insieme allo scienziato, l’ingegnere, il tecnico: professioni ben precise, definite, che mal sopportano aggettivi. Professioni che richiedono una certa misura di talento. Mentre noi, cominciando, notavamo appunto l’estrema nebulosità del concetto di intellettuale. Se nella nostra mente è chiarissimo il fine da proporre al Nostro Giovane Lettore (raggiungere il più alto piolo possibile nella scala della cultura), niente affatto chiaro ciò che cosa propriamente significhi cultura, assolutamente oscura la connotazione dell’intellettuale. E oscura bisogna che resti.”

 

Una dote da fine narratore che ha sempre avuto Bianciardi, anche nei molti articoli di giornale, è sempre stata quella di cogliere i comportamenti umani, di far notare i tic verbali e gestuali, di sottolineare le peculiarità e di mettere in luce sempre il punto dove l’esperienza del singolo si scontra con le regole sociali, dunque con l’ipocrisia. E infatti il giovane a cui si rivolge Bianciardi dovrà imparare fin da subito la tecnica narrativa dell’understatement, per lo più costituita da frasi-cerotto indispensabili per dire e non dire: “ammesso e non concesso”; “in qualche misura”; “si potrebbe quasi dire”. L’understatement coincide con l’ovvio più assoluto, con la prevedibilità di chi non si espone per nessuna ragione al mondo.

  

L’esperienza di Bianciardi in Feltrinelli non durò molto. Il lavoro era sistematizzato come in un qualsiasi ufficio; c’erano delle gerarchie ben precise; bisognava sottostare a orari e obiettivi di budget. Tutto questo era insostenibile per il suo spirito anarchico e creativo.  Nell’Integrazione leggiamo sorridendo le descrizioni parodistiche delle riunioni editoriali, soprattutto quelle dove interveniva un certo Zipel (pseudonimo sotto il quale si cela Albe Steiner, celebre designer e grafico italiano, già famoso per aver realizzato per la Einaudi la collana “Politecnico biblioteca“) per parlare della veste grafica delle nuove collane. Era tutto un affastellare frasi, discorsi, tecnicismi: un modo per occupare spazio e tempo e così dare un “effetto lavoro” a chiunque fosse presente, quasi che il lavoro editoriale – ma non solo quello, ovviamente – fosse più un rituale al quale aderire che non qualcosa di sostanziale.

 

In un articolo che scrive il 5 febbraio 1955 per Il Contemporaneo, e che s’intitola Lettera da Milano, Bianciardi tira le somme di quei primi mesi nella grande città. La delusione definitiva è già messa nero su bianco. A Milano lui non ha ancora incontrato né gli operai né gli intellettuali. O meglio, gli intellettuali li vede ogni mattina: ma come singoli, mai come gruppo. A Milano gli intellettuali non riescono a formarlo un gruppo e quindi a influire sulla vita cittadina. L’unica compagnia compatta era per lui quella della desolata “scapigliatura” di Brera: gli artisti, quelli che vivono alla giornata, che fanno la fame ma si aiutano a vicenda. A Milano l’intellettuale entra nel sistema produttivo, fa parte dell’apparato burocratico e commerciale tanto quanto un ragioniere. Ci sono quelli che lavorano nell’editoria, altri per i giornali, altri ancora per la pubblicità. E allora non sono intellettuali liberi – liberi come li avrebbe voluti lui. Sono impegnati a ben comparire, a non fare brutte figure; non si sbilanciano, non dicono sciocchezze, non danno giudizi.

 

Non leggete i libri, fateveli raccontare è la messa in scena di un sillogismo fondato sul presupposto che nell’editoria lavorino per lo più persone mediocri, persone che non lasceranno alcun solco nel mondo, che non riusciranno a suggerire alcuna visione. 
Il giovane a cui si rivolge Bianciardi non si deve sforzare troppo. E’ inutile scrivere su un grande giornale, ne basta uno piccolo di provincia; è inutile scrivere libri, basterà occuparsi della curatela, magari redigere una prefazione, giusto due paginette; perfettamente inutile sarà sforzarsi di avere una formazione culturale. “Il Nostro Giovane Lettore non corre tale rischio. Si convinca subito che quel termine, ‘formazione culturale’, non significa ormai più nulla. Nessuna persona seria e pratica vuole oggi formarsi: basta informarsi. Si scrivono libri ponderosi sulla teoria, la tecnica, la metodologia dell’informazione. Il Nostro cominci con l’evitare di leggerli. E allo stesso modo si comporti con qualsiasi altro libro. Egli vive, come si è detto, in provincia, circondato da schiere di giovani ingenui e ansiosi che passano le giornate chini sui libri. Ebbene, li frequenti, li veda, li ascolti: avrà a sua disposizione altrettanti segretari diligenti e gratuiti, saprà da loro tutto quel che occorre sapere. Vada al cinema, possibilmente con la ragazza in galleria, poi si faccia raccontare da lei la trama del film, visto che lui sarà occupato altrove”.

 

E ancora, munirsi di pipa, depennare dal proprio vocabolario espressioni dialettali e turpiloquio, tanto più che le parolacce se le possono permettere solo i veri signori della parola. Idee politiche poche e confuse con cui fare un consommé innocuo e perfetto per le conversazioni serali. Se dovesse accogliere nella sua provincia un autore importante, il giovane intellettuale deve assolutamente evitare di chiedere una copia in omaggio: si offrirà di andare in libreria per comprarne una in più e farla firmare all’autore per regalarla a un’amica. L’effetto sarà immediato. L’autore lo racconterà in giro: in provincia si legge con attenzione, si ha rispetto per la letteratura! Il libro con la firma, naturalmente, verrà subito restituito al libraio: può benissimo esporlo in vetrina aperto, che si veda la firma. Qualcuno lo comprerà sicuramente. Il giovane aspirante intellettuale dovrà sposare una donna già introdotta nell’ambiente, magari qualcuna che ha già avuto relazioni con altri intellettuali e lo possa introdurre alla pari in quel mondo. 

 

Tutte le volte che si rilegge Luciano Bianciardi, si è colpiti dal fatto che ogni sua critica, ogni sua osservazione ha un valore di universalità. Ogni suo ragionamento riguarda anche noi, a sessant’anni di distanza: non importa che parli di società dei consumi, di dinamiche lavorative, di questa Milano sempre in evoluzione che dimentica sé stessa e le sue radici. Ci diverte, e intanto dice verità scomode. Ci abbandona sul ciglio distruttivo del suo sguardo e ci costringe a ragionare. Ancora ci chiediamo cosa sia un intellettuale, tanto più oggi all’epoca di Internet e dei social network. Ancora oggi ci chiediamo quale veste dare alla cultura, ci domandiamo cosa comprenda davvero quella dicitura. Ragionandone e scrivendone, diamo il nostro contributo a un dibattito che non conosce pause: anche grazie a figure come lui. La propulsione anarchica di Luciano Bianciardi non sta nelle intenzioni dinamitarde, ma nell’effervescenza delle sue parole che ci rimettono in discussione ogni volta che le ritroviamo sulla pagina.