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L’amante del vulcano

Susan Sontag è sempre da leggere. Anche quando si tratta di scritti su collezionismo e desiderio

1 Agosto 2020 alle 06:00

L’amante del vulcano

Lady Hamilton ritratta come Circe, dipinto di George Romney

Susan Sontag (1933-2004) ebbe un talento poliedrico. E’ stata scrittrice, filosofa e femminista. Statunitense, ancora oggi più nota come saggista, ha anche scritto numerosi romanzi e sceneggiature. Sono state pubblicate e saranno ripubblicate, fra il 2018 e il 2023, da Nottetempo, con la traduzione di Paolo Dilonardo, alcune delle sue opere più importanti, come Malattia come metafora o Sotto il segno di Saturno.

   

E’ ora disponibile in libreria una nuova edizione del romanzo L’amante del vulcano (Nottetempo, 496 pp., 19,50 euro). Ha per protagonista un collezionista. E’ uscito, per la prima volta, nel 1992 negli Stati Uniti. E’ ambientato nella Napoli di fine Settecento, durante la Rivoluzione partenopea del 1799, che Benedetto Croce definisce “una delle parti più note e, quasi direi, rilucenti della moderna storia d’Italia (La rivoluzione napoletana del 1799)”. Portò, infatti, alla costituzione della Repubblica sorella della Francia rivoluzionaria, seppure per soli cinque mesi.

   

E’ un romanzo storico e un saggio sul collezionismo e sul desiderio; un’acuta riflessione sul ruolo della donna in quanto cortigiana, attrice, moglie, madre e rivoluzionaria, nonché un’osservazione sagace e sottilmente partecipe degli impulsi e dei moti, anche violenti, degli elementi della natura e delle passioni umane. E’ ispirato al triangolo amoroso costituito dall’ambasciatore inglese sir William Hamilton, da Lady Emma Hamilton, sua seconda consorte, e, infine, dall’ammiraglio britannico Horatio Nelson, il “Salvatore d’Europa” che trionfò sulla flotta francese nella battaglia del Nilo (1798). Lady Hamilton fu considerata una delle donne più belle e affascinanti dell’epoca, nonché attrice di grande talento. Esperta nell’esecuzione di “figure” (posava evocando personaggi del teatro classico) fu ammirata – fra gli altri – da Goethe. Sir William Hamilton – oltre a essere diplomatico, archeologo, antiquario e vulcanologo – è, per la Sontag, il “doppio” del Cavaliere. Non meno importante è la figura della passionale Lady Hamilton. Il contemplativo e raffinato Cavaliere colleziona quadri, vasi e pietre laviche. Come tutti i collezionisti – mostra la Sontag – è un “simulatore, qualcuno le cui gioie non sono mai disgiunte dall’ansia”, “scapolo per natura”, “potenzialmente (se non di fatto) un ladro”, affetto dall’“iperattivismo del depresso cronico”, dunque con tendenze voyeuristiche (“i depressi hanno spesso tendenze voyeuristiche”), un po’ misantropo (“collezionisti e curatori di collezioni confessano spesso (…) di essere un po’ misantropi”) e, infine, “arbitro del gusto”.

   

Ma il vero protagonista del romanzo è il Vesuvio, o meglio, la sua potenza distruttiva, ovvero la sua quiete apparente. La scrittura della Sontag è come incastonata nel cristallo e, come ebbe a dire Citati in un articolo del 1995, “arresta il tempo”. Ci fa scovare l’intreccio fra Eros (Amore) e Thánatos (Morte) nelle nervature dei blocchi di minerali brillanti, nelle rocce tempestate di fossili, nell’ossidiana scura e nel nucleo ardente del vulcano. Il tema dominante dello stile narrativo della scrittrice è l’erotismo: il “capitale dell’immaginazione” (così la Sontag, in un’intervista, definisce la propria fucina narrativa) freme sotterraneo, come lava. Sopra, invece, in superficie, il linguaggio è superbamente pacato e incisivo, quantunque incandescente come non potrebbe mai essere senza quel varco sempre aperto su ciò che sottostà e ribolle, su ciò che è nascosto, e che preme per venire alla luce: “Al di sotto si stendono altri strati inerti che racchiudono il nucleo di roccia fusa, e a ogni esplosione la montagna deforma, stratifica, indurisce ulteriormente il terreno (…). C’è sempre qualcos’altro da portare alla luce. Il suolo ha in serbo tesori per i collezionisti. Il suolo è dove vivono i morti, accatastati in strati”. Il Cavaliere, spinto dal desiderio d’assoluto, va in pellegrinaggio lungo il pendìo del vulcano, e, per un attimo vede se stesso come un “pazzo, camuffato da essere razionale. Quante volte si era già arrampicato su questa montagna?”. Si muove sul labbro – “sì, labbro” ribadisce la Sontag – del cratere, sulla soglia che divide la forma dall’informe, il già composto dal sussulto degli elementi. La scrittrice rivela una chiara ammirazione, financo intimità con il Cavaliere. A differenza di Empedocle, il filosofo acragantino che, secondo la leggenda, si gettò nell’Etna, non si tuffa nel Vesuvio (talvolta, ce lo aspetteremmo). Forse perché anche lui, come le antichità che colleziona, è un “pezzo di passato”: già, da sempre, in congedo dalla vita.

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