“Borat offende l’islam”. Il poster del film censurato in alcuni bus di Parigi
La vicenda conferma il livello di infiltrazione degli attivisti islamici nel trasporto pubblico francese
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5 NOV 20
Ultimo aggiornamento: 09:30 AM

“Borat offende l'islam”. Il poster del film censurato in alcuni bus di Parigi (foto via Twitter) <br />
Il poster dell’ultimo film di Borat turba i musulmani francesi, perché Sacha Baron Cohen è nudo, con una mascherina chirurgica come perizoma e un anello con incisa la parola “Allah” in arabo. Così, alcuni attivisti hanno usato i social per accusare le autorità francesi di provocazione e “insulto all’islam”, chiedendo che il poster venga rimosso dagli autobus di Parigi. I manifesti pubblicitari del sequel della fortunata commedia del 2006, uscito su Amazon Prime, adornano molti mezzi pubblici della capitale francese. Un autista di autobus, “Django M”, ha pubblicato un video del poster del film di Borat sul suo account Twitter: “Incredibile. Gratteremo via il poster”. I conducenti, molti dei quali sono musulmani, hanno così chiesto alla Ratp, l’autorità dei trasporti pubblici di Parigi, di rimuovere il poster, riferisce il Parisien. L’azienda ha negato le notizie sui social, secondo cui le sassate agli autobus durante il fine settimana nelle aree popolate da immigrati fossero collegate ai manifesti di Borat. Manifesti che, tuttavia, sono stati rimossi dai mezzi che circolano sulla rete Tice, che copre l’Essonne e le aree come il sobborgo meridionale di Evry, che ha una grande popolazione di musulmani e dove abita Abdelhakim Sefrioui, l’imam che ha lanciato la fatwa contro Samuel Paty, decapitato per avere mostrato in classe le vignette del Profeta dell’islam.
Lo scorso settembre, il Figaro aveva dedicato agli autobus parigini un’inchiesta. Dell’azienda dei trasporti parlava un insider protetto da pseudonimo, “Jean-Marc”: “Hanno preso piede, sono stati assunti come autisti e hanno creato un vero canale di reclutamento. Hanno messo insieme così un piccolo esercito e si organizzano per imporre le loro regole e la loro religione e per metterle davanti ai princìpi del servizio pubblico”. Il poeta algerino Kamel Bencheikh ha denunciato quello che è successo alla figlia nel XIX arrondissement. “Intorno alle 23 mia figlia Elise aspettava l’autobus della linea 60 con un’amica, alla fermata Botzaris vicino al parco delle Buttes-Chaumont. Quando è arrivato, l’autista si è fermato, le ha guardate ed è ripartito senza aprire le porte”. “Pensa a vestirti come si deve”, ha detto il conducente alla figlia di Bencheikh, che portava la minigonna. Christophe Salmon, a capo del sindacato Confédération française démocratique du travail della Ratp, ha invece denunciato altri comportamenti di molti dipendenti di fede islamica, come “il rifiuto di stringere la mano alle colleghe o il rifiuto di guidare un autobus dopo una donna”. Anche la preghiera nei locali dell’azienda di trasporto pubblico è ormai una pratica comune. “Abbiamo persino locali vietati alle donne nei terminal”, dice un sindacalista in un rapporto presentato al Senato.
Dopo la decollazione di Samuel Paty, parole importanti sono state pronunciate dalle più alte autorità francesi a difesa della libertà di espressione. Ma l’impressione, lontano dagli arrondissement che contano, è un’altra. Al posto dei poster di Borat sugli autobus potrebbero metterci quelli con scritto “Subhan Allah”. Gloria ad Allah. Girano già nel Londonistan.
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Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.