Mettere in discussione la libertà per sentirsi veramente liberi (e non omologati)

Alfonso Berardinelli

Riflessioni sul libro-manifesto di Giulio Giorello

Come si sentono liberi gli spiriti liberi! Quale posturale fierezza si nota spesso nella loro soddisfazione di essere gloriosamente approdati al presente, vertice della storia umana quanto a esercizio della santa e sacra libertà laica! Ne trovo un rimarchevole esempio nel “libro-manifesto” (così editorialmente si presenta, Cortina Editore, pp. 82, euro 7) “Di nessuna chiesa. La libertà del laico” firmato da Giulio Giorello, benemerito fondatore e direttore per molti anni della collana “Scienza e idee” dell’editore Raffaello Cortina, nella quale è comparsa una quantità di libri di cui non si potrebbe fare a meno. Filosofo della scienza, razionalista, nemico di ogni tradizione dogmatica, allievo dell’italiano Ludovico Geymonat, un marxista antihegeliano, Giorello ha trovato i suoi idoli definitivi in Bertrand Russell (che chiama “Sir Bertrand”) e in Karl Popper (che chiama “Sir Karl”). 

 

 

E’ mia inveterata abitudine, quasi una fissazione, rimproverare ai razionalisti, soprattutto italiani, di non avere contrastato abbastanza, con efficacia e maggior successo, l’asfissiante moda di Martin Heidegger e dei suoi coribanti. La loro timidezza o prudenza o malinteso rispetto o fair play ha creato alla cultura italiana gravi danni, perché ha favorito l’iperproduzione, non di rado delirante, di filosofia anzitutto illeggibile, poi incomprensibile anche se letta, e infine votata alla diffusione di consumatori di libri filosofici che inducono chi legge più all’adorante infatuazione che all’esercizio di una razionalità propriamente filosofica. Insomma, rimprovero qui anche a Giorello e ai suoi simili di essersi concentrati, spesso con inconsapevole anacronismo, cioè fuori tempo massimo, più sulla critica della religione che sulla critica del dogmatico gergalismo dell’ontologia metafisica novecentesca (Heidegger in testa) tuttora sugli altari nelle università di mezzo mondo. Giorello, mi sembra, mette la “società aperta” e libera, che sarebbe quella dell’occidente secondo Sir Bertrand (Russell) e Sir Karl (Popper), al posto di Dio, perché chi ipotizza Dio perde la libertà più di chi lo nega, cosa discutibile.

 

Naturalmente Giorello dice molte cose giuste a favore della libertà e della libera discussione. Ma sembra un po’ sospettabile di avere della libertà (salvo che nelle ultime pagine) un’idea piuttosto idealistica. Se la prende cioè con chi minaccia in teoria e in pratica il nostro diritto-dovere di libertà, ma si chiede poco se la nostra società aperta e libera sia davvero libera e aperta e in che misura, invece, mostra di non esserlo. Gli scienziati, per esempio, uomini che Giorello pone al più alto livello dell’intellettualità, sono davvero liberi di scegliere gli oggetti delle loro ricerche? Giorello ama con tale lodevole slancio e fervore la libertà, idea e parola, da evitare quasi istintivamente di discuterla in se stessa, materialisticamente e socialmente e non in rapporto a Dio e alle chiese. 

 

 

E’ lo stesso prefatore del libro-manifesto, Edoardo Boncinelli, peraltro in grande sintonia con lo stile di Giorello, a suggerire uno dei possibili spunti di critica. Dice Boncinelli: “L’autore si presenta in quest’opera come un innamorato della libertà, noncurante, forse, dell’osservazione di Kierkegaard ‘L’angoscia è la vertigine della libertà’”. Il merito di un tale accostamento di tre termini come libertà, vertigine e angoscia, indica che l’idea di libertà e di libera scelta può produrre illusione, inganno, falsa coscienza, se non si contestualizza, se non si prova a circostanziare lo stato di coscienza, l’autopercezione e il comportamento del cosiddetto individuo libero.

 

Senza un po’ di psicologia e sociologia delle libertà si rischia sempre il razionalismo idealistico e una devozione ai princìpi che ci dice troppo poco sul modo in cui i princìpi sono sia evocati sia condizionati. In giro ci sono più persone che si sentono (vogliono sentirsi) libere, che persone capaci di comportamenti liberi, i quali hanno sempre un prezzo. La psicologia, la sociologia dei nostri rapporti con le idee di libertà e di verità insegnano che si è quasi sempre disposti a fare tutto il possibile per fuggire sia dall’una che dall’altra.

 

Mi fido più della filosofia della libertà di chi non si sente libero, che di quella di chi si sente libero. A me pare che nelle nostre presenti società liberal-democratiche i più potenti nemici della libertà non siano le chiese, ma le abitudini, le pigrizie, il conformismo sociale, lo spirito gregario e il terrore di non essere come tutti.