Ben detto, Topolino

David Allegranti

Si porta molto come esempio per dare di stupido o farlocco all’avversario politico. Ma autori e lettori fedeli insorgono: non si spara sul fumetto

"Il Mef ha smentito qualsiasi simulazione, quindi hanno l’attendibilità di Topolino i numeri di cui ho letto sui giornali”, dice ai cronisti Matteo Salvini. “Inaudito attacco di Carlo Calenda a Gennaro Sangiuliano. Tra i due, a svantaggio del primo c’è qualche montagna di libri letti e scritti di differenza”, twitta Maurizio Gasparri, scatenando la replica di Carlo Calenda: “Qual è il tuo criterio per ‘montagne’? Più di 3 e siamo già in collina? Includi Topolino?”. Arriva dunque, arrembante, Massimo Cacciari, in diretta tv su Rai3: “Chi ha letto qualcosa oltre Topolino sa che ci sarà nei prossimi anni, inarrestabile, un flusso migratorio dalle zone sub sahariane”. Non perde l’occasione Maurizio Belpietro per ribadire il concetto: “Scusate, premesso che Cacciari è convinto che tutti gli altri escluso lui, ovviamente, leggano Topolino…”.

 

Insomma, c’è un assedio alle porte di Topolinia. Un pezzo di classe dirigente, politica e intellettuale, piuttosto consistente a dire il vero, è convinto che Topolino sia una scemenza, una roba da ragazzini che non hanno voglia di studiare. A un certo punto, visto l’andazzo, qualcuno ha iniziato a protestare sui social, come Francesco Artibani, sceneggiatore del settimanale che i primi di aprile festeggerà settant’anni. Settant’anni di storia, cultura e letteratura. Uscì in edicola per la prima volta nell’aprile del 1949. In uno dei primi numeri comparve “L’inferno di Topolino”. La Divina commedia rivisitata da Guido Martina e disegnata da Angelo Bioletto. Un capolavoro in endecasillabi: “Io son nomato Pippo e son poeta / Or per l’inferno ce ne andremo a spasso / Verso oscura e dolorosa meta”. Non esattamente una cretinata, insomma. Ma vaglielo a spiegare ai Calenda, ai Salvini e ai Cacciari, che hanno evidentemente un problema con la cultura popolare (Calenda poi passa dall’attaccare i videogiochi e i videogiocatori ai lettori di fumetti, un modo interessante di coinvolgere le giovani generazioni in una sfida politica ai populisti). “E’ un problema di linguaggio politico. E’ un problema di riconoscimento culturale. E’ un problema. Bisogna reagire”, dice Artibani. Nel frattempo, molto elegantemente, la redazione di Topolino ha avviato un’operazione diplomatica per far conoscere meglio Topolino a Cacciari.

 

“Scontiamo alcuni problemi”, dice al Foglio Francesco Artibani. “Uno è storico, annoso, e riguarda la scarsa considerazione in Italia del fumetto, di cui ci si accorge solo quando ne viene candidato uno ai premi letterari, come lo Strega, o diventa un film. Per il resto, è diffusa l’idea che sia una lettura di serie B, non impegnativa. In Francia non è così. A parte il fatto che lì si legge di più, ma il fumetto ha una dignità pari alla letteratura, alla saggistica, alla poesia. Non c’è dunque un problema di riconoscimento”. Questa mancanza di riconoscimento, dice Artibani, risale agli anni Quaranta, quando “leggere fumetti era considerato socialmente sconveniente. Non sono bastati personaggi come Umberto Eco, Dino Buzzati, Gianni Rodari o filosofi come Giulio Giorello”.

 

“E’ molto più difficile finire su ‘Topolino’ piuttosto che sulla Treccani”, reagì così Eco quando – nel maggio del 1988 – sul settimanale uscì “Topolino e il nome della mimosa”, ispirato al capolavoro di Eco. Autore di quella parodia è il torinese Bruno Sarda, che qualche anno fa raccontò l’episodio in un’intervista: “Mi disse – ha spiegato Sarda – che per essere sull’enciclopedia è sufficiente inventare un utensile qualunque, ma per entrare nel mondo Disney bisogna essere conosciuti da tutti”. Il filosofo Giorello ha dedicato, nel 2013, un libro alla “Filosofia di Topolino”, pubblicato da Guanda, “nella convinzione che i fumetti siano tutt’altro che letteratura di serie B, dal momento che l’accoppiamento giudizioso di parole e immagini può essere un’eccellente illustrazione delle idee, quando la filosofia accetta di discutere persino se stessa e di mettersi in gioco nel confronto con i fatti della vita. E non si dimentichi che il termine idea etimologicamente rimanda a visione, e ogni vignetta di un fumetto è una sorta di affresco ove le parole danno senso alle immagini, e queste alle parole”. Per di più, ha scritto Giorello, “la sequenza dei quadretti cattura lo scorrere del tempo, e offre nella scansione tra una vignetta e l’altra il giusto posto all’immaginazione di chi legge e guarda. ‘Si prova piacere nel vedere le immagini’ diceva già Aristotele (Poetica, 1448b, 15-20), perché è così che ‘col ragionamento’ si arriva al nocciolo della questione’”. Topolino, scrive Giorello, “è una sorta di Ulisse del nostro tempo, solo in apparenza appagato dalla quiete domestica in una tranquilla villetta, ma che non vede l’ora che qualcuno o qualcosa lo attragga fuori dall’uscio e lo impegni in qualche peripezia nella Giungla d’asfalto, tra gangster, imbroglioni, contrabbandieri o rapinatori più o meno sofisticati. Non mancano case stregate o segretissime basi militari”. Ma a Topolino questa sua Itaca “non basta ancora; e così lo vediamo minatore nel deserto, navigatore nei mari del Sud o tra i ghiacci dell’Artico, viaggiatore interplanetario o addirittura esploratore del passato o del futuro, provvisto della dovuta macchina del tempo – o di qualche altra diavoleria capace di eludere qualsiasi meccanismo di censura o protezione cronologica. I viaggi più interessanti, infine, sono quelli nel mondo delle idee, perché Topolino è un topo che medita”. D’altronde Cartesio nelle sue “Meditazioni metafisiche” affrontava l’ipotesi che “un certo Genio maligno” avesse impiegato tutta la sua abilità nell’ingannarlo e “che il cielo, l’aria, la terra, i colori, le figure, i suoni e tutte le cose esterne” fossero semplicemente “beffe dei sogni con cui egli ha teso trappole alla mia credulità”. E cominciava a chiedersi che cosa restasse di lui dopo tutti questi dubbi. E dubitava. E dubitando di dubitare, in realtà, filosofava. La risposta era, appunto, “un animale che dubita”. “E se Topolino fa lo stesso, dobbiamo chiamarlo topo dubitante. Ma sono questi dubbi che lo fanno (e ci fanno) esistere”, chiosa Giorello.

 

Topolino, dice Artibani al Foglio, “ha insegnato a leggere a tre generazioni di italiani. Ora le cose sono cambiate, ma io – per fare alcuni esempio – ho lavorato con Andrea Camilleri, Carlo Rovelli, adesso sto scrivendo una sceneggiatura con Alessio Figalli”, il matematico che ha vinto la medaglia Fields. Nonostante questo, però rimangono delle “convinzioni arcaiche”. Il problema, dice Artibani, “è che Topolino è uno degli ultimi riferimenti popolari per l’infanzia rimasti. Sono scomparse riviste come Tiramolla, Soldino, Braccio Di Ferro. Quindi se un politico o un intellettuale o un giornalista deve generalizzare per buttarla in caciara l’unico riferimento è Topolino. A nessuno però verrebbe in mente di citare ‘L’Isola dei Famosi’ o il ‘Grande Fratello’ o ancora il programma della D’Urso come esempio di non cultura. E una spiegazione me la sono pure data: a ‘Domenica Live’ questi politici ci devono andare, quindi si guardano bene dall’affermare: ‘Chi te l’ha detto, Barbara D’Urso?’. Per Artibani la banalizzazione di Topolino fa parte di un complessivo scadimento del linguaggio politico che parla per slogan. “C’è un problema di comunicazione, di dialogo, all’interno del dibattito pubblico: c’è sempre la necessità di offendere e mortificare il tuo interlocutore. Ora non vorrei essere retorico, ma non ricordo tribune elettorali in cui Fanfani citava Topolino in senso dispregiativo a Berlinguer”. Oggi invece si fa. “Eppure dietro l’industria culturale del fumetto, in questo caso Topolino, ci sono redazioni, tipografie, c’è una macchina culturale e industriale che merita rispetto. Non chiediamo protezione, come se fossimo dei Panda in estinzione, ma rispetto sì. Qualcuno dei banalizzatori probabilmente o non legge Topolino o l’ha letto quando era ragazzino ed è rimasto ancorato a un’idea di decenni fa. E vedere usare quelle frasi ‘dove l’hai letto, su Topolino?’ in un discorso politico fa impressione. Mi pare un atto di superficialità anche da figure politiche o intellettuali inaspettate”. Come Cacciari, per l’appunto. I quali politici o intellettuali forse non sanno che molte opere letterarie, l“Odissea”, “Moby Dick”, “Il conte di Montecristo”, sono diventate parodie di Topolino che hanno invogliato persone alla lettura. “Nessuno fa paragoni insultanti con Tex e Diabolik. Paura, eh?”, dice Artibani. Insomma, Topolino è come l’Unione europea per i populisti: si attacca Bruxelles quando non si sa più cosa dire.


Eppure, dice al Foglio Roberto Gagnor, sceneggiatore del Topo, “noi siamo la prima lettura di un sacco di gente, che ha imparato a leggere grazie a Topolino e alla sua lingua più colta ed elegante rispetto ad altre pubblicazioni. Merito anche dei nostri primi traduttori, come Cesare Pavese. Guido Martina, uno dei primi sceneggiatori, era un professore. Su Topolino è uscita la parodia della Divina Commedia in endecasillabi danteschi. Non ci sono parolacce. E noi possiamo permetterci di scrivere frasi come ‘plutocratica sicumera’ sapendo che i nostri lettori ne conoscono il significato. Il nostro è un pubblico colto, fatto di adulti e bambini più colti della media”. Il problema è che nei confronti del fumetto c’è tuttora uno stigma, perché “se un vip qualsiasi scrive o magari si fa scrivere da un ghostwriter un libro brutto, è comunque un capolavoro. Se invece c’è un fumetto geniale come quello di Gipi, che ha dignità letteraria, viene considerato ancora un fumetto”. Quindi roba di serie B. Invece Topolino, quando viene pensato dagli sceneggiatori, è costruito “come una serie tv, come un film. Ha insomma una costruzione profonda. La scorsa estate ho scritto una Topodissea, una parodia dell’Odissea fedele in tutto e per tutto all’originale”. Colpisce, dice Gagnor, “che ci sia una classe dirigente politica così vecchia che non sa muoversi fra i vari media e su Internet, che non sa leggere fumetti, che non guarda serie tv. Insomma, sono tutti apocalittici ma non integrati”, aggiunge Gagnor citando uno che Topolino lo amava davvero, come Eco appunto. Gagnor concorda con Artibani e dice che c’è una certa continuità fra la banalizzazione di Topolino e il linguaggio politico. “Il nostro linguaggio politico non è abbastanza consapevole dei media contemporanei. Io farei un sondaggio tra i leader per chiedergli cosa guardano. Cari Zingaretti, cari Cacciari, cari Salvini, che cosa guardate? Quali serie tv? Quali film? Sapete cos’è un videogioco? Giocate con la Playstation? Che cosa guardate su YouTube? Che fumetti leggete? Io penso che una cura di Gipi, Zerocalcare, Turconi e Radice potrebbe fargli bene. E dire che i vari politici vorrebbero in teoria attirare il consenso dell’elettorato giovanile…”. Il problema, dice Gagnor, “è che si confonde l’autorevolezza con il distacco. Si può essere autorevoli parlando di tutto. Un leader dovrebbe essere a suo agio parlando di Tolstoj come di un video su YouTube. E Topolino è una meravigliosa intersezione di queste cose. Insomma, in un momento in cui i media cartacei stanno evolvendo, esiste un’eccellenza culturale come Topolino e tu, caro politico, non sai che c’è. Significa che sei bloccato in un luogo comune: i libri sono sempre importanti, i fumetti sempre scemi. Anche quando li scrive Gipi. I videogiochi uguale, anche quando si tratta di Red Dead Redemption, che ha una profonda struttura narrativa”. Alcuni sceneggiatori del Topo si muovono dentro un circuito crossmediale, non lavorano solo per Topolino, fanno tv, cinema, cartoni animati. Idem i disegnatori, che non disegnano e leggono solo Topolino. Arrivano dallo storyboard, dalle illustrazioni, dal manga. Ognuno di loro porta tantissime cose, dice Gagnor, al fumetto. “La nostra è una somma di esperienze. Quello che manca è un po’ di rispetto per un industria culturale da valorizzare. Il problema dei fumettisti è che non hanno un ordinamento sindacale. Siamo noi i primi a soffrire della gig economy. Non siamo tutelati da nessuno”. Eppure se uno entra in una Feltrinelli trova di tutto nel settore “fumetti”. Dalla graphic novel intimista americana alle raccolte Bonelli, ai supereroi della Marvel, alla Disney. Hanno dignità di scaffale, persino di settore, ancorché in qualche piano sottoterra. “I fumetti hanno grandi storie con un budget basso. Per questo diventano film di grande successo: hanno idee fortissime, già testate, e per svilupparle serve poco. Siamo diventati una sorta di dipartimento di ricerca e sviluppo dell’industria culturale, lavoriamo in un ambiente protetto ma molto appassionato che produce idee che possono anche diventare mainstream”. Un tempo non era così, se andavi al Lucca Comics o al Torino Comics eri fondamentalmente un impallinato. Resta però vivo un certo stigma, trasferito alla politica e a certi intellettuali. “Eppure, come tutti i media, ci siamo evoluti tantissimo. Sì, una storia degli anni Settanta contiene le gag, l’ironia, la lingua colta, il ritmo, esattamente come oggi. Tutte le cose che piacevano e che piacciono, che rimangono intatte anche nel Topolino di oggi. Ma molte cose sono cambiate”, dice Gagnor. Per esempio, osserva Artibani, se un tempo si facevano molte parodie letterarie, oggi si preferisce “puntare sul cinema o sullo spettacolo. D’altronde il mondo è cambiato”.

 

“Nelle nostre storie – riprende Gagnor – oggi citiamo Breaking Bad. Abbiamo più livelli di lettura. Forse dovremmo iniziare a ragionare in maniera meno settaria. Questa è una vecchia idea, molto sessantottina: che esista la cultura bassa e la cultura alta. Oggi ci sono dei film italiani, film ‘d’autore’, con una trama molto più banale di una storia di Dinamite Bla, e continuiamo a ignorare l’intrattenimento intelligente: come Topolino, ma non solo. Per dire: perché un film come ‘Smetto quando voglio’ non vince un David di Donatello dopo l’altro?”. Insomma, per tornare al fumetto e a Topolino, la verità, dice Gagnor, “è che c’è un odio per il mezzo popolare. Ci si vergogna di essere popolari. Si pensa che esista una dicotomia: o ci sono Tex e Topolino o c’è Tolstoj. Invece tutto si può tenere insieme”. Come dice Quattro/Tobias, uno dei protagonisti della serie letteraria Divergent di Veronica Roth, che racconta un mondo in cui le persone appartengono a fazioni dalle quali non possono sfuggire e alle quali corrisponde un determinato carattere, “io non voglio essere una cosa sola. Io voglio essere coraggioso, altruista, intelligente, onesto e gentile”.

 

Io voglio leggere Topolino e “Guerra e pace”. E poi dire a Cacciari: “E dove l’hai letto, in un libro di Tolstoj?”.


 

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  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.