I boschi non hanno confini. La loro bellezza inghiottita dalla guerra a Sarajevo

Francesco M. Cataluccio

Tra passeggiate e memorie della città. Il nuovo libro di Federica Manzon

Cantavano a squarciagola “Ventiquattromila baci” di Celentano i giovani protagonisti del film dell’esordiente Emil Kusturica Ti ricordi di Dolly Bell? (1981), tratto dall’omonimo romanzo del musulmano bosniaco Abdulah Sidran. Quel canto suonava già allora come un malinconico addio. Dalle montagne con i fitti boschi, alle loro spalle, si dominava tutta Sarajevo. Soltanto 12 anni dopo quella bella città multietnica sarebbe stata violentata dalla guerra civile. Nel frattempo, una prima devastazione dei suoi boschi sarebbe stata fatta per le Olimpiadi invernali del 1984, quando moltissimi alberi vennero abbattuti per costruirvi piste e impianti che sarebbero poi serviti da postazioni per i micidiali cecchini serbo-bosniaci. Di quei dimenticati boschi, dove ora passa un improbabile confine tra la Federazione di Bosnia Erzegovina e la Republika Srpska, parla il bel libro di Federica Manzon, Il bosco del confine, appena pubblicato da una raffinata casa editrice, Aboca (collegata a una società agroindustriale di Sansepolcro), nella collana “Il bosco degli scrittori”.

Dai boschi quindi il libro deve partire: quelli sopra Trieste, al confine con la Slovenia che, ancora a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, faceva parte della Repubblica Jugoslava. E anche i boschi al di là, sul monte Kobilnik (monte Cavallo). Durante le lunghe passeggiate solitarie con il padre, la giovane Manzon ricevette lezioni di umanità e apertura mentale: “Nel bosco non puoi dire questo albero è mio e quello invece è tuo, continuava mio padre, non puoi nemmeno controllare le persone che lo attraversano. (…) Il bosco non si divide per nazionalità come una cartina geografica, hai mai visto una betulla ritrarre i rami per non sconfinare in territorio straniero? (…) Il bosco non è di nessuno”. Il padre ribadisce di continuo che “nel bosco non esistono confini” e, assieme alla figlia, li oltrepassano continuamente incuranti dei cartelli e delle guardie di frontiera. Per il padre, il bosco, che viene descritto nella sua multiforme bellezza con dovizia di nomi e particolari, è simbolo di libertà e civiltà perché è convinto che, passeggiando nei boschi, sia nato il pensiero europeo: “Il camminare nel bosco, quello a cui ci dedichiamo noi, è quello che ha fondato la nostra civiltà”. Ombroso e impenetrabile è anche il carattere del padre: un uomo che, come la città di Trieste, è un miscuglio di popoli. Lui si sente forse più a casa sua, oltre che nei boschi, in quella Jugoslavia che definisce “un paese pieno di storie complicate”. Ma quando si recano a trovare gli amici a Sarajevo è come se si ritrovasse: “E’ raro trovare il nostro posto nel mondo, il nostro luogo dell’anima. E’ un dono prezioso sapere di appartenere a una terra, ti tornerà utile vedrai. Anche se non so dirti quando.”

 

Dalle passeggiate tranquille nei boschi oltre il confine italiano, alla Sarajevo delle Olimpiadi e poi della guerra atroce, e al lunghissimo assedio (protrattosi dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996) che imbottigliò la città annientando vite ed edifici, il passo è breve. Alberi tranquilli, sentieri impervi, pericoli e odi rapidamente si confondono. L’inizio della tragedia fu come imboccare un sentiero sbagliato che conduce a un precipizio non immediatamente percettibile. Nel giugno del 1991, a pochi chilometri da Trieste, i carri armati dell’Armata jugoslava tentarono di ostacolare l’autoproclamata indipendenza della ricca Slovenia nel tentativo farsesco di tenere unita la Repubblica immaginata da Tito: “Naturalmente la Slovenia se ne andò, un’uscita di scena con sobrietà asburgica, e il suo esempio si impresse nella memoria degli stati e degli individui. Furono in molti a credere di poterla imitare senza pagare nessun prezzo anche se di rado, nella storia e nella memoria privata, gli abbandoni avvengono senza lasciare dietro di sé caduti e danni ingenti alle persone e alle cose. Ma a questo ci pensiamo sempre dopo”, riflette l’autrice. Tutti i luoghi, compresi i boschi, in pochi anni si stravolsero: si riempirono di vittime, macerie, cambiarono nomi. Federica e suo padre avevano camminato in mezzo alla neve sulle alture di Sarajevo, passando sul ponte Vrbanja, sul fiume Miljacka: “Non faccio caso al ponte. Un ponte che non riuscirò a ricordare quando arriverà la notizia di Suada e Olga, le prime due vittime civili della guerra, e quella dei due ragazzi simbolo, Romeo e Giulietta di Sarajevo, ammazzati mentre erano sicuri di salvarsi, e quella dell’italiano ucciso da un cecchino mentre manifestava per la pace…”. Quell’italiano, vogliamo ricordarlo, si chiamava Gabriele Moreno Locatelli e fu ammazzato sul quel ponte il 3 ottobre del 1993.

 

Il giornalista e scrittore Luca Rastello, che si occupò direttamente, dal 1992 al 1997, degli aiuti umanitari ai profughi di quel conflitto, nel suo straordinario La guerra in casa (1998, ripubblicato in questi giorni da Einaudi) – un libro più che sulla guerra nella ex Jugoslavia, su quella guerra e noi – dedicò a quella vicenda il capitolo “Sul ponte”. La figura del padre scivola, con gli anni, in secondo piano e il compagno di passeggiate e avventure diventa il giovane allampanato Luka. Durante l’assedio lui e Federica Manzon si scriveranno. Lui non perde mai il senso di un fatalistico e amarognolo umorismo: “Hai riconosciuto qui qualcosa di tuo, vero? Per questo mi scrivi. (…) Scusami, non riesco a scriverti una lettera come si deve, come hai fatto tu. Saranno tutti libri che ho bruciato per farmi un caffè o scaldare una lattina di carne, e ora Goethe o Apuleio o quel bastardo di Dostoevskij mi hanno mandato una maledizione”. Tornata a Sarajevo, molto dopo la fine del conflitto, nel 2015, Federica Manzon trova, come immaginava, una realtà molto cambiata. Un conoscente le fa questo quadro: “Fa tutto schifo. Il sistema sanitario è diviso per etnie. La scuola è divisa per etnie. Non c’è lavoro. Però stiamo tutti qui a dire, per fortuna non si spara più (…). No, la città non è più quella di quando ero piccolo. Non sono niente. Non posso nemmeno dirmi europeo perché in Europa non ci vogliono e così siamo tagliati fuori. E’ molto pericoloso non avere un’identità collettiva”. Ora anche in quei boschi ci sono confini, nemmeno tanto invisibili e infestati, invece che da profumati funghi, da micidiali mine. Narrare le tragedie della Storia parlando della bellezza e dell’illimitabilità dei boschi è un modo per cogliere meglio, nel confronto, l’insensatezza dei conflitti umani, avendo presente, come osserva l’autrice nella conclusione, che “il bosco sul confine è il luogo in cui se indugiamo troppo il destino si manifesta”.

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