facce dispari

Adriano Santoloci, ottantott'anni in barba all'anagrafe

Francesco Palmieri

Il mestiere imparato a otto anni dal papà. I capelli tagliati a Paolo Villaggio e Romano Prodi. L'amicizia con Rita Pavone. Colloquio con il barbiere coscienza storica del rione Monti, che tra dieci giorni va in pensione

Fosse solo per “i ragazzi di via Panisperna” sarebbe rinomata questa strada a Monti, rione romano di sassose rudezze e genuinità ormai spianate dai flussi turistici e residenziali. Al numero 46, da 68 anni e per soli dieci giorni ancora, il barbiere Adriano Santoloci, 88 candeline a novembre, 80 di mestiere sulle spalle, aspetta clienti. Furono tantissimi ai bei tempi, parecchi prima della pandemia, pochissimi adesso. Prende il quadernino e conta: oggi quattro persone, tre ieri e l’altro giorno. Tre. Barba a 10 euro, a 20 shampoo e taglio (50 lire quando cominciò). Le spese sull’altra colonna: affitto, utenze più la fatica di andare e venire da dove abita, a Boccea. Ecco che sor Adriano – 870 euro di pensione – il prossimo 30 settembre mette il punto e basta.

Quando chiude un barbiere, chiude un pezzo di mondo dove s’impara a comprendere il dialogo tra adulti (parola di Clint Eastwood in ‘Gran Torino’); dove può capitare un mandolino dimenticato su cui un giorno si combinarono persino le solenni note della ‘Leggenda del Piave’ (per le dita del napoletano E. A. Mario); un mondo dove resta racchiusa la memoria infantile della prima spuntatura di capelli (“Non voleva sedersi sull’automobilina. Suo padre ha cercato di ficcarcelo dentro. Lui diceva no no no no. Così l’ho messo proprio lì dove è seduto adesso”, il vecchio Anthony rammenta al miliardario Eric in ‘Cosmopolis’ di Don DeLillo); un mondo dove il signore con schiuma e pennello è l’unico che può mettere le mani sulle facce pari e dispari di ministri o boss mafiosi (cui su quelle poltrone la morte impose clamorosi appuntamenti). 

Signor Adriano, è proprio convinto dell’addio?

Sì, il 30 sarà l’ultimo giorno. L’ho detto, lo ridico e stavolta non rimando più sennò rimedio la figura del pagliaccio. Ormai ci sono giorni che resto qui senza far niente e mi butto giù di morale. Mica è come una volta. Sa quanti barbieri ho visto chiudere nei decenni, dico soltanto a Monti? Diciassette. Eppure quando ce n’erano diciassette in più lavoravo tantissimo. La gente andava dal barbiere più spesso, i residenti non erano stati rimpiazzati dai turisti. Aprivo anche di domenica.

 

Da quanto tempo è qui?

Dal ’53, avevo vent’anni. Ma avevo cominciato già a otto a preparare il sapone per le barbe. Anche papà era barbiere però lo persi che avevo dieci anni, sicché per dirla tutta un po’ me lo ricordo e un poco no.

La sua è famiglia monticiana?

No, ciociara di Boville Ernica. Quando papà morì, mamma si trasferì a Roma con noi tre figli, poi si risposò e ne ebbe altri tre. Veniva da una famiglia importante, con un fratello dirigente della Banca d’Italia a Milano, ma non vollero sapere più niente di lei per via di mio padre. A quei tempi se una ragazza correva dietro a un barbiere si levava un coro: “Ma ndo’ vai? Lassalo perde’ che nun c’ha ’na lira!”.

Lei come capitò in via Panisperna?

Cercavo un posto da lavorante ma ero già sposato con un figlio. Appena lo sapevano mi rifiutavano perché avrebbero dovuto mettermi in regola, ma ovviamente preferivano tenere garzoni in nero. Un giorno passai di qui ed entrai a chiedere, in quel momento c’erano due lavoranti: il più anziano nato nel 1884, l’altro del 1902. Il primo sgarbato mi disse: “Siamo al completo, non abbiamo bisogno di nessuno”; il secondo mi rincorse per strada e consigliò: “Torna quando sarà rientrato il principale”. Così feci, gli parlai e mi assunse. Qualche tempo dopo andarono in pensione quei due e restai io, che ereditai l’attività.

Quando divenne titolare?

Nel 1961, alla morte del principale. Soffriva di depressione. Una mattina verso mezzogiorno, sotto Pasqua del ’60, mi manda a comprare profumi e saponi. Mentre sto uscendo scoppia a piangere, gli dico di non fare così, dico prendo la macchina e andiamo a mangiare a Ostia. Dice no. Intanto passa suo figlio e vado a prendere i saponi, poi il figlio se ne va e viene a fargli compagnia un certo Meschini, che aveva una copisteria in via del Boschetto. Ma appena s’allontana, il principale si mette dove sta questa poltrona, piglia un rasoio e si taglia il collo. Ero rincasato a pranzo quando mi telefonano e corro: polizia, sangue per terra. L’avevano portato all’Ospedale San Giovanni, lui mi vede e riesce solo a dire: “Adriano, non m’abbandonare”. “E chi t’abbandona! Domani sto a bottega”. Prendo le chiavi, pulisco il pavimento e apro il mattino dopo. Sopravvisse un anno. Mi lasciò il locale dove ho passato il resto della vita. Pace all’anima di Guido De Angeli da Rieti, nessun figlio volle fare il suo mestiere, uno si chiamava Franco, fu campione di scherma. Pace all’anima sua.

Si servivano da lei diversi clienti famosi. Una fotografia la ritrae mentre spunta i capelli a Paolo Villaggio e Mario Monicelli osserva. Vennero insieme?

No, s’incontrarono per caso. Erano clienti assidui. Per un periodo venne a farsi i capelli anche Romano Prodi, prima che diventasse presidente del Consiglio. Lo ricordo con simpatia perché gli piaceva chiacchierare. Invece Lamberto Dini era assai taciturno, lo servivo quando stava in Banca d’Italia. Brutto eh? Come la fame. Ah, una volta capitò pure Renato Zero ma non lo riconobbi anche se la voce risultava familiare, finché entrò un cliente e mi disse chi era. Sa quando mi sono proprio divertito? Nei primi anni Sessanta Rita Pavone e Gianni Morandi per un certo periodo mangiavano ogni giorno da queste parti, così ci conoscemmo. Vede la poltrona col cavalluccio, quella per i bambini: una volta, lei era minutina, ce la mettemmo sopra e cantò ‘La partita di pallone’. Che forza.

“Perché, perché/la domenica mi lasci sempre sola…”.

Quella. Le diedi un cucchiaio e una forchetta per battere il tempo sul cavalluccio. Che poi ’sto cavalluccio… Quando la gente cominciò a fare pochi figli e questa diventò una zona meno popolosa pensai: il cavalluccio che lo tengo a fa’? Un professore che abitava vicino lo comprò per 200 mila lire, giusto per collezione. Non ci crederà: appena lo vendetti, come per incanto ricominciarono a portare bambini. Li accomodavo sulla poltrona normale ma con lo schienale così alto non lavoravo bene, neanche se li sedevo sugli elenchi telefonici... Insomma, andai dal professore e dissi: ecco le 200 mila lire, mi ridia il cavalluccio.

Qual è il cambiamento maggiore che ha subìto via Panisperna dal ’53 a oggi?

Il rione era una specie di paese, una famiglia larga. Si sapeva tutto di tutti. Se compravi un paio di scarpe lo notavano: “Adrià, te sei fatto le scarpe nove?”. Avevi l’impressione che pure i sampietrini rispondessero al “buongiorno”. Adesso se per strada dici “buongiorno” ti guardano strano, pensano chissà che vuoi. Prima c’era solo un macellaio che non ricambiava mai il saluto, perciò cominciai a covare fastidio finché la moglie mi spiegò: nemmeno a me dice “ciao” quando esce. Perciò non me la presi più.

Alla sua età non si sente stanco del lavoro?

Non lascio per stanchezza. Anzi, a casa m’annoio. Che ci faccio? Mi butto in poltrona? Per fortuna ho la mano ancora ferma e le gambe reggono anche se non cammino più come una volta. Ora preferisco l’autobus.

Quanto impiega da casa ad andare e tornare?

Un’ora e mezza, ma la sera se c’è traffico anche due. Per aprire bottega alle 9 mi sveglio alle 5, esco alle 7 e mezza: prendo il bus fino alla fermata Battistini della metro, scendo a Repubblica e da lì un altro bus.

Abita da solo?

Sono ospite di una famiglia peruviana: marito, moglie e un figlio che ho visto crescere. Bravi lavoratori. Ho la mia cameretta e provvedono a tutto: rassettare, lavare, stirare e mangiare, anche qui mi porto il pranzo da casa. Conobbi la signora peruviana perché veniva a servizio da noi quando abitavo con moglie e figli in via Cimarra. Poi dovetti trasferirmi, negli anni Ottanta finii a Tor Bella Monaca in un appartamento dell’Inpdai ma non sono riuscito a ottenere un alloggio definitivo: m’hanno sempre fregato in graduatoria.

Cosa le resta di più caro dopo quasi settant’anni in questo locale?

Il ricordo di tanta gente che m’ha voluto bene. Per raccontarne una: quando si ruppe il condizionatore, 400 euro per la sostituzione non li avevo. Me li diede un cliente affezionato, Michel Martone, che è stato anche vice ministro del Lavoro. Disse: “Non ti preoccupare, sconterai la somma da barba e capelli a me e mio padre”.

Lei coi tagli s’è aggiornato o ama quelli classici?

Mi piacciono più i tagli classici, però se un ragazzo vuole gli faccio pure i capelli alla Ronaldo. C’è chi per lo stesso mio lavoro prende il doppio, perché mette creme speciali o chissà cosa. Io uso Proraso e il Floid per dopobarba, anche se da quando lo producono in Spagna non sembra quello di una volta. Il sapone migliore resta il vecchio P.160, ma non riesco più a trovarlo. Tutto cambia. Il mestiere cambia. Se pensa che un tempo i barbieri mettevano persino le mignatte. Oh, attento ai refusi: mignatte con la ‘a’. Quelle con la ‘o’ stavano in via Cimarra: nel ’53 c’erano due casini attivi.

Cosa sarà del suo locale dal primo ottobre?

Dipenderà dal proprietario delle mura. Comunque è stato bello starci. Ma aspetti che è entrato un moscone. Lo vede? Ogni volta che entra un moscone vinco al Lotto. Chissà com’è.