Christie's annuncia l'asta del leggendario Shot Sage Blue Marilyn di Andy Warhol (foto di Dia Dipasupil/Getty Images) 

la Monna Lisa del XX secolo

La Marilyn di Andy Warhol, un'icona al quadrato per il mercato dell'arte

Francesco Stocchi

L’ultima della celebre serie venduta per 195 milioni si dollari

"La Marilyn” è senza dubbio l’opera più celebre di di Andy Warhol. Anzi, non è un’opera ma una serie, quindi “Le Marilyn” realizzate da chi volle confondere (e lo fece come nessuno mai) l’originale con la copia, la fama con la celebrità, il valore con il costo. L’importante era esserci, il più possibile, non importava come e perché. Meno si parlava e più l’immagine esposta si avvolgeva di mistero, divenendo universale. Nei 15 minuti di fama che Warhol prevedeva per ognuno, non importava cosa farne di quei 15 minuti di magnifica esposizione. Erano lì e basta, il contenuto non importava.

 

Lunedì, Shot Sage Blue Marilyn del 1964 è stato battuto da Christie’s per 195 milioni di dollari. La tela, un quadrato di 120 cm di lato, fa parte di una serie di cinque ritratti dell’attrice: realizzata da un’icona pop e raffigurante un’icona universale, è, divenuta a sua volta nel tempo un’icona per il mercato dell’arte. Considerato, da alcuni, la Monna Lisa del XX secolo, questo dipinto non è come tutti gli altri ritratti di Marilyn realizzati da Warhol. Gold Marilyn Monroe o Marilyn Diptych, per esempio realizzati nel 1962, anno del suicidio dell’attrice, hanno sicuramente maggior rilevanza storico-artistica, ma qui si parla d’altro. Siamo in un ambito di valori universali, non all’interno dei confini dell’arte, del suo pensiero e capacità, siamo oltre l’opera. Molti collezionisti non comprano davvero perché qualcosa è importante, ma soprattutto perché rappresenta uno status symbol e perché è semplicemente un glorioso piacere per gli occhi. Shot Sage Blue Marilyn è in condizioni esageratamente perfette, non si sentono i quasi 60 anni dalla realizzazione, sembra un copia della copia, lì dove l’apparenza diventa sostanza (questo aspetto un europeo, chi viene dal “vecchio continente”, lo capisce in maniera decisamente diversa).  

  

Questa stessa serie di Marilyn fu raffigurata sul poster della retrospettiva di Warhol del 1971 alla Tate Gallery di Londra. Un’immagine che era ovunque, sugli autobus, nelle sale d’attesa dei dottori, nei bagni. Della serie di cinque, è l’unica opera disponibile sul mercato, le altre sono tutte saldamente in mani private. Diffusione e rarità si miscelano in modo unico e il mercato è quel fenomeno che sa raccogliere un numero di variabili apparentemente marginali per creare un prezzo di offerta che esso stesso diventa parte del valore intrinseco dell’opera. Un algoritmo di iconicità messe in fila (incluso il prezzo) dove l’arte diviene il mezzo di tutta la faccenda. Normalmente i quotidiani si occupano di arte contemporanea in occasioni di risultati d’asta roboanti come questo. Andando oltre l’icasticità dei numeri che mette tutte le culture e le diverse competenze d’accordo, cerchiamo di cogliere gli aspetti di un’opera simile, perché il mercato, a questi livelli, non mente. Se l’ingaggio di Lionel Messi è di 30 milioni di euro netti a stagione, una ragione che trova la sua verità e il suo equilibrio c’è. 

 
Warhol realizzò i suoi primi dipinti di Marilyn Monroe subito dopo la morte dell’attrice per overdose il 5 agosto 1962, quindi quando il suo mito era già stato consegnato alla storia. La fotografia sulla quale è costruita l’opera è sempre la stessa negli anni, un fotogramma pubblicitario per il film Niagara del 1953. In questo modo l’artista statunitense costruì nel tempo una miriade di variazioni intorno a un’immagine unica, sempre quella, accrescendo di per sé la sua iconicità. Warhol dipingeva la tela con un solo colore – turchese, verde, blu, giallo limone – poi serigrafava il volto della Monroe, a volte solo, a volte raddoppiato, a volte moltiplicato in una griglia. Nel reduplicare questa fotografia di un’eroina condivisa da milioni di persone, Warhol negò il senso dell’unicità della personalità dell’artista che era stato implicito nella pittura gestuale degli anni Cinquanta. Sdoganò anche una tecnica commerciale – la serigrafia – che dà all’immagine un aspetto nitido, artificiale e accessibile. Warhol non idealizza Monroe, la canonizza,  rivelando la sua immagine pubblica come un’illusione. Reduce dal glamour degli anni Cinquanta, il volto  di Marilyn Monroe è molto simile alla star stessa: lucido, ma transitorio; audace, ma vulnerabile; convincente, ma sfuggente. Non vi ricordano le caratteristiche della Mona Lisa? Le Marilyn realizzate  con la serigrafia – un’icona inarrivabile per aspetto, vita e carattere, dipinta con una tecnica commerciale, che tutti potrebbero teoricamente realizzare –  sono come la Coca-Cola: livellano tutti perché disponibili a tutti. Qui si accresce il valore di qualcosa che è vicino a noi ma allo stesso tempo iconico. Il sogno di un ritratto.

 
Il prezzo pagato per Shot Sage Blue Marilyn non rappresenta il record di vendita per un’opera di Warhol (240 milioni di dollari che il miliardario di hedge fund Ken Griffin sborsò nel 2017 per la versione arancione di questo ritratto di Marilyn). Il risultato di lunedì implica che il mercato dei Warhol di fascia alta è effettivamente diminuito negli ultimi cinque anni. La  stima di Shot Sage Blue Marilyn sembrava essere di 200 milioni di dollari (notizia non confermata per verosimile) e nel contesto dei mercati finanziari in caduta libera, l’appetito per l’arte di fascia alta non è apparentemente senza fondo. Il mercato è più sofisticato della semplicità dei numeri, diffidare dalla loro apparente chiarezza.