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Nel cuore di Napoli il cuore rosso di Jan Fabre

Nella cappella del Pio Monte della Misericordia quattro opere dell'artista contemporaneo dialogano con Caravaggio 

23 Febbraio 2020 alle 06:00

Napoli. Quelli che un tempo furono i due Decumani, rappresentano oggi più che mai il cuore della città: Via San Biagio dei librai – meglio nota come Spaccanapoli – e Via dei Tribunali. Qui, tra luci, rumori, odori di ogni genere e tante persone, troverete il Pio Monte della Misericordia, un’associazione privata che dagli anni Settanta è aperta al pubblico per permettere a chiunque interessato di scoprire e conoscere il suo patrimonio culturale. Nella Cappella della Chiesa, ad esempio, è conservato uno dei dipinti più celebrati del Seicento: le Opere della Misericordia (1607), nota anche come Le Sette opere della Misericordia di Michelangelo Merisi detto Caravaggio. Il dipinto, uno dei capolavori del turbolento pittore in fuga da Roma dopo la condanna per omicidio, raffigura con grande realismo, in un intreccio di personaggi presi dalla strada, le attività di beneficenza dell’Ente ispirate alle Opere di Misericordia corporale.

 

Sulle cappelle laterali, ci sono poi le opere di Battistello, Giordano, Santafede, Forlì e Azzolino. È proprio lì che ha deciso di intervenire Jan Fabre, una delle figure più innovative nel panorama dell’arte contemporanea internazionale. Nato ad Anversa nel 1958, è un artista visivo e teatrale, ma è soprattutto un autore che è riuscito a creare sempre un’aura speciale attorno ai suoi lavori, soprattutto sculture e allestimenti, fatta di regole precise che accompagnano, definendoli, personaggi, simboli e motivi. Se al Forte Belvedere di Firenze riuscì a portare qualche anno fa i suoi Spiritual Guards e a san Pietroburgo la sua idea di Bellezze e Guerrieri, nella città partenopea ha fatto molto di più, quasi a voler manifestare ancora una volta l’amore che ha da sempre “per quell’atmosfera speciale che vi si respira e per la sua gente”, come ha lui stesso dichiarato.

 

Dopo averla omaggiata con la mostra Oro Rosso. Sculture in oro e corallo, disegni di sangue al Museo e Real Bosco di Capodimonte, con L’uomo che misura le nuvole al Museo Madre e con la sua particolare interpretazione di Hieronymus Bosch in Congo presso lo Studio Trisorio, Fabre resta ancora al Pio della Misericordia dove aveva già allestito L’uomo che sorregge la croce, un’iniziativa molto apprezzata dal pubblico visto il modo in cui l’opera è andata ad armonizzarsi con il contesto della chiesa sia dal punto di vista estetico-formale che in senso concettuale e spirituale.

 

A ben guardare, troverete un corpus di quattro le sculture in corallo rosso “che rappresentano complesse associazioni simboliche e iconografiche”, spiega al Foglio la curatrice Melania Rossi, “quattro preziose opere d’arte concepite per essere poste in un dialogo continuo con i dipinti seicenteschi già presenti all’interno della cappella”. L’impatto con le stesse – alte 110 cm e dal peso di 50 chili – ha un effetto magnetico: le guardi da lontano e a mano a mano che ti avvicini, noti dettagli anche minimi che colpiscono fino a stupire. Roselline, perle, mezze perle e piccoli cornetti tutti in corallo, altro omaggio all’arte napoletana, che evidenzia il loro significato simbolico fatto di energia a forza vitale.

 

In ognuna di quelle sculture che sono oramai parte integrante della struttura, il cuore è l’elemento centrale, simbolo fisico e spirituale, simbolo di compassione e di amore universale oltre che rappresentazione dell’unità centrale di una saggezza costituita da sentimento e pensiero. Ne La Purezza della Misericordia, a colpire è il giglio attribuito alla immacolata purezza di Maria e la mascella d’asino come metafora caravaggesca volta ad indicare l’atto di “dare da bere agli assetati”. C’è invece una colomba, il simbolo dello Spirito Santo, ne La Libertà della Compassione, mentre c’è un’edera, figura della risurrezione e della vita eterna, ad avvolgere la croce ne La Rinascita della Vita e una torcia (emblema di illuminazione e di speranza) e una chiave (simbolo di San Pietro e della porta del regno dei cieli) ne La Liberazione della Passione. Quattro sculture/gioiello che testimoniano – un po’ come aveva già fatto prima in piazza Plebiscito e poi al Madre – la grande capacità di immaginazione, di sognare e di conoscere di Jan Fabre e quella che è la sua autentica dichiarazione. Se la tensione verso il sapere ha limiti invalicabili – sembra dirci attraverso le sue opere (a voce è più complicato, visto che è una cosa che non ama molto) – è però possibile esprimere l’inesprimibile attraverso la ricerca artistica, dando così rappresentazione all’intrinseca bellezza umana e universale.

Giuseppe Fantasia

È nato a L’Aquila, ma vive a Roma, ha una laurea in Legge, ma ha scelto di fare il giornalista. Scrive per l'HuffPost Italia, Marie Claire ed Elle Decor. Su Il Foglio si occupa delle pagine culturali, scrive di libri, arte e spettacolo e ogni giovedì c'è "Odo Romani far Festa", la sua rubrica da cui viene fuori tutto il meglio (e il peggio) delle feste della Capitale e non solo. GiFantasia su Twitter, @gifantasia, su Instagram

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