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La nuova traduzione dell’Ulisse è un libro a sé stante che non s’impicca all’originale

Joyce "riletto" da Mario Biondi per La Nave di Teseo

28 Giugno 2020 alle 06:00

La nuova traduzione dell’Ulisse è un libro a sé stante che non s’impicca all’originale

Rievocazione del Bloomsday, a Dublino

James Joyce era il tormento dei tipografi, un maniaco della correzione in extremis ma non dell’ordine, talché appunti e cartigli con cui emendava le bozze finivano dispersi fra tasche, libri e mobili. Per questo è difficile trovare due versioni identiche dell’Ulisse, già fra le primissime edizioni. E per questo è confacente alla sua concezione della letteratura il fiorire di traduzioni italiane del suo romanzo. Ora la Nave di Teseo ne manda in libreria una nuova, a opera di Mario Biondi, traduttore di vaglia e mastodontica esperienza, dotato di forte personalità da romanziere (premio Campiello nell’85). E’ la quinta versione disponibile ai lettori italiani: i maniaci di Joyce devono averle tutte e da ciascuna colgono un riverbero inedito del caleidoscopio; occasionali e curiosi dispongono di una gamma per ogni esigenza.

 

In Italia l’Ulisse è stato a lungo vincolato all’unica traduzione autorizzata, quella di Giulio De Angelis uscita nel 1960 per Mondadori, solida, poetica, diventata nel frattempo un classico a sua volta. Nel 1995 una singolare operazione editoriale diffuse poche copie king size di una traduzione clandestina, a opera di Bona Flecchia per un’apposta Shakespeare & Company; mentre a soli quattro giorni dalla scadenza dei diritti d’autore, nel gennaio 2012, Newton Compton partorì la versione annotata di Enrico Terrinoni, che ha dedicato gli anni successivi a finire di tradurre Finnegans Wake con Fabio Pedone e c’è riuscito. Nel 2013 Einaudi ha pubblicato una nobile traduzione di Gianni Celati, alla quale il Foglio dedicò a buon diritto un intero numero; adesso giunge la versione di Biondi.

 

Di là dal piacere di rileggerlo ogni volta con una voce diversa, ho un trucchetto per distinguere le diverse traduzioni: vedere come se la sono cavata con un paio di calembour impossibili. Uno gioca sull’omofonia fra Rose of Castille, un’opera lirica vittoriana, e rows of cast steel, i binari del treno. De Angelis aveva reinventato: “Quale opera si ascolta sempre a metà? La Semiramide. Vedete il punto? Semi-ramide”; Celati l’ha seguito: “Quale opera somiglia a un albero coi rami segati a metà? La Semiramide, capite? Semi, rami, rami tagliati a metà”. Flecchia era stata la prima a tentare di tradurre più alla lettera (“Qual è quell’opera che suona come una donna pia? La Rosa di Castiglia. L’avete capita? Rosa casti li ha”) così come Terrinoni (“Qual è l’opera più appassionata di Spagna? La Rosa di Castiglia. Capite? Rosa, passione, Spagna”). A fronte del risultato incerto, Biondi decide di tornare all’inglese (“Quale opera lirica assomiglia a una linea ferroviaria? The Rose of Castille. Capito l’inghippo? Rows of cast steel”); un uovo di Colombo, cui acclude una nota per ammettere che “messa così non fa ridere, ma l’opera è una presenza troppo importante nel romanzo perché si possa tradurne il titolo alla ricerca di un effetto comico migliore”. Altrove affiora un messaggio anonimo cifrato su cui gli esegeti tuttora si accapigliano: “U. P.: up”. De Angelis lo aveva trasposto alla lettera (“S. U.: su”) ma i suoi successori sono stati più creativi: “U.P.: un pazzo” secondo Celati, “P. U.: pu” per Terrinoni, che vuol mantenere le iniziali di presbyterian unionist, dicitura che nella Dublino cattolica e separatista del 1922 doveva suonare offensiva. Biondi opta per la reinvenzione (“S.F.: sf”) e in nota spiega che significa “Sei Fottuto, sfigato”.

 

La peculiarità di Biondi sta proprio nel tentativo di rendere la traduzione il più possibile un libro a sé stante, che non s’impicchi all’originale quando diventa limitante. Non per nulla in seconda di copertina si trovano le primissime recensioni all’Ulisse, uscite sul New York Times e su New Republic nel 1922, e che hanno il pregio di ridurre il romanzo di Joyce alla propria trama, sceverandolo dagli eccessi del dibattito accademico. Lo stesso fa Biondi nella prefazione, dove menziona il protagonista come “Henry Flower Flor de la Flora Virag Boom Visciiidbloom Elia Leopold Bloom”, ossia con tutti i nomi che riceve nel corso del testo, dal refuso su un quotidiano al dispregiativo di due bariste, dal nom de plume del fermo posta al cognome dei suoi antenati ungheresi. Si attiene al testo e alle informazioni che può trarne chi apre l’Ulisse per la prima volta. Per questo Biondi non abbandona mai il lettore ma continua a parlargli dalle note a pie’ di pagina, tutt’altro che asettiche, usando anzi un tono confidenziale che spieghi e giustifichi alcune scelte complicate nel tradurre. Del resto, se non si vuole parlare col traduttore di un capolavoro, basta leggerlo in lingua originale.

Antonio Gurrado

Antonio Gurrado (1980) vive a Milano dopo essere vissuto a Gravina in Puglia, Pavia, Napoli, Modena e Oxford. Ha pubblicato il saggio “La religione dominante. Voltaire e le implicazioni politiche della teocrazia ebraica” (Rubbettino) e il romanzo “Ho visto Maradona” (Ediciclo). Scrive sul Foglio dal 2009.

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