L'editore si è fatto scrittore

Michele Masneri

La gioventù nel Dopoguerra, il primo incontro con due poeti, uno tinto e l’altro cattivissimo, il primo curriculum rifiutato. A colloquio con Gian Arturo Ferrari, l’uomo con la valigetta che ha lanciato gli scrittori di una generazione

I libri gli piacciono proprio ma non ha niente di libresco. Settantasei anni, pantalone rosso, giacchetta a quadri, bretelle, valigetta, Gian Arturo Ferrari sembra una spia inglese ma con una faccia molto lombarda da rappresentante di whisky. Due matrimoni, tante vite, soprattutto tanti libri (degli altri). Siamo in una libreria del tipo moderno, con caffè e cucina, e Ferrari fa tappa a Roma nel suo tour di presentazione di “Ragazzo italiano”, appena uscito per Feltrinelli, storia romanzesca ma non troppo di un fanciullo appassionato di libri che assomiglia molto al suo autore e attraversa indomito l’Italia sgarrupata del Dopoguerra.

 

Ferrari è qua con la sua valigetta, pronto a ripartire per Milano in questo tour promozionale; è stato l’uomo più potente dell’editoria italiana, gran capo della Mondadori, ha conosciuto tutti, tanti lo amano, alcuni lo odiano. Lui indefesso attraversa ora la penisola sulle freccerosse ancora rallentate per i deragliamenti, tra scrittori precettati per le presentazioni e col coraggio di chi avendo conosciuto i maggiori autori novecenteschi si cimenta ora col micidiale genere romanzo per la prima volta. A un certo punto nella libreria con cucina sparano una musica tunz-tunz a palla. Chiedo se si può abbassare che stiamo facendo un’intervista. “Stamo a prova’ le casse!”, dice il commesso, “smettiamo subito” (ovviamente non smettono). Ma è una metafora! Abbiamo qui il signore dei libri, e siamo nella più totale decadenza libresca. Io mi sfogo subito enunciando la mia teoria: che l’algoritmo di Amazon è più intelligente del commesso medio delle librerie di oggi. “Occhio a mitizzare il passato”, dice invece Ferrari, che non è per niente un nostalgico. Non gli piace partecipare all’elegia della libreria di una volta: “Nel Dopoguerra, nelle città ce n’era spesso una sola. C’era il bancone, e tu dovevi andare lì e dire cosa volevi. Era come in farmacia. La clientela era quella borghesia media cittadina, medici, avvocati, notai, e il libraio, che vestiva un camice grigio, si faceva un’idea dei loro gusti e gli mandava i libri a casa”. Ma era già Amazon! “Quasi”. “I clienti alla fine decidevano quali tenere, e solo alla fine dell’anno pagavano, se pagavano, perché c’era anche il problema di quelli che non pagavano”. “E andare a dire al notaio o al dottore di pagare non era tanto bello”. Però il libraio ti consigliava. Mica come oggi che ti guarda con lo sguardo perduto se chiedi qualcosa che non sia uscito negli ultimi sei mesi. “Uhm. Mica tanto. Non è che ti dessero grandi consigli. Le librerie erano imprese familiari che facevano lavorare parenti, nuore, senza pagarli, era tutto un mondo così, scalcagnato”. I libri poi costavano carissimi, dunque se ne rubavano tantissimi. “Soprattutto in libreria si andava coi cappotti lunghi, gli impermeabili dalle ampie fodere, utilissimi”. Ferrari non partecipa neanche allo sturbo anti-Amazon. Sulla nuova legge che ha alzato un tetto massimo sugli sconti libreschi è scettico. “Amazon non è che ha successo perché fa gli sconti. Ha successo per il servizio che offre, tu vuoi comprare un libro a mezzanotte, lo ordini e la mattina ti arriva”. 


Settantasei anni, pantalone rosso, giacchetta a quadri, bretelle, valigetta: sembra una spia inglese ma con faccia lombarda


 

Insomma non c’è modo di instillargli nostalgie. Soprattutto non dell’Italia del Dopoguerra, quella che vien fuori dal suo libro, e che pare abbastanza un incubo. “Era una società davvero fascista, non per ideologia, ma proprio come modo di essere. Una società basata sugli ordini, sulla ruvidità dei rapporti. Pensa alla scuola: divisa rigidamente per censo. Alle elementari, dove andavo io, in prima fila c’erano i figli degli industriali. In seconda i professionisti. Dietro, gli impiegati, il mio posto. Poi ancora gli operai. E in fondo in fondo, i figli degli operai con refezione, cioè quelli con le mamme che lavoravano e che avevano dunque diritto al pasto, categoria della vergogna pura. I voti poi erano proporzionali al censo: otto davanti, sette in seconda fila, e poi a scendere”. 


“Ragazzo italiano” è appena uscito per Feltrinelli. Una storia romanzesca ma non troppo di un fanciullo appassionato di libri


 

A proposito di refezione, nel libro c’è un’Italia culinaria che non esiste più, ma anche qui poca nostalgia. “Stelline o tempestina in brodo la sera, stracchino e formaggino”, dice Ferrari. “La pasta era regolarmente ben cotta, cioè stracotta, l’idea della stracottura essendo parte integrante della cultura lombarda. Di cibo poi non si parlava assolutamente, era di cattivo gusto, non è come ora. Si cucinava e si mangiava, non era tema di conversazione in una famiglia dabbene. Al massimo la mamma, che la domenica aveva come massima trasgressione un polpettone già fatto dal macellaio, poteva vantarsi di uno sconto ricevuto. Ma in generale il cibo era proprio un tabù”. Un po’ come il sesso, che però era il contrario, se ne parlava molto, ma non si faceva niente, “tutti i ragazzi millantavano mitologiche vite sessuali, ma eravamo un popolo dedito alla masturbazione”. 


Sulle librerie: “Nel Dopoguerra, nelle città ce n’era spesso una sola. C’era il bancone, e tu dovevi andare lì e dire cosa volevi”


 

L’Italia del Dopoguerra del libro è divisa in tre: c’è l’hinterland lombardo industriale e micidiale, poi un eden emiliano delle vacanze, e infine Milano. Le ciminiere fumiganti dei paesi in “ate”, Brembate, Linate, Zanegrate come si chiama quello del romanzo, dove il padre “lavorava in un’industria di utensili per la produzione tessile”, e dunque lui si guadagnava un posto in terza fila (figli di impiegati). Poi il papà viene trasferito a Milano, e lì “pareva l’America di Roosevelt, un film di Frank Capra”. Finalmente il liceo, “nella realtà il Berchet”, cambia tutto, ragazze, discorsi intellettuali. Ma la delusione è sempre in agguato. A un certo punto va a fare il giornalino scolastico e va con degli altri studenti a intervistare i grandi scrittori italiani. Ma subito questi miti si rivelano efferati vecchiacci. Ce n’è uno tinto, e uno cattivissimo. Il tinto chi è? “Ma no, dai”. Ma come. “Va bè. Era Quasimodo”. E il poeta cattivissimo che vi riceve al Corriere della Sera? Qui non tentenna. “Era Montale. Davvero andammo al Corriere, dove Montale scriveva. Il Corriere all’epoca era il centro del potere, il baluardo della Confindustria, la Confindustria di allora, eh, insomma il potere vero. Noi eravamo ragazzini di sinistra, kennediani, e chiedemmo ingenuamente al grande poeta come potesse scrivere su quel giornale. Avevamo quindici anni. Lui si arrabbiò molto. Cioè non è che alzo la voce. Ma ci gelò. ‘Voi cosa farete all’università?’, disse. ‘Ah, Lettere. Bene. Allora ne riparliamo tra cinque anni, quando verrete qui a chiedere…’, o disse ‘pietire’? Forse pietire. ‘A pietire lavoro da noi’. Fu molto brutto per me, soprattutto perché non capì che noi eravamo appunto dei ragazzini, e la nostra non era un’accusa, ma un eccesso d’amore, ecco. Provavamo una venerazione, un solido affetto per lui, volevamo portarlo dalla nostra parte, salvarlo”. 


L’Italia del libro è divisa in tre: c’è l’hinterland lombardo industriale, poi un eden emiliano, e infine Milano


 

Qualcuno si stupisce di questo romanzo a tratti tenero, perché Ferrari ha fama da duro, ma è chiaro che non è uno facilmente inquadrabile. Parallelamente alla carriera editoriale ne ha fatta anche una universitaria, ma la sua passione vera sono i libri, o almeno la sua idea dei libri. Un’idea molto d’azione. Per niente da bibliofilo. “Cedetti al richiamo della realtà, della molteplicità, della varietà. Vedi, io non sono uno di approfondimento”. Alla Mondadori comincia facendo un dizionario, “una raccolta di biografie di scienziati, sia antichi che viventi. Mi arrivavano queste biografie, a volte autobiografie, di scienziati, scritte così male che le riscrivevo da capo. Poi da lì alla Boringhieri a Torino”. Poi da Boringhieri di nuovo a Mondadori, poi a Rizzoli, poi di nuovo e per sempre a Mondadori: la casa editrice che lo snobbò all’inizio, quand’era ancora uno studente, e che poi come in un romanzo lui conquista fino al gradino più alto. Nei suoi vari uffici ha sempre tenuto la lettera del classico “grazie le faremo sapere”, che ricevette quando mandò un curriculum non richiesto a Segrate. “Sì, era una lettera molto elegante, standard, tipo ‘grazie per questa candidatura, la terremo in debita considerazione in futuro’”, dice. “Ero molto ingenuo, era dopo il liceo e l’aver avuto ottimi voti mi spinse a pensare che qualcuno mi potesse assumere”. Il sogno però a un certo punto si realizza. “Era bellissima la Mondadori, era allegra. La grande editoria è bella! Molto meglio del giornalismo”, dice, guardandomi. “Vedi, tu fai il giornalista, ma hai un ambito limitato, un settore. Invece i libri… a cavallo dei libri arrivi dappertutto, sono come la scopa della strega”. Già, tutti fanno un libro prima o dopo. Attori, influencer, cuochi. Che paura. Il fatale manoscritto arriva sempre, prima o poi. Dev’essere tremendo essere bersagliati da romanzi di gente influente che racconta la propria vita, che è proprio come un romanzo. Ha mai ricevuto un manoscritto orrendo da una persona che riteneva intelligente? “Migliaia di volte”.

 

Ha detto che dopo la paludata Boringhieri torinese la Mondadori era “come andare a Las Vegas. C’erano i telex, era l’unica casa editrice coi telex in Italia”. E’ una specie di grande secret service. Nella dimensione eroica-avventurosa della sua vita editoriale, Ferrari ha vissuto anche sotto scorta per un po’, per aver voluto pubblicare Salman Rushdie, coi suoi versetti satanici che non piacevano ai permalosi ayatollah. 


L’intervista a Montale: “Provavamo una venerazione, un solido affetto per lui, volevamo portarlo dalla nostra parte, salvarlo”


 

Ma prima, nella Mondadori-Las Vegas, ha fatto in tempo a conoscere anche il vecchio Arnoldo. Il founder. “Era idealmente allievo di D’Annunzio, pubblicava d’Annunzio e insomma si immedesimava in questa idea ‘alta’ e lirica della letteratura, che poi discendeva alla borghesia che ne era plasmata. Si lamentava però sempre di aver solo la quinta elementare, di aver potuto studiare poco, e un giorno Raffaele Mattioli, che era il capo della Banca Commerciale, loro finanziatore, gli disse: ‘Senta Mondadori, secondo me lei ha studiato anche troppo, guardi Rizzoli che ha solo la seconda elementare, dove è arrivato’”. (Ferrari qui si anima, raccontando le gesta dei grandi tycoon editoriali). “Rizzoli era un tipo completamente diverso”, specializzato nell’assemblare libri di autori che non lo erano. “Prendeva tutto dai periodici”. Così con Guareschi, che viene in mente leggendo le pagine sulla Emilia mitica di Ferrari. “Gli disse: metta insieme i pezzi che scrive e ne facciamo un libro. Così dalle cose che Guareschi scriveva sul Candido nacque ‘Don Camillo’. In un anno fanno il libro, fu un successo mostruoso, in Italia e fuori. In Francia lo pubblicarono le Editions du Seuil, che coi soldi incassati da don Camillo poterono pubblicare poi tutti gli strutturalisti e diventare la casa editrice della sinistra intellettuale per eccellenza. Don Camillo gli permise di pubblicare Deleuze”.

 

Don Camillo e Deleuze, sei un provocatore. Un vero intellettuale italiano non parlerebbe così. “Ma il mondo culturale italiano è sempre stato chiuso, elitario. Un po’ perché la letteratura italiana si è dovuta inventare una lingua che non esisteva, che non era quella parlata. Poi c’è questo atteggiamento di fondo, sempre in difesa. Per me leggere libri è una cosa naturale, non l’ho mai considerata come una cosa ‘alta’ e ‘nobile’. Mi piace, e basta. E mi dispiace un po’ per quelli che non la pensano così”.

 

“Anche nella letteratura di intrattenimento c’è il livello buono e quello scarso. Non ho mai confuso il mercato, o il genere, col valore. In tutto c’è il buono e il cattivo. Nella narrativa di intrattenimento per esempio un tempo c’era molta qualità. Tanti autori avevano un padre nobile. John Le Carré” (è una sua passione, si sa) “risente per esempio moltissimo di Henry James. Certo poi Le Carré è un personaggio… ora è molto anziano. Gentiluomo inglese, molto inglese, odia l’America. In questo risente un po’ dell’ambiente del MI6 inglese, ampiamente infiltrato dal Kgb. La sua storia è quella del figlio di un truffatore, tema che ha messo in molti libri… La Talpa, che è un vero capolavoro. Non l’hai mai letto? Ma devi assolutamente! Ora è uscita una nuova traduzione, era meglio la vecchia” (ecco, ci vorrebbe un algoritmo-Ferrari per invogliarti a leggere i libri). Un altro suo favorito è Harris, “quello del Silenzio degli innocenti, un ottimo scrittore. Andai anche a casa sua, a Miami. Un villone, arredato da americano ricco. Dentro, un cavallo cinese, dei kilim. Una Porsche, mi pare, e una Jaguar, parcheggiati davanti, e dietro attraccata una barca. Grossa. Pochi libri. Insomma, una casa da ricco americano, very wealthy. Non da scrittore”. A un certo punto, nell’unica libreria della casa very wealthy, Ferrari trova un unico libro italiano. “‘Armi da taglio a lama lunga’, o qualcosa del genere, il titolo”. Ebbe paura? “No”, dice, perché questo Harris era una persona molto gentile, squisita, “eppure molto simile a un personaggio di Red Dragon, uno dei suoi libri migliori. Che è un giornalista basso, cicciotto, e spietato. Che finisce peraltro bruciato vivo…”. “Ed effettivamente Harris aveva fatto il giornalista, era molto somigliante…”. In Italia al libro più famoso di Harris “dovemmo cambiargli titolo, l’originale era ‘The silence of the Lambs’, il silenzio degli Agnelli, ma la famiglia Agnelli non sarebbe stata molto contenta”. 


Il suo più grande successo? “Saviano”. Si è talmente appassionato a “Gomorra” che gli ha fatto girare una scena a casa sua


 

Ferrari con la sua valigetta ha navigato insomma per decenni tra lame lunghe e poteri forti, con una libertà non comune anche di giudizio. “Un editore molto libero era Gian Giacomo Feltrinelli, se pensi che pur stando decisamente a sinistra mise a segno due successi clamorosi che non piacevano per niente alla sinistra, il dottor Zivago, e il Gattopardo. Quando uscì Zivago Rossana Rossanda scrisse a Togliatti che “sì, lo espongono in libreria ma non avrà nessun successo” (tre milioni di copie). Vittorini disse del Gattopardo che era un libro “vecchiotto, da fine Ottocento”. A me Vittorini ha sempre fatto impressione, il massimo critico dell’America che in America però non c’era mai andato. “Scrisse dei libri orrendi”. Ti voglio bene. “Bassani, che il Gattopardo l’aveva proposto, venne invece ostracizzato. Dissero che era come Liala. Invece era un grande scrittore. ‘Cinque storie ferraresi’ è il suo libro più bello, molto più dei Finzi Contini. Con quella cosa di girare continuamente intorno al tema centrale. Un sublime stilista. Pensare che aveva la debolezza di volerlo continuamente migliorare, mentre andava benissimo così com’era. Anche Pontiggia aveva questa mania”. 


Nella dimensione eroica e avventurosa della sua vita editoriale, Ferrari ha vissuto anche sotto scorta per un po'


 

Stordito dalla doppietta coltelli a Miami-Bassani a Ferrara, salgo al piano di sopra per andare a chiedere un caffè e se possono smettere per pietà le musiche tunz tunz, perché mi è già successo che della sublime intervista poi a casa nella registrazione si sente solo la musica, e vuoi metterti a piangere. Già che ci sono, mentre le folle al bancone trangugiano caffè schiumati al ginseng, non resisto e cerco subito “La Talpa” di Le Carré e le storie ferraresi, che non ho mai letto; ovviamente non trovo nessuno dei due. Ha da veni’ Amazon, o il vecchio libraio col camice. Torno giù e Ferrari sta compulsando dei volumi, felice, in un classico piano meno uno di libreria di oggi, tra gialli sovranisti e ricette senza glutine, che sembra guardare comunque con amore, senza razzismi (i libri gli piacciono proprio tutti. E’ un playboy di libri).

 

Ricomincia. “Il contrario di Feltrinelli era Einaudi. Rigido conformismo. Figlio del presidente della Repubblica liberale e allo stesso tempo colui al quale Togliatti dette da pubblicare il manifesto del Partito comunista. Uomo di grandissimo fascino, aveva puntato tutto sul prestigio. Investiva solo sul prestigio. Mai pensato di fare un soldo con l’editoria. Non si può dire che fosse proprio simpatico. Aveva la crudeltà che ha sempre chi ha un traguardo preciso”. Su Einaudi, aneddotica sterminata. Il padre, presidente della Repubblica, piemontese, economista ma soprattutto economo, vignaiolo, occhialetti, detto “el profesùr”, era quello famoso per la parsimonia di dividere un frutto coi commensali, alle cene al Quirinale. Ma non solo. “Da Dogliani, dove avevano la campagna, mandava cartoline che costavano 7 centesimi l’una, e ne comprava apposta tre alla volta. Tirava fuori venti centesimi e cominciava a frugarsi nelle tasche finché il tabaccaio diceva: ‘ma profesùr, lasci stare’, così tutte le volte, e risparmiava un centesimo”. Sempre i soldi. “Il problema fondamentale della casa editrice Einaudi erano i flussi di cassa. Le edizioni andavano bene, ma non avevano capitale. Così trovavano degli escamotage. Avevano un famoso impiegato che avevano preso in quanto pensionato delle Ferrovie, e dunque dotato di tesserino per girare ovunque gratis in treno. Così facevano un assegno emesso a Torino e con quello andavano a pagare una cosa a Roma, approfittando dei quindici giorni che passavano perché venisse incassato fuori piazza. Lo stesso facevano a Milano e altrove, sempre in treno”. 


Per decenni tra lame lunghe e poteri forti, con una libertà non comune anche di giudizio. Il rapporto con Feltrinelli e Einaudi 


I denari, l’incubo di ogni editore e scrittore. Ferrari è famoso per averne guadagnati, e fatti guadagnare, tanti. Il suo più grande successo? “Saviano”. Si è talmente appassionato a Gomorra che gli ha fatto pure girare una scena a casa sua. “Sì, nella prima stagione della serie. Quando il finanziere che ripulisce i soldi della camorra si suicida buttandosi dal palazzo”. “Sotto c’era un cubo gonfiabile. Il primo giorno lo stuntman si buttava dal terrazzo, con un cavo che lo teneva, ma il cavo quel giorno non ha tenuto, e quello è finito di sotto, sul cubo. Così la sera dopo l’attore vero si presenta ed era piuttosto perplesso, anche se non sapeva dell’incidente. Ma si vede che percepiva una certa atmosfera di preoccupazione sul set”. Set che è casa tua. E non una casa qualsiasi: casa Rustici, la famosa casa a ponte di Attilio Terragni a Milano. Con orto, piscina d’epoca a tesserine di mosaico sul tetto! Manco Rizzoli. “La pagammo una cifra insensata, ma stare in una casa bella è molto importante”, dice. Siete i Terragnez! Giardini verticali e piscina, seppur razionalisti. Hai fatto un sacco di soldi. “Mah, non cifre esorbitanti, direi. Però sì, rientrando nella categoria impiegati, quelli che oggi si chiamano manager, sì. Ero un impiegato molto ben retribuito”, dice Ferrari, e mentre pronuncia questa parola, impiegato, si lascia andare a un gran sorriso soddisfatto, di questo ennesimo travestimento, e forse della sua vita in generale, e prende la sua valigetta, e si avvia verso la stazione.