Ma quale volgarità. L'odiata Tosca è l'opera delle passioni

Mario Leone

La prima della Scala. Nonostante le critiche feroci di Mahler e Debussy, Giacomo Puccini ha composto una storia di amore e di morte appassionante, accessibile ed espressiva, che ha inaugurato il Ventesimo secolo della musica

Passione, violenza, gelosia sono i sentimenti che caratterizzano la “Tosca” di Puccini, opera tra le più appassionanti che debutta il 14 gennaio 1900 al Teatro Costanzi di Roma. Il testo su cui lavorano Illica e Giacosa è dell’autore francese Victorien Sardou che tredici anni prima lo aveva portato in scena, affidando all’attrice Sarah Bernhardt il ruolo della protagonista.

Lo spettacolo aveva girato il mondo riscuotendo enormi successi. Quando arriva in Italia al Teatro dei Filodrammatici, ad assistere in platea siede il compositore della “Bohème”, alla ricerca di idee per un nuovo exploit. Puccini non comprende una sola parola recitata dalla Bernhardt ma coglie l’azione e la potenza musicale del testo. Un’intuizione che condivide con i fidi librettisti avviando tutto il lavoro di stesura di un testo che probabilmente, senza la sua musica, cadrebbe nell’oblio.

 

Nella Roma del 1800, Floria Tosca è costretta a scegliere tra potere politico, ambizione personale e passione

La vicenda dell’opera si svolge a Roma nel giugno del 1800. Angelotti, console dell’ex Repubblica Romana, è fuggito da Castel Sant’Angelo. Ricercato dal capo delle guardie Scarpia, è aiutato nella sua latitanza dal pittore Mario Cavaradossi. In mezzo a tutto ciò si muove Floria Tosca, costretta a scegliere tra potere politico, ambizione personale e passione. Una storia di amore e di morte dove tutti i protagonisti soccombono. “Tosca” da un lato delizia il pubblico per le sue melodie e gli affetti che racconta, dall’altro lo sciocca soffermandosi su aspetti efferati e morbosi. Ecco allora i monologhi erotici di Scarpia, le torture a cui è sottoposto il pittore Mario Cavaradossi, l’uccisione dello stesso Scarpia per mano di Tosca.

 

Sul valore della partitura pucciniana alcuni “giganti” della musica non sono stati proprio teneri. In una lettera alla moglie Alma, datata primo aprile 1903, il compositore Gustav Mahler scrive: “Se sapessi che opera. L’orchestra non era male. C’è una che con un coltello da cucina uccide un uomo e lo lascia steso per terra senza nemmeno un gesto di pietà cristiana, anzi se ne vanta. Alla fine uno che viene fucilato per finta ma poi viene fucilato sul serio. A questo punto mi sono alzato e sono andato via”. Non contento, qualche tempo dopo rincara la dose: “Cosa vuoi che mi metta a scrivere, musica come ha fatto Puccini nella sua ‘Fedora’? (scritta però da Umberto Giordano e non da Puccini, ndr). Non scrivo musica ‘da italiani’”. Una ostilità condivisa da Claude Debussy, che sotto lo pseudonimo di Monsieur Croche deride Puccini chiamandolo Puccinni (fondendo il nome Puccini e Piccinni e richiamando la disputa tra gluckiani e piccinniani).

In tempi più recenti, il critico Joseph Kerman definisce quella di Sardou una trama volgare, non adatta a un’opera e il lavoro di Puccini dello stesso livello. L’accusa mossa da più parti al compositore lucchese è quella di puntare troppo alla risposta emotiva del pubblico. A dispetto di giudizi come questo, “Tosca” da più di un secolo è un cardine del repertorio lirico.

 

Nell’analisi dell’opera, molti si soffermano sull’aspetto antireligioso delle sue vicende e di quanto Puccini spingesse per evidenziarlo. In realtà, non è il cristianesimo a essere attaccato o la religione in generale quanto piuttosto la corruzione

Non è il cristianesimo a essere attaccato o la religione in generale quanto piuttosto la corruzione nella chiesa. Le domande di Tosca

nella chiesa. Il sentimento religioso, invece, è ben presente nel libretto: Tosca pone domande sul perché del dolore (“Nell’ora del dolore perché, Signore, perché me ne remuneri così?”). Non solo. Il primo atto si chiude con l’invocazione “Te aeternum Patrem omnis terra veneratur!”. E quando sta per gettarsi dai muri di Castel Sant’Angelo, Tosca grida: “O Scarpia, avanti a Dio!”, confidando in un giudizio più alto.

 

Tra le opere di Puccini, “Tosca” è sicuramente la più accessibile. Ne sono protagonisti un tenore eroico e accattivante, un malvagio baritono e un soprano drammatico appassionato. Oltre alla caratterizzazione dei personaggi, Puccini calca la mano su quadri strumentali drammatici: i finali dei primi due atti hanno una tensione espressiva difficilmente rintracciabile altrove. In generale, in tutta la partitura si nota un uso sofisticato dell’orchestra come mezzo di commento, sottolineatura, rinforzo alla storia, come già avvenuto nella “Bohème”. Puccini non usa l’orchestra per accompagnare semplicemente i cantanti ma per creare una sorta di pannello cromatico ove rappresentare emozioni, ambienti o azioni. Si pensi al Preludio all’Atto III quando sorge il sole sorge su Roma e le campane di chiese, conventi e monasteri della zona invitano i fedeli alla preghiera e alla messa del mattino. O si considerino l’ingresso di Tosca in scena con tutti i suoi turbamenti e le torture inflitte a Cavaradossi.

 

Puccini usa l’orchestra per creare una sorta di pannello cromatico ove rappresentare emozioni, ambienti o azioni

Si potrebbe dire che Puccini riesce a creare con la musica una sorta di macchina da presa che segue i personaggi, conducendo l’ascoltatore da una scena all’altra, aiutato anche dalla tecnica del leitmotiv. Che resta comunque ben lungi dall’essere paragonabile a quella wagneriana: i motivi pucciniani rimangono abbastanza statici, come nel caso di Scarpia che troviamo nelle prime due battute dell’opera e che chiariscono chi è il vero protagonista dell’opera.

Così Puccini non inaugura solo una nuova partitura ma il XX secolo musicale. E’ il primo a tentare nuove strade, a inoltrarsi nella via della sperimentazione non lesinando dissonanze, soluzioni armoniche ardite e donando alla musica quel ruolo assolutamente preminente che poi sarà ripreso, alla faccia di Mahler, dai futuri compositori.

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