C'è sempre un momento in cui i conti con il passato chiedono di farsi opera scritta

Sandra Petrignani

In "Sud" Mario Fortunato racconta il sale della vita

Viene un momento nella vita degli scrittori in cui i conti con il passato, forse anche il bisogno di riconoscersi in un albero genealogico, chiedono di diventare un racconto, un romanzo, qualcosa di scritto insomma. E’ il momento in cui si spulciano vecchie fotografie e si chiede ai parenti attempati tutto quel che ricordano o che sanno per vie traverse di antenati comuni. E siccome la memoria è sempre piena di buchi e i ricordi sono ogni volta incoerenti e pasticciati, nella vita di uno scrittore queste labili tracce diventano potente volano di invenzione, nel senso però di una ri-creazione del vero, ri-creazione che rischia di essere, a volte, più credibile e “autentica” delle cose accadute sul serio o dei veri caratteri dei personaggi evocati.

 

Pensavo questo leggendo Sud, nuovo romanzo di Mario Fortunato (Bompiani, 290 pp., 18 euro) dove con l’impeto di una lunga cavalcata viene evocata la dinastia del Notaio e quella del Farmacista, unite a un certo punto da un vincolo matrimoniale, accanto alle storie non meno importanti della “servitù”.

 

“Dove siete finiti tutti?” si chiede allarmato Valentino, ultimo anello della catena, che alla fine degli anni Settanta del Novecento aveva abbandonato la Calabria delle origini con il bagaglio leggero della giovinezza e “senza guardarsi indietro”. Gli anni sono trascorsi e il risveglio è brusco, quando il passato bussa “d’improvviso alla memoria, accendendo un falò solitario sebbene impetuoso di rimpianto”. Quella incauta domanda, dove siete finiti tutti, richiama un corteo di fantasmi che tornano a sperimentare nello spazio del libro gli antichi desideri e gli antichi contrasti, amori, redenzioni, conflitti, attese, paure, nozze, gravidanze, successi e insuccessi, morti. Morti soprattutto, come è ovvio, visto che la storia prende le mosse dall’inizio del 1900 per arrivare ai nostri giorni, con il Notaio, “alto, asciutto e severo”, destinato a vederne tante nel secolo della sua esistenza, il Notaio dai due matrimoni e i molti figli, fra i quali uno, detto l’Avvocato, sposa Tamara, da lui chiamata Mara, figlia del Farmacista.

 

Non è certo secondario per lo svolgersi del racconto (come per la ristretta società di un piccolo paese del sud) che i personaggi principali siano indicati con la professione che esercitano, professioni cruciali oltretutto, di quelle che ti mettono in relazione con l’intera cittadinanza. Per esempio con Ciccio Bombarda, bravissimo autista senza patente, il factotum Luigi detto Sciammerga, la balia Cicia, la cuoca Maria-la-pioggia o l’altra Maria, che fa la domestica, ed è detta Maria del Nilo non si sa perché. Per non dire di Peppo-della-posta con i suoi problemi rispetto ai figli Gigino e Oreste. E gli ultimi discendenti del Notaio, figli dell’Avvocato e di Tamara: Picchio, Erri, Vita e Valentino.

 

E fermiamoci qui con i nomi, per dire invece che queste vicende, nelle quali s’insinua inevitabilmente la storia d’Italia, e quindi la guerra, da cui qualcuno torna e qualcun altro no, e la politica con i suoi politicanti in odore di ‘ndrangheta, diventano tanto più appassionanti per i dettagli apparentemente secondari, addirittura insignificanti e che sono invece – nelle differenti declinazioni – comuni a ogni esistenza, il sale – come si dice – della vita: l’odore di una casa e il profumo del caffè, i dissapori coniugali e le tormentose gelosie, l’amore realizzato e il dolore della perdita, i sogni disattesi, l’ambizione di uno e il desiderio di nascondersi di un altro, gli screzi con i dipendenti, stima e disistima, obiettivi raggiunti e delusioni.

 

E’, a ben vedere, proprio il “sale della vita” che Fortunato racconta in questo romanzo musicale e travolgente, impostando per Valentino una voce da cantastorie distaccato che canta, però, il flusso inarrestabile di una vicenda personale. E così facendo raggiunge una comprensione risolutiva: quei personaggi scomparsi che sembrano lasciare solo un’eredità di fine e di vuoto, sono in realtà molto di più, la chiave nascosta del suo essere al mondo, la “rumba ubriaca” del suo futuro.

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