Giulio Giorello con la cantante Levante (foto LaPresse)

Al pub “della Mara” a parlare di filosofia, che lui cercava nelle pieghe delle scienze

Corrado Sinigaglia

Giorello era un matematico, anzitutto. Insofferente rispetto a ogni tipo di inquadramento, disciplinare o politico. Ricordi

Ho conosciuto Giulio Giorello più di venticinque anni fa. Ricordo che mi chiese di raggiungerlo in un pub dell’Ortica. Non mi diede alcun indirizzo, mi disse semplicemente: “Ci vediamo dalla Mara”. Naturalmente, quello era il nome della proprietaria, non del pub. Parlammo di filosofia (e non solo) per circa due ore. Mai avrei immaginato allora che al pub “della Mara” avrei passato moltissime altre ore a discutere con lui e con altri amici di Popper, Lakatos, Feyerabend, a scrivere articoli scientifici e non, a rivedere le traduzioni o le bozze dei volumi della collana Scienza e Idee da lui diretta per Raffaello Cortina e, last but not least, a condividere la passione per le “nuvole” di Sergio Bonelli.

 

Giulio amava lavorare in pubblico e non aveva difficoltà ad ascoltare chi si trovava seduto in un tavolo vicino, poco contava che fosse a digiuno di filosofia o di scienza. Sono sempre rimasto affascinato dalla sua capacità di rendere intuitivi concetti che non lo erano affatto, che si trattasse di filosofia o di matematica. Ripeteva spesso che anche per le teorie più complicate si potevano trovare esempi semplici e ci metteva in guardia dall’usare espressioni o formule più del necessario. Credo che fosse per questo che era molto amato dai suoi studenti: le sue lezioni erano un concentrato di intelligenza e ironia, ricche di rimandi e di cambi di scena improvvisi.

 

Lo stesso valeva per le sue conferenze: era sempre molto generoso con il pubblico, ricordo che più di una volta abbiamo dovuto trascinarlo via di peso, dopo oltre due ore di domande! Non rifiutava un invito quando a chiamarlo erano insegnanti o studenti delle scuole superiori, in qualunque parte di Italia si trovassero. Moltissimi di quegli studenti si sono poi iscritti all’Università, e molti a Filosofia, contagiati dalla sua passione per la conoscenza e la libertà. Una passione che era condita da un’irrefrenabile curiosità, una memoria quasi maniacale e un piacere sincero per la battuta e la provocazione.

 

Giulio era andato in cattedra molto presto, quasi impensabile oggi. A 30 anni era professore ordinario di Matematiche complementari a Catania e a 33 anni era stato chiamato a ricoprire la cattedra di Filosofia della scienza a Milano che era stata di Ludovico Geymonat. La sua formazione era stata molto diversa da quella della stragrande maggioranza dei filosofi e, più in generale, degli intellettuali italiani. Era un matematico, anzitutto. Amava la cultura anglosassone, condivideva con l’amico Marco Mondadori la passione per Mill (la loro prefazione a On Liberty fece scandalo allora, specie a sinistra), per de Finetti e per l’Irlanda. Era insofferente rispetto a ogni tipo di inquadramento, disciplinare o politico. Cercava la filosofia, come era solito ripetere riprendendo un’espressione di Geymonat, nelle “pieghe delle scienze”. Ma la sua riflessione filosofica si alimentava anche dal continuo confronto con i classici della letteratura, da Joyce a Faulkner. I suoi eroi erano figure di rottura. Spinoza e Bruno, per restare tra i filosofi. Malcom X e Bobby Sands, per la politica. Oggi ci lascia un’eredità non facile da sostenere. Non soltanto nell’ambito della ricerca: grazie a lui a Milano c’è uno dei gruppi più importanti di logica e filosofia della scienza a livello europeo. L’eredità più difficile riguarda quel misto di pensiero e azione che ha sempre caratterizzato la sua esperienza di appassionato sostenitore dei diritti di ogni minoranza, comprese quelle di cui non si condividono idee e principi, e di implacabile difensore della tolleranza come espressione fondamentale della libertà – una tolleranza tutt’altro che compiaciuta o debole, ma capace, in nome della libertà, di combattere la violenza e la prevaricazione di qualsiasi forma di intolleranza. Mi sia concesso di ricordarlo con le sue stesse parole: No Surrender! Non ci arrenderemo Giulio.

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